“Graffiti” di Sandrine Pereira

Recensioni
Graffiti Sandrine Pereira

Graffiti, Sandrine Pereira, Fitway publishing, Parigi, 2005

Nessun libro è il più azzeccato per iniziare un blog sulla graffiti art come “Graffiti” di Sandrine Pereira, edito dalla francese Fitway Publishing nel 2005. Una vera introduzione al mondo della cultura underground che spiega la nascita, etimologica e culturale, della graffiti art.

Eccedendo forse un po’ nella ricerca di una definizione scientifica, la Pereira sostiene che il termine “graffito” non sia affatto figlio del XX secolo: già 17500 anni fa, nel neolitico superiore, le pitture parietali delle grotte di Lescaux, nella regione francese dell’Aquitania, sono considerate dei graffiti, ossia delle “iscrizioni su muro”, come vuole una qualunque enciclopedia; proseguendo nella storia, glossologica e artistica, occidentale il termine graffito torna prima in greco, laddove graphein significa “disegnare”, “dipingere”, “scrivere”, e poi in latino, dove col termine graphium si designava lo stiletto da scrittura usato per incidere nella cera. Si giunge così al Rinascimento quando lo sgaffito altro non era che una tecnica di decorazione murale ottenuta graffiando un rivestimento esterno, in modo da portare alla vista quello sottostante.

Un lungo e accademico elenco di tempi e luoghi in cui, dal Neolitico, il graffito ha rivestito il ruolo di divulgatore del popolo in spazi pubblici precede la parte interessante, quella dei “giorni nostri”: dagli epici slogan di rivolta degli anni Sessanta e Settanta in Europa ai dazibao dei dissidenti cinesi sotto Mao, la storia del graffito per come si è sviluppata anche in Italia nasce sui muri dei ghetti americani attorno agli anni Settanta. Proprio qui gli storici si dividono: i primi graffiti sono infatti nati, quasi contemporaneamente, nelle periferie di New York e di Philadelphia ma solo la prima sembrerebbe aggiudicarsi la palma della vittoria col celebre “Taki 183”, la prima firma apparsa nel 1971 sui convogli della metro newyorkese e dal New York Times definito, per la prima volta, “tag”. E dalla metro, luogo per eccellenza che attraversa la città, la mania del self making si espande in tutto lo spazio urbano: la tag, o firma, permette a un emerito sconosciuto di farsi conoscere da una grande quantità di cittadini.

Da qui in avanti la strada artistica dei graffiti è tutta un continuo diffondersi, migliorarsi fino a sgrezzarsi e farsi apprezzare pure dalle gallerie d’arte: la prima esposizione di graffiti ha infatti luogo a New York, nel 1973, mentre l’Europa deve attendere gli anno Ottanta per vedere approdare, a Parigi, ad Amsterdam, a Londra, a Berlino e a Madrid, le prime mostre. Una storia a parte meritano Paesi come l’America del Sud, l’Asia e l’Est Europa, che vedono apparire questo fenomeno solo agli inizi degli anni Novanta, con la caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente occidentalizzazione delle rispettive società.

A questo punto la Pererira si sofferma, con arguzia, ad analizzare la figura del graffitista: sfatando ogni mito, sostiene che è solo una caricatura quella del giovane di colore che, con in mano una bomboletta, veste abiti larghi, diserta la scuola, ascolta rap e usa un linguaggio colorito. I graffitisti, infatti, provengono da ogni orizzonte e solo una cosa li accomuna: la cultura comune pop, coniugata nelle sue più svariate forme e nei suoi più diversi livelli.

Ma cosa deve sapere un principiante che aspira a diventare graffitista? A conclusione di questa sua imponente opera, corredata di immagini, la Pererira inserisce un  breve “glossario” delle parole, rigorosamente in slang, più usate in questa nuova forma d’arte: tutti devono conoscere la differenza tra bubble style e wild style, la necessità di un proprio masterpiece e le varie tecniche con cui realizzarlo.

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