Pao, ovvero quando i pinguini invasero Milano

Interviste

Dai paracarri ai pinguini il passo è breve: bastano qualche bomboletta colorata, un pizzico di manualità, e un’amica che si veste tanto in una fredda notte di Capodanno. Ed ecco che la Milano degli anni Duemila trasforma quegli antipatici “panettoni” di cemento in simpatici puppets colorati: tutto merito del writer Pao, che a Milano ha iniziato a lavorare su paracarri e muri ma che ha proseguito il suo percorso artistico su tele e oggetti di design. E che lamenta “Politici incapaci di fornire spazi pubblici a chi davvero vale: Milano mi delude”. Ecco la nostra chiacchierata.

Chi sei? Qual è la tua professione?

Faccio praticamente questo di lavoro, ma prima ho fatto altro: dall’aiuto cuoco alla vendita porta a porta, dal macchinista di teatro all’allestitore, il tecnico del suono..ho fatto un po’ di cose! Poi però la vena artistica ha preso il sopravvento finchè la creatività ha prevalso.

Perché hai scelto proprio i graffiti?

È stato un intervento spontaneo nato da un’idea che non c’entrava nulla, se non in maniera subliminale, con quel che c’era prima..

Correggimi se sbaglio: l’idea dei paracarri nasce quando una tua amica si è vestita talmente tanto da sembrare un pinguino?

[Ride] sì, quello è stato uno degli spunti. I miei primi personaggi nascono dal fatto che ho iniziato a disegnare fumetti per passione: la sera di Capodanno del 2000 una mia amica ha dato vita, senza volerlo, a un personaggio abbastanza goffo e particolarmente pingue; associazioni di idee hanno fatto sì che dal foglio fossi passato ai paracarri.

Nella tua produzione si vede un’evoluzione da quello che facevi all’inizio fino a oggi: che i lavori iniziali fossero più abbozzati di adesso era dovuto al fatto che lavoravi di fretta per non essere multato? So che hai contestato delle multe..

E la contestazione è stata accettata (ossia, non sono state dibattute e sono molto più semplicemente finite in prescrizione..una affare all’italiana, i nostri governanti insegnano). L’evoluzione è data dal fatto che tutto è nato come passione e la tecnica all’inizio era abbastanza scarsa, in più io sono autodidatta per quello che riguarda l’arte visuale e quindi è ovvio che all’inizio fosse più difficile. Poi, un conto sono i lavori spontanei, non autorizzati, un altro sono quelli su commissione o fatti in studio, per i quali cambia il tempo impiegato. Infine con gli anni sono migliorato e nel momento in cui avevo la necessità di implementare la tecnica ho cercato di acquisirla con lo studio, con tante prove.

E adesso qual è la tua tecnica di lavoro? Dalla bozza all’opera finita hai una scaletta?

Adesso c’è un metodo di base: l’improvvisazione non è tra le mie corde, mi piace prima avere un’idea che mi convinca (ed è la parte più difficile da trovare, perché nell’elaborazione dell’idea ci sono lavoro di ricerca e studio). Poi, ogni tanto, succede che ci siano dei periodi vuoti e allora comincio a prendere appunti, fare schizzi grezzi che, quando voglio mettermi su tela o su muro riprendo, rielaboro e pulisco utilizzando gli strumenti necessari, tra cui anche il computer.

Tra le opere passate e quelle presenti ce n’è una che ti piace di più? Per me, tra le tue, c’è..

Una in assoluto non direi, ce n’è più di una.. poi sai sono tutte “figlie” mie , quindi non è bello dire qual è la mia preferita [ride]. Magari ce ne sono alcune a cui, per vari motivi, sono più affezionato: una è quella del Pac, che è stato un passaggio importante per tanti aspetti, un’altra è il pinguino morto per il quale ho inscenato un delitto in piazza Arcore.

Hai citato la pietra miliare di “Street Art Sweet Art”, la mostra tenutasi al Pac di Milano nel 2008: credi che questa esposizione sia davvero stata l’inizio di qualcosa di importante?

Più che l’inizio io direi la fine! Milano è stata sicuramente la prima città in cui i graffiti hanno avuto forte risalto, in cui la street art si è sviluppata, ed è stata una delle scene più forti e interessanti d’Italia. Quella mostra ha creato una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo: è stata una scelta morto forte da parte di Vittorio Sgarbi, al quale va riconosciuto d’aver fatto la scelta coraggiosa di portare i graffiti al Padiglione d’Arte Contemporanea, e solo lui avrebbe potuto farcela; ma mentre prima la scena, per quanto con le proprie divisioni, era abbastanza unita, da quel momento si è deflagrata e la produzione non ha più toccato altri picchi di interesse, molti degli artisti che hanno partecipato a quella mostra sono spariti o hanno smesso o hanno ridotto moltissimo l’attività. Per qualcuno è stata sicuramente un’occasione importante di lancio e di crescita però, in fondo, Milano ne ha perso: nel confronto tra la nostra città e quello che succede in Italia si nota come nel resto del Paese si facciano festival di street art, eventi, muri di dieci piani da riempire mentre a Milano non si riesce a far nulla.

Però quest’estate tu, Ivan e gli Orticanoodles avete partecipato al progetto di celebrazione dei 140 anni dell’Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano..

Certo, perché a Milano le cose funzionano soprattutto grazie ai privati: Pini e Cariplo si sono unite e in una città così grossa sono riuscite a fare un progetto interessante. Il Comune, di contro, è da due anni che promette di fare un festival sulla street art, è dall’estate che propone “liberiamo i muri” ma sono passati mesi e anni e nessuno è riuscito a fare qualcosa. Sono davvero deluso di tutto ciò, perché poi vado, per esempio, a Torino e la gente mi piglia per il culo..

E allora quale soluzione proponi per il futuro? Basterebbero nuovi muri o ci vorrebbe un’altra mostra? Forse è un terreno spinoso: musealizzare un’arte che per sua natura sta per strada è un processo strano..

Sono due cose diverse: tornando al Pac, il quadro di cui parlavamo è particolare perché con la street art non c’entra nulla. Da quel momento, ho cominciato a coniugare il lavoro in strada con quello in studio facendo altri percorsi: l’elenco degli artisti italiani in grado di fare entrambi i lavori è molto lungo e propone esempi molto interessanti; fare intervenire questi artisti che amano lavorare per strada ma che possono anche intervenire all’interno di un museo significa qualificare artisti che lo sono veramente a tuttotondo. Per quanto riguarda strettamente la street art, invece, essa è un fenomeno artistico che ha senso nel suo ambiente, la città, e che quindi necessita di spazi; fornire spazi significa, a sua volta, limitare gli atti vandalici (e, quindi, permettere a chi ha un estro artistico di esprimerlo in maniera lecita) e incentivare la legalità, ottenendo così città molto più belle (e gli esempi in tutto il mondo sono ormai centinaia). È incomprensibile come una città come Milano non metta a frutto le potenzialità che ha: è ovvio che esista un fenomeno vandalico (e la linea è sottile), ma qui non si riconoscono gli aspetti interessanti di una creatività che c’è.

Ci sono tuoi progetti futuri?

Sì, a febbraio ho una mostra personale in una galleria nuova che sta aprendo in Corso Buenos Aires: sono nel bel mezzo della produzione, ed è una mostra a cui tengo molto perché sto presentando dei lavori che secondo me sono molto nuovi e che..

Ne volete sapere di più? non vi resta che continuare a leggere il mio blog. Stay tuned!

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