Imparare l’ebraico attraverso i graffiti

Interviste

È venerdì sera nel quartiere di Florentin, a Tel Aviv: all’ora dello shabbat le strade sono semideserte e le saracinesche di negozi e locali sono abbassate. Solo una presenza umana anima il quartiere: quella di Guy Sharett, 43enne linguista israeliano che guida allievi e turisti alla scoperta dei graffiti di Florentin. Il fine di Guy è tanto semplice quanto nobile: insegnare la lingua ebraica attraverso i luoghi in cui quei graffiti nascono, ossia per strada, attraverso dei veri e propri graffiti tour prenotabili sul suo sito. Non essendo mai stata in Israele ho avuto il piacere di conoscere Guy su un altro tipo di piazza, quella digitale, e di scambiare con lui due chiacchiere davvero unconventional.

Ho letto la tua presentazione: sai un sacco di lingue, hai girato il mondo, la tua biografia è meravigliosa. Hai voglia di raccontarmi chi sei?

Sì, ma forse prima devo dire che non sono esperto di graffiti: utilizzo i graffiti come metodo per insegnare una lingua attraverso un’analisi antropologica, sociologica, storica, linguistica della mia cultura d’origine. Ma non ho la pretesa di essere esperto di street art: sono di base un linguista.

Tu insegni la lingua ebraica?

Sì, insegno ebraico: qualche volta su Skype, qualche volta one on one però la cosa che mi piace di più è fare lezione per strada utilizzando i testi sui muri come learning material, come contenuto valido per fare ricerca su una lingua.

Da cosa nasce questa tua passione per la strada?

È nata tre anni e mezzo fa quando qui cominciavano le manifestazioni di giustizia sociale: la gente protestava contro il Governo, contro i prezzi troppo alti degli appartamenti; tra i manifestanti c’erano tanti cartelli e ho visto che i miei studenti stranieri capivano solo il senso letterale delle scritte, ma non i codici di pop culture, di iconografia. E da qui è iniziata la mia attività.

A Tel Aviv non si parla solo la lingua ebraica ma anche l’arabo, il francese, un po’ di inglese: i writer che ci lavorano in che lingua scrivono? E tu come ti poni con gli stranieri che seguono il tuo tour?

Io faccio la mediazione della lingua e, assieme, della società e della storia israeliana. Se c’è qualcosa in ebraico scelgo sempre i testi ebraici perché questo è il tema, però c’è anche l’inglese, c’è anche il francese di Murielle Street Art: lei è del Quebec, di Montreal. Sai, io ho cominciato con le lingue all’età di tre anni: le lingue mi hanno scelto, io non ho scelto nulla, ed ecco che ora conosco arabo, francese, inglese, ebraico, indonesiano, thailandese, un po’ di olandese e mandarino. Ma la mia madre lingua rimane l’ebraico.

E qui sei tornato, a casa tua, dove continui a far conoscere la cultura della tua terra agli stranieri: cosa ti lega così tanto a Israele?

Quando ero piccolo mi sentivo sempre un outsider in Israele e nella mia città di Ashdod, che è un porto a sud di Tel Aviv: vedevo la lingua e la cultura israeliana da fuori perchè mio papà ha sempre invitato a casa nostra marinai filippini, tedeschi, croati senza dire alla mamma che sarebbero venuti a mangiare. E la mia casa si trasformava in un vero salotto open house. Ma a conclusione di quattro anni in Thailandia ho capito di essere locale, di non essere un outsider nel mio Paese e ho pensato che avrei potuto fare tante cose con questi nuovi occhi, a partire dalla linguistica.

Così hai dato il via alla “graffitologia”: di cosa si tratta?

Tutto nasce quando, durante un tour, ho parlato di “archeologia dei graffiti”; poi un giornalista del Süddeutsche Zeitung ha coniato il tedesco “graffitologie” e io ho cominciato a usarlo (ma il credit va a lui!). Per me la graffitologia è parlare di ciò che era qui su questo muro due ore fa, due mesi fa, due anni fa, se il muro esiste, sennò abbiamo Instagram, Facebook, siti e blogs.

