Beast, il fotomontaggio si allea con la strada

In Italia

La foto, incorniciata ed esposta lo scorso 21 aprile in via Solferino a Milano, mostra una ventina di migranti assembrati chissà dove, mentre la scritta che accompagna le immagini urla più di loro: We are not businessmen we are a business, man. Tutte le volte che mi capita di vedere le opere di Beast il mio ricordo va inevitabilmente ai fotomontaggi che nella Germania degli anni Trenta il grafico dadaista Helmut Herzfeld, noto ai più come John Heartfield, faceva per la rivista tedesca “A-I-Z”. La tecnica, mutatis mutandis, è la stessa: applicare i ritratti degli uomini di potere (Hitler e Goering di inizio Novecento, Berlusconi e Renzi di inizio Duemila) a contesti stranianti e provocatori perché inadatti all’alone di ufficialità che le istituzioni portano con sé, il tutto condito da frasi a doppio senso, che giocano con le parole e aiutano la lettura iconologica dell’immagine.

Se Beast dovesse mai leggere questo mio articolo non si troverebbe d’accordo con i paroloni che gli sto attribuendo: forse per ruffianeria o forse perché lo pensa veramente, il grande protagonista della Guerrilla Art famoso in tutta Europa ha troppo rispetto per gli artisti che ammira per definirsi tale. “Io – ha detto in un’intervista del 2013 – non so fare una “o” col bicchiere, i miei lavori sono semplici collage. Sono un vignettista, mi interesso di politica e sociale, cerco quasi sempre di farti ridere”. Eppure i suoi fotomontaggi sono sempre incorniciati, messi sotto vetro ed esposti in una grande museo pubblico (la strada), dietro a transenne (i dissuasori), e visitati da tantissima gente (i passanti). Ciò che c’è di sicuro è che, artista o meno, è sempre riuscito a fare centro.

Il suo We are not businessmen we are a business, man non è che l’ultimo di una lunga sfilza di lavori in cui l’artista (sì, lo voglio chiamare così!) ha riso e fatto ridere con i suoi fotomontaggi assurdi dove la protagonista più bersagliata è stata la politica italiana del nuovo millennio. Quelli che qui vi presento sono gli stessi che hanno trovato maggiore riscontro sulla stampa locale e nazionale perché, ve l’assicuro, la sua produzione è davvero sterminata.

Tutto inizia nel 2010 quando il premier Silvio Berlusconi diventa la sua prima vittima sacrificale: a giugno è un capellone Lennon a fianco di Yoko Hono nell’opera Imagine di largo La Foppa, a luglio è un fantino che, in sedici manifesti, cavalca giovani donne in galleria Vittorio Emanuele II nell’opera Ma la notte no!, a ottobre si aggiudica la copertina di “Playboy” in versione hard e soft – core in dieci edicole sparse per il capoluogo meneghino.

Nel 2011, dopo una parentesi all’estero tra Los Angeles, New York e Berlino, il gorilla bianco su sfondo rosso simbolo di Beast torna in Italia. E qui nel suo mirino finiscono altri volti noti del centro destra: a giugno Ignazio La Russa, Umberto Bossi, Renato Brunetta, Franco Frattini, Emilio Fede e l’immancabile Silvio Berlusconi vengono (s)vestiti da Looney Tunes in That’s all folks! di corso Garibaldi, mentre a luglio di nuovo Silvio Berlusconi viene preso in giro per il caso RubyGate, ritratto in fasce nell’atto di abbracciare teneramente un neonato nell’opera Since 1963 (anno di nascita di Mr. B.) di largo Cairoli.

Il 2012 è la volta di Me all in di largo La Foppa, con specchi che riflettono il paesaggio urbano e al centro il corpo di un bambino che gioca a fare il fantasma e di It’s an E! True Hollywood story, sostituzione del testo delle colonnine per le informazioni turistiche in giro per Milano con la biografia del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni.

Nel 2013 Ready to go ironizza sulla situazione di stallo italiana raffigurando in largo La Foppa una vecchia auto abbandonata dai colori nazionali, guidata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal presidente del Consiglio Enrico Letta e da Silvio Berlusconi, mentre inizia a prendere in giro anche il centro sinistra: in piazza Piemonte appare il suo primo ritratto in Made the most of all my days and still I’m on the wrong place in cui Pierluigi Bersani, segretario dimissionario del Pd, è sdraiato su un lettino da psicanalisi accerchiato dai suoi peggiori incubi, la crisi industriale, i giovani senza lavoro, gli esodati, carrozzine in fiamme ma, più di tutti, un irridente Matteo Renzi che gli fa da psicologo. Ma il meglio del 2013 è rappresentato dalla serie You Serpents: alle colonne di San Lorenzo Beast appende 15 quadri che dipingono il premier Renzi in molteplici personaggi, da protagonista dei balletti rivoluzionari cinesi, fino a componente dei Beastie Boys in compagnia di Gianni Cuperlo e Pippo Civati.

Il 2014 si apre con la vecchia location di porta Ticinese ma i soggetti diventano i più vari, raggruppati in serie: il ciclo Spring is here ritrae il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano travestito da giocoliere, Massimo D’Alema in posa con abiti da marinaio, Silvio Berlusconi prestigiatore in frac, il premier Matteo Renzi avvolto in un mantello con la scritta Ceci n’est pas un communiste, mentre nel ciclo All hail the pessimist, all hail the anarchist! ironizza sui possibili scenari successivi al 10 aprile, quando a Milano il tribunale di sorveglianza ha deciso sull’eventuale affidamento di Silvio Berlusconi ai servizi sociali per la condanna definitiva sul caso Mediaset. Le soluzioni? Berlusconi alle prese con un lavoro a maglia, seduto su un trono in una stanza disabitata, oppure intento a giocare a golf circondato dal fedelissimi Gianni Letta, Giovanni Toti e il figlio Piersilvio. My venins are blue viene affisso in corso Garibaldi e tramuta in prestigiose opere della maniera Moderna i volti di Renato Brunetta, Alessandra Moretti, Giorgia Meloni e Daniela Santanché, passando per il guru del Movimento 5 Stelle, Gianroberto Casaleggio. Sempre su questo filone è You were Norma Jean, I was James Dean che, in occasione dell’assoluzione di Berlusconi al processo RubyGate, lo ha raffigurato come il Wallenstein di Piloty sia da morto sia da spirito. Ma il pezzo forte del 2014 è I am me, we are us and that’s all che in corso Garibaldi ha dato vita al siparietto in cui il ministro Maria Elena Boschi in compagnia di un plotone di Renzi clonati al cospetto del presidente della Bce, Mario Draghi e del primo ministro tedesco Angela Merkel che assiste alla scena piuttosto divertita. Ultima opera del 2014 è Stayed away a thousand days and things have changed like a decade in cui beast scherza sul cambio di guardia nella direzione del Partito democratico: gli ex leader del Pd Massimo D’Alema, Guglielmo Epifani, Gianni Cuperlo e Pierluigi Bersani), fotografati in un drammatico bianco e nero, vengono ritratti in solitari attimi di riflessione, sospesi in stanze vuote, con espressioni malinconiche.

E nel 2015? Dopo We are not businessmen we are a business, man i milanesi attendono il giorno in cui, sulla strada del lavoro, si imbatteranno, chessò, in un Alexis Tsipras dai pantaloni a vita bassa che salta sul banco di Draghi e alza le braccia in segno di spauracchio, senza coriandoli o “confetti”.

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