Dalle gifs animate al Lego: il sistema Banksy

Nel Mondo

Poteva mancare su un blog che parla di street art l’artista che di questo genere è diventato il più famoso portatore sano al mondo? Quello che pare non avere un account Facebook, ma che su quello ufficialmente unofficial conta (al momento) 3.683.626 like? Lo stesso che su Twitter ha almeno sei profili sedicenti “real”, “official” e “original”? Uno che, nonostante tanta visibilità mediatica, l’ha sempre fatta franca senza che nessuno ne conosca il colore degli occhi, la forma del naso, la lunghezza dei capelli? Poteva, insomma, mancare Banksy?

Ovviamente no.

Ma ormai tutti, bene o male, conoscono la sua produzione: i più romantici si sono fatti tatuare la bambina col palloncino a forma di cuore, i più ironici hanno in camera il poster della colf che alza il tappeto, i più raffinati hanno scattato a Bristol una foto dei protagonisti di Pulp Fiction ritratti nell’atto di brandire delle banane. E anche la sua storia, tra luci e ombre, trova alloggio sulle pagine di Wikipedia e nelle infografiche più visionarie.

Ho così pensato a come avrei potuto parlare di “lui”: sono giunta alla conclusione che, piuttosto, avrei potuto raccontare “gli altri”, ossia come il fenomeno Banksy abbia scatenato la fantasia di street artists, nerd, feticisti e rosiconi di tutto il mondo.

Personalmente mi colloco in quella sottile linea che divide i rosiconi dai feticisti: spocchiosamente schierata con chi, ormai, lo considera più un fenomeno imprenditoriale che un missionario dell’arte di strada, riconosco tuttavia che solo un genio come lui poteva inventarsi stancil tanto facili da realizzare quanto profondi nel contenuto. E anche io, come tanti altri, l’ho conosciuto con uno dei suoi più celebri stencil, quello che ritrae un ragazzo, kefia alla bocca, nell’atto di lanciare un mazzo di fiori: lo stesso che il 14enne Ben Azarya ha ricevuto in dono, lo scorso 8 gennaio, da un anonimo signore su un treno di Cumbria, nel Nord – Ovest dell’Inghilterra. Forse Banksy? Chissà, certo è che io, molto più umilmente, lo conobbi per la prima volta l’11 aprile 2008. A pagina 50 del Corriere della Sera campeggiavano due articoli, entrambi sulla mia generazione: il titolo della pagina se l’era aggiudicato Aldo Grasso che presentava il libro “Ginnastica e rivoluzione”, scritto dall’allora 23enne studente di Filosofia alla Statale di Milano Vincenzo Latronico, mentre l’articolo di fondo, “Se il G8 non lascia traccia nella letteratura impegnata”, recava la firma di Alessandro Beretta. A corredo degli articoli era stata pubblicata la riproduzione del famoso stencil, con una curiosa didascalia “Un black bloc lancia un mazzo di fiori, opera dell’artista Cristopher Banski”.

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Secondo Google, Cristopher Banski esiste ed è un digital designer & art director di lunga carriera. Nessuno, tuttavia, sa se quello indicato dal Corriere del 2008 fosse davvero Cristopher Banski (tesi, questa, rimarcata nell’articolo di Beretta) o la storpiatura di Banksy, artista allora ancor poco conosciuto in Italia. Eppure nei paesi anglofoni il personaggio era noto già da tempo: nato nel 1973 (o 1974?) con molta probabilità a Bristol, inizia a pittare negli anni Novanta come membro della Drybreadz crew, al fianco di Kato e Tes. La sua tecnica preferita è, in questa primissima fase, quella dei murales, finchè, mentre si nasconde dalla polizia sotto al paracarro di un tir, nota delle lettere incise nel ferro: inizia così il suo sodalizio con lo stencil, che a partire dal 2000 esporta sui muri di Londra. Qui dà il via a operazioni di disturbo, come attaccare uno steaker gigantesco sulla Tate dopo essersi travestito da pensionato o produrre, nel 2004, finte banconote da 10 Pounds su cui il volto della regina Elisabetta viene sostituito da quello della principessa Diana. Nel 2005 esporta la sua arte di denuncia: dal muro di Gaza, dipinto per più di 200 miglia di lunghezza, a Los Angeles, fino a rientrare nel 2009 a Bristol. Qui espone per la prima volta in una mostra pubblica dall’enorme successo: realizza così il suo primo documentario, “Exit through the gift shop”, che gli frutta una nomination all’Oscar. Il 2013 è l’anno delle sue peregrinazioni a New York: nel frattempo iniziano quei lavori “altri” cui accennavo prima.

