Dell’imprevedibilità della Street Art

Interviste

Salvaguardare il patrimonio artistico nazionale, comprese quelle opere acquisite da artisti stranieri che sono ormai diventate il simbolo inequivocabile di una grande città italiana. Salvaguardare, insomma, l’unica opera di Banksy in Italia. È il progetto che, a pochi giorni dal deturpamento di un’opera dello street artist in un quartiere periferico di Londra, l’Osservatorio sulla Creatività Urbana INWARD e il comune di Napoli hanno deciso di lanciare per preservare l’opera della capitale partenopea, la Madonna di piazza Gerolomini.

A Napoli Banksy aveva già lasciato altre sue tracce, costrette però in poco tempo all’oblio: alcuni dei suoi celebri topi sono stati con ogni probabilità coperti, mentre la sua interpretazione dell’Estasi di Santa Teresa in via Benedetto Croce è stata coperta da un giovane writer locale e prima ancora attaccata, a quanto pare, da incauti imitatori delle ceramiche vietresi di Cyop & Kaf, prodotte appena qualche tempo prima. Per evitare altre perdite, insomma, Inward e il comune di Napoli l’hanno pensata bene: un arresto preventivo del degrado che non ricorra all’uso di lastre invadenti ma di soluzioni che dovrebbero fermarne il deterioramento.

Ma non si rischia, così, di sfidare l’essenza volutamente effimera della Street Art? “Secondo noi – mi risponde Luca Borriello, direttore ricerca dell’Osservatorio sulla Creatività Urbana INWARD – non esiste una legge statutaria nella natura di questo genere artistico: la Street Art oggi si può dire una convergenza di una buona porzione di graffiti writing andata anche in questa direzione, una porzione meno ampia di arte urbana di tipo pubblico e una percentuale variabile di altre professioni della creatività visiva, tra illustratori, pittori, disegnatori, che esperiscono la strada in via del tutto eccezionale dalla propria quotidianità e, soprattutto, dalla propria storia. A suo favore giocano molti fattori, tra cui la sua capacità di comunicare e mettere in comunicazione il suo pubblico: proprio in virtù del suo ruolo sociale ed esplicativo, la Street Art ha bisogno di vivere e permanere. Possiamo dire che, salvo eccezioni, se il graffiti writing è sempre stato ed in buona parte continua ad essere identitario della persona, autorappresentativo e gergale, la street art si sta mostrando sempre più identitaria dei luoghi e delle comunità, anche in senso critico, e rappresentativa dei territori, sebbene siglata di volta in volta dagli stili degli artisti che la realizzano.

Un discorso davvero all’avanguardia, che sfida pregiudizi nati e radicati proprio in quel mondo che avrebbe tutto l’interesse ad appoggiare progetti come questo. Ma cos’è INWARD? E di cosa si occupa esattamente? La mia chiacchierata con Luca Borriello, direttore di ricerca dell’Osservatorio sulla Creatività Urbana INWARD.

Chi siete e quando nascete?

La nostra storia risale davvero a tanto tempo fa: nei primi anni Novanta, per me a partire dal 1990, facevamo chi rap e chi graffiti, muovendo i nostri primi passi in una giovane cultura hip hop italiana. Con Salvatore Pope Velotti, ora direttore sviluppo INWARD, organizzamo le prime jam insieme nel 1998 e 1999, conoscendo molto bene tutti i protagonisti della scena italiana, alcuni dei quali sarebbero poi diventati importanti street artisti. Forti di questa esperienza nel 2004 fondiamo un’organizzazione nazionale molto ampia, che si occupa di graffiti, audiovisivo, ingegneria del suono, musica elettronica, arte contemporanea, design, e che promuove piattaforme più stabili ogni volta che uno dei temi trattati riesce a spiccare il volo. Nell’ambito dei graffiti, quindi, nel 2006 creiamo INWARD, come osservatorio che svolge ricerca e sviluppo nell’ambito della creatività urbana, operando con un proprio modello di valorizzazione.

Quali sono i vostri progetti?

I settori in cui lavoriamo sono quattro: pubblico, privato, no profit e internazionale. A questo scopo ci avvaliamo di un consiglio scientifico e di un consiglio direttivo, di un comitato di ricerca e di un comitato di sviluppo con otto unità operative (Governi, Università, artisti, aziende, associazioni, sociale, Europa, Mondo) che lavorano con sei piattaforme permanenti.