 

I writer ti hanno mai contattato per affiancarti nei tuor o tu, al contrario, ne hai mai contattato qualcuno per avere un confronto diretto?

È una domanda interessante: una volta ho invitato Sharon Pazner, artista che lavora con il cemento, e con lei è venuto Tra, writer dodicenne che applica botox su tutto (è molto dysturbing ma anche molto interessante). Preferisco comunque non far parte della scena dei graffiti, preferisco essere un fly on the wall nella scena di questa open air gallery. Per esempio, Epk è un artista che fa melanzane dappertutto a Tel Aviv e la gente vuole sapere perché le melanzane: ma nonostante le nostre chiacchierate su Facebook, io non ho voluto né chiederglielo né saperlo perché preferisco che un’opera che sia aperta a qualunque interpretazione.

 

Quali sono i temi più gettonati tra i writer? E d’altra parte, quali sono i temi che i turisti apprezzano di più nei graffiti?

Comincio col dirti chi viene al graffiti tuor: sono sopravvissuti del mio corso di ebraico, rifugiati di questa metodologia un po’ XIX secolo che vogliono studiare la lingua. Ci sono turisti, tedeschi per esempio, che non conoscono l’ebraico e non vogliono studiarlo; ci sono israeliani con famigliari americani che, al contrario, vogliono conoscere qualcosa della loro cultura d’origine; ci sono tanto i bambini quanto gli ottantenni. Ognuno ha un approccio personale ai graffiti: direi però che la gente che sa leggere l’ebraico è molto interessata a leggere, a capire la voce israeliana, mentre per chi non ha nessun legame con lingua e lettere ebraiche l’arte gioca la parte più interessante. Penso comunque che il testo e la metafora dell’immagine siano un’opera unica.

 

I graffiti sono mai stati cancellati dalla municipalità?

Sì..cinque o sei anni fa Florentin era il Wild West, e nessuna forza dell’ordine si azzardava a entrarci. Oggi le cose sono cambiate e ogni tanto vediamo quell’orribile colore beige con cui coprono i pezzi. Sembra però che il Comune abbia capito che quella dei graffiti è un’attrazione, tanto da organizzare un tour gratuito ogni venerdì pomeriggio. È un turning a blind eye: non è legale però lo fanno.

E così i writers non sono scoraggiati dal beige coprente?

C’è una grande zona dove hanno demolito edifici: si tratta della più grande concentrazione di graffiti semilegali in Israele, dove sono tanti i writers che vengono a lavorarci, anche da Roma. In questa zona dove è quasi permesso (o, a dire la verità, non è vietato) fare graffiti essi non vengono coperti e rimangono così per quanto sia un po’ una giungla. Ma è giusto così: è la strada, possiamo trovare tutto!

È questo ciò che intendi per “telavivness”?

Non so se ci sia una definizione di telavivness..è come un’enclave che vuole essere NY o l’Europa però è nel Medio Oriente. È un’energia che c’è per strada, di attività 24 ore su 24, di parlare con la gente..c’è un groove telaviviano.

Prima hai accennato una cosa molto interessante: il futuro di quei graffiti che rischiano l’estinzione può continuare su Instagram, Facebook eccetera. Il futuro dei graffiti può davvero essere on line?

Artik è l’invenzione di un mio omonimo, Guy Dubrovski: si tratta di un’app per smartphone che documenta lo stato dei graffiti a Tel Aviv. Attraverso un sistema di Gps puoi infatti sapere dove sono e a quale livello di lavorazione versano. Mi pare dunque che sì, la rete è adatta a questo tipo di conservazione e, se ci pensi, è nata per preservare una cultura che forse domani non ci sarà più a causa soprattutto della gentrificazione.

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