Il Seveso esonda? Keep calm and catch a gondola stancil

Interviste

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Il suo graffito è stato quasi profetico: dopo che, l’altro ieri, Bumin ha lasciato il suo segno in uno dei luoghi simbolo delle esondazioni a Milano, il fiume Seveso ha dato il meglio si sé. C’è voluto, ieri, l’intervento di quattro equipaggi della protezione civile, undici pattuglie della polizia locale e il servizio idrico di Mm per chiudere diverse vie di un intero quartiere (il mio), mandare in tilt il traffico dalle 15 fino a tarda notte, chiudere due stazioni della metro lilla e permettere all’acqua sputata dai chiusini di ritirarsi dalla zona di Zara. Sì, perchè proprio sotto la targa di questo grande viale milanese, che congiunge piazzale Lagosta con l’hinterland a nord, Bumin ha realizzato sul muro del deposito Atm lo stancil di un gondoliere che solca l’intonaco scrostato dall’umidità e dall’acqua che il fiume porta con sé. Ho fatto appena in tempo a fotografarlo, prima che le opzioni fossero o uscire di casa con un canotto o chiudersi in camera e aspettare che la situazione si sbloccasse. E, nell’attesa, ho fatto due domande a Bumin.

Riguardo allo stancil, il writer mi ha detto: “L’opera che ho realizzato in viale Zara si intitola “zona Isola” proprio perchè riguarda il quartiere e gli stessi abitanti. Si tratta di un piccolo stancil che si integra nel contesto grazie ai danni causati dall’esondazione del Seveso: ironizza infatti, attraverso una gondola veneziana, “il problema” ponendo colui che guarda ad ironizzare di primo impatto, ma a riflettere sui danni, i disagi causati e sulle responsabilità di chi ci “tutela”, qui come in altre parti di Italia molto più gravi”. E aggiunge “È solo la testimonianza di quello che accade.
Proprio qualche ora fa è esondato di nuovo il Seveso… che dire …”. Già, nulla. Meglio cambiare argomento.

Ma sulla sua vita e sul suo lavoro Bumin non si esprime: mi rimanda ai suoi profili pubblici, Facebook e Twitter, dai quali apprendo qualcosa sulla sua attività. Sfogliando le sue immagini ne esce il ritratto di un writer davvero provocatorio: la tecnica che preferisce è quella del tagging, declinata in frasi icastiche (“La crisi non esiste”, “EXPOrt your dreams Italia R.I.P.”, “La speranza è una trappola”) ma anche periodi articolati. Il mezzo utilizzato è quasi sempre quello dello stencil per un tag bombing davvero efficace: una maschera normografica realizzata con cartoncino ritagliato dell’interno delle lettere attraverso cui viene spruzzata la vernice spray. Non a caso lo stencil consente un’esecuzione più veloce e permette di riprodurre una stessa identica immagine in un qualsiasi numero di copie. Una delle installazioni più geniali è stata tuttavia “Spray d’artista”, una serie di bombolette usate e numerate con le quali ha tappezzato le strade milanesi di design. Da via Tortona ai Navigli, Bumin ha infatti reso omaggio alle più note “Merda d’artista”, “Fiato d’artista” di Piero Manzoni nell’intento di provocare chi considera i graffiti una forma di degrado più che di arte: “Sono installazioni a prima vista colorate e divertenti, ma che in realtà hanno anche l’obiettivo di far riflettere chi le guarda – aveva spiegato Bumin in un’intervista a la Repubblica – Le bombolette che ho piazzato in giro per la città sono sporche, macchiate, portano i segni dell’utilizzo che ne è stato fatto. Sono gli strumenti con cui vengono realizzati graffiti e murales sui muri di Milano. Quindi si prestano a una duplice lettura: qualcuno li considererà spray d’artista, mentre per altri saranno una merda di spray”.

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