La prima è Italian Graffiti, il notiziario del primo network di città e comuni della creatività urbana, creato in collaborazione con Anci, Associazione Nazionale Comuni Italiani. Dopo avere avviato una consulenza tecnica (a seguito del primo bando italiano a vantaggio di interventi di creatività urbana in Italia) con la presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2013 Anci ha confermato la fiducia in noi con la firma di un nuovo accordo di partenariato nazionale di ampio respiro.

La seconda è Inopinatum, il primo centro studi internazionale dedicato alle ricerche e analisi interdisciplinari sulla creatività urbana, creato in collaborazione con la Sapienza Università di Roma. A questa si è unito un coordinamento scientifico costituito da 12 università italiane e 40 ricercatori internazionali, con attività seminariali in tutta Italia. Inopinatum è anche un marchio editoriale che promuove gli studi degli associati e che, ogni anno, realizza una pubblicazione collettanea.

La terza è Streetness, scuderia dei migliori street artists italiani ed esteri nel sistema dell’arte contemporanea. Sotto questo nome sviluppiamo linee speciali di produzione industriale, abbiamo in corso di acquisizione una galleria d’arte dedicata alla ricerca e alla promozione degli street artists, abbiamo fondato la prima associazione per la valorizzazione della figura professionale del curatore di Street Art e curiamo una rubrica sulle aziende che si avvalgono della street art per marketing o design, in partnership con Ninja Marketing.

La quarta è Dothewriting!, coordinamento della Rete nazionale delle Acu, Associazioni per la Creatività Urbana (36 in 16 regioni d’Italia) con la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù.

La quinta è Cunto, il primo Centro Territoriale per la Creatività Urbana, avviato con la Fondazione Vodafone Italia, la Presidenza del Consiglio dei Ministri – dipartimento della Gioventù e una rete di oltre 40 partner.

La sesta e ultima è Urban Creativity Alliance, il primo network internazionale di organizzazioni che lavorano con la creatività di Gambia, Canada, Russia, Inghilterra, USA, Francia, Kenia, Portogallo, Olanda, Polonia, Spagna, Bielorussia, Georgia.

Ah, i comuni italiani..! Molti promettono eventi di Street Art, poi non li concedono e infine reprimono con le multe. Qual è la vostra relazione con Anci?

Per realizzare le nostre prime jam nel 1998 e nel 1999 dovemmo chiedere le autorizzazioni al comune che ci ospitava, San Giorgio a Cremano. La risposta, già all’epoca, fu positiva e pensammo che sarebbe stato sempre così facile in seguito. Tuttavia certi pregiudizi sul fenomeno permangono (molto spesso chiamano i protagonisti ancora allo stesso modo, “imbrattatori”, “graffitari”) e, per questo, il dialogo con i Ministeri e Anci è fondamentale: nel primo caso si ha una discussione di più ampia levatura, mentre nel secondo si va, senza mezzi termini, a dialogare opportunamente col territorio.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Stiamo lavorando su molti livelli ed abbiamo dalla nostra due guide teorico-pratiche, le chiamiamo inopinatum e streetness, che non a caso intitolano due delle nostre piattaforme, quella di maggiore ricerca e quella di maggiore sviluppo. Inopinatum vuol dire “imprevista impertinenza” e, nonostante le mille variabili della street art attuale, quindi anche la perdita del mordente illegale originario della sua forse più intima natura, ciò che ne tutela il valore è in quest’espressione a due termini: la street art deve essere imprevista, anche nella qualità, nell’impatto, nel messaggio, ed impertinente, perché, se non scuote le coscienze, tra i sorrisi ed i ghigni, oggi non occorre riversare in pubblico quantità di colore in forma di rappresentazione; sull’altro versante, nonostante l’ormai diffusa e a volte abusata maniera di porre su oggetti e indoor qualcosa che si chiama street art o ad essa si riferisce, e che per l’appunto sta sui pezzi di città, outdoor, non crediamo vi sia nulla di aberrante: solo occorre che, nel procedere, vi sia coscienza da parte degli artisti ed eventualmente degli operatori, anzitutto ai primi corrispondendo la capacità di trasferire streetness, il senso della strada, dall’opera complessiva che si realizza in città, con tutte le sue caratteristiche, all’occasione di lavorazione in galleria, su tele, in scultura o in altro contesto e formato, processo animato dagli stessi principi della citazione, del riferimento, del rapporto tra soggetto ed oggetto, dell’estetica, e che quindi denuncia finalmente la maturità del fenomeno. Chi fa solo un’avventura in strada per rendere più attuale la propria produzione artistica, solitamente realizzata altrove e altrimenti, semplicemente non sa cosa sia la streetness. Ecco, streetness e inopinatum sono, a nostro avviso, due dei nuovi paradigmi dello studio e della valorizzazione della creatività urbana.

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