Reato di amare uno street artist

Nel Mondo

Guidando, andando in bici o semplicemente passeggiando per la città lo avrete visto mille volte: Clet Abraham è infatti diventato famoso per aver dato vita ai cartelli di segnaletica stradale, trasformando il segnale di senso unico in un cuore trafitto dalla freccia o il segnale di divieto d’accesso in un’asse trasportata da un omino. E ora che avrete esclamato “ahh, sì!”, la notizia che è da poco apparsa sui media di tutto il mondo susciterà i voi la reazione opposta: la compagna di Clet è stata arrestata proprio mentre l’artista stava realizzando uno dei suoi interventi steaker su un cartello stradale di Osaka, in Giappone. “Ohh, no..”.

Giunti a Kyoto, città natale della compagna Mami Urakawa, per le feste di capodanno, i due si trovavano a Osaka dove, nella sera del 13 gennaio scorso, la ragazza è stata arrestata dalla polizia locale. L’accusa? Quella di essere complice dell’artista nell’apposizione degli adesivi sui cartelli, pratica, questa, considerata illegale in tutto il Paese. “Ma lei non mi aiuta praticamente mai”, ha commenta Clet, che ha aggiunto: “So che la mia arte è illegale, in Italia e tanto più in Giappone, ma da qui a mettere in carcere una persona che per altro non sono io..beh, questa non me l’aspettavo”. Ma tant’è: Mami è stata condannata a passare 10 giorni in carcere, isolata e, per ora, costretta a incontrare solo il suo avvocato; poi il processo, molto probabilmente qualcosa da pagare e nel peggiore dei casi altri 10 giorni di carcere.

L’artista, dal canto suo, è ripartito per Firenze, città dove vive attualmente. Sì, perché prima di diventare Clet, Abraham ha una lunga esperienza d’arte alle spalle, maturata soprattutto in Italia. Classe 1966, dopo avere frequentato l’Istituto di Belle Arti di Rennes, e dopo aver esposto presso varie gallerie d’arte in Gran Bretagna, si trasferisce a Roma, dove lavora come restauratore di mobili antichi. Ma è nel 2005 che, per amore di un figlio, si trasferisce a Firenze, dove risiede ancora oggi: la città è così diventata il suo museo a cielo aperto perché, come ha dichiarato in un’intervista del 2011,  “L’arte che si rinchiude in un mondo elitario è un’arte che serve soltanto agli addetti. E alla fine non so neanche quanto possa essere utile a loro”.

Detto fatto, i suoi sticker hanno invaso molte città di tutto il mondo: i cartelli stradali di Firenze, Bologna, Roma, Torino, Milano, Lucca, Palermo, Terni, Londra, Valencia, Sassari,Perugia, Douarnenez, Quimper, Audierne, Parigi, Prato, Livorno, Parma, Pistoia e New York sono infatti stati modificati con interventi bidimensionali ma sempre rispettosi della loro leggibilità. Il suo più clamoroso intervento urbano è tuttavia una statua installata nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 2011 quando, mentre nello Studiolo di Francesco I veniva accolto il teschio di diamanti di Damien Hirst, Clet installava su di uno sperone del Ponte alle Grazie il suo tipico “piccolo uomo nero”, la scultura di un uomo comune rappresentato con un piede ancorato al ponte e l’altro lanciato nel vuoto. Una critica non certo velata all’ermetico cranio della pop star del brit-arte, del valore di 100 milioni di euro. Ma la statua è stata talmente rovinata lo scorso luglio da avere richiesto l’intervento dei vigili del fuoco per la sua rimozione: piegata e con un braccio rotto, è, come scrive provocatoriamente l’artista sulla sua pagina Facebook, “in deposito al comando di polizia municipale, che già in possesso delle due sculture della “Giustizia sopra l’autovelox” sequestrate il mese scorso, sta diventando il primo museo d’arte contemporanea a Firenze!”.

Non è facile, infatti, il suo rapporto con l’amministrazione locale: se la sua critica alla istituzioni è quella di propinare la solita arte elitaria e poco attenta ai gusti dei cittadini, la sua iniziativa è proprio quella di parlare alla città attraverso la città. Ma il Comune pare non averla presa bene, al punto che lo scorso 9 dicembre ha sanzionato Clet perché: “…imbrattava la segnaletica stradale di divieto di accesso posta all’ingresso del Ponte Vecchio…mediante l’apposizione sullo stesso di adesivi raffigurante una persona immersa nell’acqua…”. La sua risposta non si è fatta però attendere: “Vorrei solo precisare che la persona raffigurata non è immersa nell’acqua ma in un mare di divieti, un poco di serietà per favore!”.

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