  1. Dran, il “Banksy francese” (dicembre 2012)

Dran, street artist di Tolosa, si afferma con il nome di “Banksy povero”: non è un caso, infatti, che le sue opere raccontino storie fortemente critiche verso la società attraverso gli avvisi prestampati sugli scatoloni. “Fragile” accompagna così due sposini, “Detail” due naufraghi tenuti sottocontrollo da telecamere di sicurezza, “Gourmet” lo speco di cibo.

  1. Le gifs animate di ABVH (giugno 2013)

Il mago di Photoshop, il serbo ABVH, raccoglie i recenti lavori newyorkesi di Banksy per trasformarli in Graphic interchange format davvero d’impatto.

 

  1. Lazy Banksy per un Tumblr (luglio 2013)

Lo scrittore Cullen Crawford lancia su Twitter l’hashatg #Banksy2013 con cui descrive, in 140 caratteri, la prossima papabile opera di Banksy. Si aggrega al progetto il disegnatore Michael Nudelman, che per ogni Tweet disegna il rispettivo Tumblr, sollevando Banksy da ogni incombenza.

 

  1. La serie Lego “Bricksy” di Jeff Friesen (aprile 2014)

Il pluripremiato fotografo canadese Jeff Friesen trasforma alcuni dei più famosi lavori di Banksy in opere realizzate coi famosi mattoncini Lego. L’idea pare piacere e pure l’account Unofficial:Banksy pubblica alcune foto di Bricksy comparate con le opere originali dell’artista.

  1. La retrospettiva non autorizzata di Sotheby’s (giugno 2014)

La S|2 di Sotheby presenta la prima retrospettiva non autorizzata di Banksy, “Enterpreneur of the Urban Art Scene”, curata da Steve Lazarides. Non uno qualunque: Lazarides fu infatti agente dello street artist dall’inizio della sua carriera al 2008.

  1. Clacton – on – sea cancella un pezzo “razzista” di Banksy (ottobre 2014)

Nel Sud dell’Inghilterra, nel comune di Clacton – on – sea, il pezzo ironico raffigurante dei piccioni che urlano “Tornatene in Africa” e “Stai lontano dai nostri vermi” a un uccellino esotico viene cancellato. Il motivo? Razzismo. Solo dopo aver scoperto che si trattava di un Banksy, il comune si mangia i gomiti.

  1. Il National Report lancia la bufala dell’arresto (ottobre 2014)

Il sito satirico americano National Report annuncia l’arresto e svela l’identità tramite foto di Banksy: i media internazionali vanno in visibilio ma, ancora una volta, la notizia si rivela una presa per i fondelli. Stando al National Report, l’arresto dell’artista Paul Horner, 35 anni, in arte Banksy, era opera della Metropolitan Police di Londra.

  1. “La ragazza con il timpano trafitto” è deturpato (ottobre 2014)

A proposito di rosiconi, la copia pop della celebre opera di Vermneer, realizzata su un muro di Bristol, viene imbrattata da ignoti con la vernice. Opera rivoluzionaria, sostituiva l’orecchino di perla della ragazza con la centralina dell’allarme dell’antifurto della palazzina.

  1. He or she? (novembre 2014)

Un gruppo di giornalisti e appassionati d’arte segue le tracce di Banksy per le vie di New York sperando di riuscire a dare un volto al protagonista della loro caccia: l’impresa fallisce, ma gli indizi raccolti spingono gli autori  formulare la teoria di uno street artist donna. Ne nasce un libro, “Banksy does New York”.

  1. Lucille Clerc per Charlie Hebdo (gennaio 2015)

Poco dopo la strage al settimanale satirico francese Charlie Hebdo circola sui profili Instagram e Twitter attribuibili a Banksy una vignetta raffigurante tre matite: una è intera e si riferisce a ieri, una è spezzata e si riferisce a oggi e dall’ultima spezzata in due tronconi monchi vengono temperati due nuovi lapis e si riferisce a domani. Il disegno fa il giro dei social e Banksy viene ricoperto di complimenti: solo dopo si scopre che l’opera è farina del sacco della fumettista francese Lucille Clerc.

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