Ad Arte Fiera Bologna 2015 il tappeto rosso è per i graffiti

Recensioni

Vittoria, la street art ce l’ha fatta anche questa volta. Dal 23 al 25 gennaio writing e street art saranno infatti ospiti graditi nella cornice di Art City Bologna, il programma istituzionale nato nel 2013 per affiancare uno dei più prestigiosi e attesi eventi annuali d’arte contemporanea, Arte Fiera Bologna. L’intento è quello di creare un vero museo diffuso che, partendo dalla fiera, attraversa la città dal centro alle periferie: obiettivo centrato, almeno con la street art.

È Frontier – La linea dello stile il primo progetto che incontriamo: incluso quest’anno per la prima volta nel circuito di Art City Bologna, nasce nel 2012 a mo’ di piattaforma in continua evoluzione. Da un lato la valorizzazione artistica del writing e della steet art attraverso la realizzazione di opere murali di dimensione monumentale: per questo primo step sono state individuate dai curatori le sezioni Walls e Boxes, alloggi di edilizia residenziale pubblica e spazi che hanno consentito di offrire nuovi stimoli e contesti inediti. D’altro lato l’approfondimento teorico e critico delle due discipline: fase di più stretto approfondimento, è stata affidata alle voci dei protagonisti ed è stata chiamata Frontier Voices, dove artisti e testimoni diretti hanno incontrato il pubblico in una serie di appuntamenti che hanno accompagnano la realizzazione delle opere, offrendo un racconto individuale e un punto di vista inedito sul panorama internazionale dell’arte urbana. Frontier ha poi continuato il percorso storico artistico all’interno della città nel 2014 per ampliare il numero delle opere, seguendo un criterio di selezione che ha inteso sottolineare le componenti stilistiche innovative fondamentali per l’evoluzione di questo genere artistico. E così le opere, a cominciare dai due edifici presenti in largo Caduti del Lavoro 5, collocati all’ingresso della Manifattura delle Arti (tra Via Marconi e Via Azzo Gardino): oggetto di interventi nel luglio 2014 per la sezione Boxes grazie ad un accordo di collaborazione con Gruppo Hera, su di essi hanno operato l’artista francese Lokiss, uno degli esponenti di spicco della prima ondata del writing europeo nella seconda metà degli anni Ottanta, e Rae Martini, writer e artista italiano tra i più presenti in collezioni pubbliche e private internazionali. Nelle facciate degli edifici coinvolti sono visibili i loro peculiari stili: il primo caratterizzato da una scrittura scomposta e da raffigurazioni molto influenzate da alcuni esponenti del Cubismo orfico, il secondo impegnato in ricerche pittoriche sul segno e sul colore sempre legate all’analisi della lettera. E ancora, in via Beroaldo 2, Peeta, artista italiano tra i più riconosciuti nella scena del writing internazionale e dai primi anni 2000 parte di due tra le crew americane più note, la FX e la MSK. La sua ricerca è basata sulla qualità scultorea delle singole lettere: attraverso la rottura della forma tipografica e standardizzata, compone forme e volumi che rispecchiano la fluidità del panorama urbano. Il risultato finale derivato dalla fusione tra analisi del Lettering ed elaborazione plastica, volumetrica è la creazione di strutture modulari che compongono un equilibrio compositivo visualmente ritmato. In via Scipione dal Ferro, poi, c’è Seikon: è il più giovane tra gli artisti invitati ed è laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Danzica, dove è nato. La sua ricerca si pone al confine tra la progettazione grafica e la pittura. Attivo nel mondo dell’arte e della sfera pubblica dai primi anni 2000, nel corso del tempo il suo stile si è evoluto nella creazione di modelli geometrici unici che trasformano le superfici interessate. Gli elementi che compongono le sue opere murali, i disegni e le installazioni sono rigidi e spigolosi, paiono influenzati da tendenze quali De Stijl in Olanda o MAC (Movimento Arte Concreta) in Italia. Poco distante, in via Gianni Palmieri (angolo via Scipione dal Ferro), c’è Nuria: una delle poche voci femminili riconosciute all’interno del panorama della Street Art internazionale, il suo obiettivo è l’interazione dialogica con la superficie muraria, uno scambio continuo con la città. Le sue forme aperte, i suoi colori delicati lavorano contro la saturazione e il  sovraccarico di segni a cui ci sottopone il contesto stradale. La sua ricerca da anni si è emancipata da solo contesto urbano, le sue note formali e cromatiche caratterizzano anche lavori su carta, sculture e objet trouve modificati. Infine in via XXI aprile 1945, 38 è possibile ammirare Poesia, artista americano che ha tratto dal writing (e dalla pittura) gli elementi essenziali della sua ricerca: gesto, segno, colore. Le sue opere sono caratterizzate da un’analisi dell’azione pittorica in cui l’improvvisazione ha un ruolo fondamentale e la costruzione della lettera lascia spazio a nebulose di segni e velature cromatiche. È inoltre il fondatore del popolarissimo blog Graffuturism (decades of progression and regression) attraverso il quale racconta l’evoluzione della Graffiti culture. Il progetto, curato da Claudio Musso e Fabiola Naldi, si collega idealmente e storicamente alla mostra “Arte di Frontiera. New York Graffiti”, organizzata nel 1984 alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, evento unico nel suo genere e tra i primi in Europa ad analizzare il fenomeno nato negli Stati Uniti.

