Questi graffiti non s’hanno da fare

Nel Mondo

Non ha bisogno di presentazioni approfondite: lui è David Lynch, il regista che nel corso della sua carriera vanta tre nomination al Premio Oscar per la regia (per “The elephant man”, “Velluto blu” e “Mulholland drive”), la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1990 per “Cuore Selvaggio”, il Prix de la mise en scène del 2001 per “Mulholland drive” e il Leone d’oro alla carrirera durante la 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, in occasione della proiezione in anteprima mondiale di “Inland Empire – L’impero della mente” nella sezione fuori concorso. Forse non tutti sanno che Lynch è anche pittore: surrealista e visionario come nei suoi film, considera Francis Bacon “il migliore, il pittore numero uno, un eroe”. Non uno qualunque, insomma.

E invece proprio lui, qualche giorno fa, è stato protagonista di alcune rivelazioni shock sul mondo dei graffiti, che non sono passate indisturbate alle orecchie di uno dei maggiori critici d’arte del quotidiano britannico The Guardian, Jonathan Joens: apparso sulle pagine di cultura della versione on line, nell’articolo dal titolo a climax ascendente “Graffiti is ugly, stupid and threatening. There’s more creativity in crochet” l’anziano regista ha infatti sostenuto la tesi di un graffitismo causa dei mali e delle bruttezze del mondo. Come mai? Secondo Lynch l’uso delle bombolette è questione più che mai modaiola che, tuttavia, non arricchisce (al contrario, deturpa) ogni angolo del mondo. La questione è aggravata da due elementi: il primo, che non si tratta di una forma d’arte ma di una sottocultura pretenziosa che viene replicata ovunque secondo una griglia predefinita, senza quell’in più proprio dell’estro fantasioso dell’artista; il secondo, che l’iper machismo del movimento in questione lascia a piedi le belle idee decorative che, da sempre, le donne sono state in grado di sfornare.

Nella querelle mi fa sorridere la posizione (più che mai legittima) di un uomo anziano dedito al surrealismo di baconiana memoria: ci sta. Ciò che più mi allarma è piuttosto la spassionata adesione a queste parole âgèe manifestata dal giornalista e, cosa ben più grave, critico d’arte del giornale (storicamente di sinistra) Jonathan Jones. Prese di posizioni disseminate nel testo quali “e ha ragione, naturalmente”, “afferma l’ovvio” e  “complimenti Mr. Lynch” denotano non solo un certo anacronismo nelle parole di un uomo che scrive per il The Guardian da soli 16 anni, ma anche una scarsa conoscenza di quella cultura artistica, sociale e comunicativa che sono i graffiti. L’unica soluzione è che il signore in questione si faccia una bella ripassata della storia del movimento, guardando prima all’aspetto umano e poi anche a quello estetico che ha mosso intere generazioni a investire tempo, voglia e risorse di ogni genere: questo blog vorrebbe (potrebbe?) essere d’aiuto a lui e a quanti la pensano allo stesso modo.

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