Gli altri muri di Berlino: la Kunsthaus Tacheles

Nel Mondo

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Berlino: se n’è tanto sentito parlare in questi giorni di celebrazione del venticinquesimo anniversario della caduta del Muro. Quello stesso Muro che, come ho già avuto modo di descrivere, è diventato il simbolo della libertà e dell’interazione artistica tra Est e Ovest già da quel (non troppo) lontano 1989: una vera tela a cielo aperto che, ancora oggi, attrae turisti e artisti da tutto il mondo. Ma per evitarvi l’ennesima, per quanto interessante e ben studiata, tirata sulla storia di quel Muro, ho deciso di spostare la mia attenzione ad altri muri, quelli su cui tutt’ora si consuma la graffiti art dell’intera città, conferendole la palma non solo di city of design ma anche di luogo patrimonio Unesco.

La diffusione dei murales sulla scena artistica berlinese ebbe inizio nella Berlino Ovest, alla fine degli anni ’70; in seguito alla riunificazione della città, l’arte di strada prese possesso anche dell’ex Berlino Est e, da allora, la capitale tedesca divenne un grande murales a disposizione della creatività degli artisti. Rimasta dietro la “Cortina di Ferro” per quasi 40 anni, infatti, Berlino Est ha sviluppato una propria e individuale identità ed è diventata un magnete per anticonformisti in cerca di uno stile di vita alternativo: subcultura, squats e graffiti sono diventati parte dello stile caratteristico della città. Creativa, tollerante, multiculturale e liberale, a Berlino tutti hanno contribuito a creare una vera cultura underground fatta di sapori, colori ma soprattutto graffiti: i turchi del quartiere di Kreuzberg, gli afros con la loro cultura hip hop mista al raggae, gli ebrei liberati dal ghetto, la comunità gay più vivace d’Europa.

Simbolo della sinergia tra queste forze è la Kunsthaus Tacheles, quella che fino al 2012 è stata in città la più grande sede di collettivi gestita da artisti. Il termine Tacheles deriva dall’yddish e significa sia “testo libero” sia, per analogia, “parlare chiaro e in modo schietto”. L’iniziativa artistica del Tacheles, sviluppatasi nell’edificio a partire dal 1990, vuole così denunciare la censura della libertà di espressione imposta durante il periodo della DDR, che costringeva gli artisti a celare il vero significato delle proprie opere musicali, cinematografiche e letterarie. L’obiettivo del gruppo è quindi quello di abbattere la censura, in modo da poter esprimere in piena libertà le proprie idee di rottura attraverso l’arte. Con il tempo il nome del gruppo viene esteso anche all’edificio stesso.

Quest’ultimo è stato occupato il 13 febbraio 1990 dall’iniziativa artistica del Tacheles che, attraverso una perizia sulla struttura muraria e statica, salva l’ex magazzino dalla distruzione pianificata trasformandolo addirittura in monumento nazionale. L’edificio viene dipinto con vari colori e dalle macerie vengono edificate diverse sculture, mentre ciò che resta del complesso si sviluppa in un ampio centro di arte, eventi e comunicazione: nell’edificio si riuniscono così 30 atelier, sale d’esposizione, punti vendita di arte contemporanea e un cinema d’essai. Molto apprezzati si dimostrano il “Panorama-Bar”, all’ultimo piano dell’edificio, il “Blaue Salon”, uno spazio di 400 metri quadrati utilizzato principalmente per concerti e il “Goldene Saal”, un palco importante per rappresentazioni teatrali a basso costo e soprattutto per spettacoli gratuiti di danza contemporanea. Ma la storia del Tacheles è costellata di sfratti e resistenze, finchè la legge ha la meglio: le gallerie vengono svuotate il 4 settembre 2012 alle 7 del mattino e ciò che oggi resta del Tacheles è un’interattiva galleria on line ideata da artisti e programmatori dello spazio: lo scopo è quello di creare nuovi locali per gli artisti e di dare al Tacheles una nuova vita digitale.

Io ho avuto la fortuna di visitarlo e scattare qualche foto nel marzo 2011, quando cioè il clima tra Tacheles e Municipio non era certo disteso ma non si era ancora giunti alla rottura. La prima sensazione che ho avuto nell’entrare in questo enorme edificio di inizio secolo è stata “Ma ci devo proprio entrare?”: lo stabile fatiscente, buio e puzzolente mi hanno messo non poca paura. Ma è proprio vero che l’abito non fa il monaco e, armata di coraggio (e fazzoletto al naso), ho deciso di salire le scale: la curiosità mi ha ripagata e l’incertezza dell’inizio è crollata nel vedere un ambiente giovane e ben gestito, composto di arte a tutti i livelli. I graffiti, poi, sono meravigliosi: degni del miglior Berlin stylewriting, ricoprivano ogni centimetro di muro, come se tutti, là dentro, avessero qualcosa di interessante da dire.

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