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Ma la vera novità di quest’anno è l’evento Cheap on Board – la street poster art di 2501, James Kalinda e Signora K. Cheap, organizzatore del festival di street poster art che si tiene annualmente a maggio nel capoluogo emiliano, propone due interventi site specific realizzati su 70 tabelle affissive in disuso di proprietà del Comune di Bologna, che si traducono in una composita installazione temporanea volta a recuperare, reinterpretandole, le potenzialità comunicative di tali spazi di proprietà collettiva. Gli artisti coinvolti sono tre artisti visivi italiani da tempo attivi nell’ambito della street art, a partire da 2501: “Negative Spaces 02” è il titolo dell’intervento che 2501 ha realizzato sul muro di cinta dell’Autostazione di viale Masini, scandito da ben 13 moduli composti ciascuno da un trittico di bacheche per un totale di 43 spazi affissivi. L’”unità base” utilizzata è una serie di fogli di carta 70×100 cm, fissati temporaneamente su ciascuna tabella affissiva e successivamente dipinti a mano senza riguardo per i limiti spaziali imposti dalla dimensione del foglio stesso. In questo modo, il segno tracciato dall’artista sconfina sulla superficie di ciascun billboard. Mediante la continua sovrapposizione di fogli di carta che vengono traslati, l’insieme del surplus di segni lasciati sull’area affissiva di ciascuna bacheca compone un’altra forma, capace di materializzare graficamente lo spazio negativo e incarnare un intervallo, che diventa equilibrio tra pieni e vuoti. L’opera, rappresentativa della poetica minimalista dell’artista e dei suoi stretti rapporti con la cultura architettonica, trasforma completamente la simmetria e la spazialità delle bacheche, che appaiono così trasfigurate dalla presenza di tracce sottili, al contempo ripetitive e irregolari, interne ed esterne. La centralissima via Indipendenza è il contesto in cui sono installati i progetti di James Kalinda e Signora K, tra cui sono suddivise le 24 bacheche collocate sotto i portici: ventuno con dimensioni 70×200 cm, due 100×300 cm, una 100×140 cm. La proposta si incentra su un linguaggio figurativo, altrettanto forte e penetrante. I poster sono il risultato non della stampa di un vettoriale, quanto piuttosto di una scansione da disegno. James Kalinda parte da una riflessione sul rapporto tra madre e figlio, arrivando a ricomprendere la relazione con la società, dimensione con cui i nuovi nati si rapportano costantemente già da subito. “Gosthmother”, titolo dell’installazione, riprende soggetti e schemi compositivi di ritratti infantili d’epoca: ciascun bambino veniva messo in posa davanti all’obiettivo fotografico, mentre le madri li sostenevano, coperte di teli; una volta sviluppata l’immagine, le donne venivano escluse dal campo visivo per mezzo di un passepartout. La figura femminile fa da ideale collegamento tra i progetti dei due artisti ma mentre nel caso di Kalinda la donna quasi si impone per la sua assenza, il lavoro di Signora K la rimette al centro, rappresentandola nella sua connotazione di “madre-dea”, artefice di una nuova connessione tra l’essere umano e le sue origini, intese come elemento naturale.

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