A Roma la street art si porta in palmo di mano

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Le istituzioni l’avevano promesso: ora, finalmente, la mappatura di tutta la street art romana ha un nome, “Cambia prospettiva. La strada è il tuo nuovo museo”. E 50mila mappe cartacee distribuite in tutti i punti turistici della città.

Si tratta di una cartolina 15×24 cm di facile consultazione che, tuttavia, cela un gigantesco lavoro di mappatura operato dal comune di Roma. Qualche numero? Le opere considerate sono 330, nate spontaneamente negli anni dal lavoro operato da 120 artisti (di cui oltre la metà italiani) provenienti da tutto il mondo sui muri di 150 strade e 13 municipi romani. Di tutta questa mole di opere 40 muri sono stati dipinti nei soli mesi di gennaio e febbraio 2015, grazie al bando “Roma creativa” indetto dall’assessorato capitolino alla Cultura e al Turismo. Ed ecco che in un comodo flyer si può dire di avere in pugno le 18 facciate di Tor Marancia e le opere di Hitnes a San Basilio, passando per lo storyboard onirico di Alice Pasquini in via dei Sabelli, nel quartiere di San Lorenzo, fin fuori dal raccordo, con il murales realizzato da Diavù alla Collina della Pace di Finocchio. Il progetto della mappa, fortemente voluto dall’assessore alla Cultura Giovanna Marinelli, unisce centro e periferie, con l’obiettivo di invadere di turisti anche le aree più lontane dal Municipio 1.

Alla mappa si affiancano vari strumenti di fruizione: Artribune, insieme a Campidoglio e municipi, ha realizzato l’app “Street art Roma” per smartphone Apple e Android, che permette di muoversi in città geolocalizzando le opere, arricchite da schede informative e dettagli. A essa si aggiunge una sezione del sito www.turismoroma.it  che in una campagna rivolta anche ai romani, permette di segnalare all’amministrazione le opere del proprio quartiere ancora non censite, creando un grande archivio digitale (nella sezione “scopri Roma”) per muoversi tra i quartieri della street art fino alle stazioni della metropolitana, tra cui Spagna e Monti Tiburtini. E anche il colosso informatico statunitense Google si è accorto del fiorire di street art della capitale. Così ha contattato i romani di NUFactory per accogliere nella piattaforma del Google Cultural Istitute i muri dipinti della città, digitalizzandoli e archiviandoli, per farli resistere al degrado conservandoli nella memoria della rete. ” Abbiamo già immesso oltre 100 opere ad altissima risoluzione – spiega il curatore Francesco Dobrovich – ma entro settembre puntiamo a superare le 300, posizionando Roma subito dietro Londra e Parigi, sul podio delle capitali della street art”.

“Ora Roma può confrontarsi con città come Londra, Parigi e San Paolo, che da anni hanno la loro mappa della street art”, ha commentato l’assessore alla Cultura, che ha anche in programma di “trasformare il museo Macro nella Casa delle street art, come un centro di documentazione sull’arte urbana in sinergia con quel che avviene nelle strade”. In un futuro non molto lontano, quindi, mentre uno street artist, magari internazionale, dipinge decine di metri di muro in periferia, gli spazi espositivi di via Nizza potrebbero ospitare una sua mostra indoor, facendo ancora una volta dialogare istituzioni culturali con il mondo spontaneo dell’arte urbana. E per il Giubileo il vicesindaco Luigi Nieri ha in mente “percorsi ad hoc per far conoscere a turisti e romani l’arte dell’intera città, dentro e fuori dai musei, con bus turistici a due piani che vedremo anche a Tor Bella Monaca o a Ostia”.

Non sono tuttavia mancate le polemiche, come quella apparsa nell’articolo “Roma: il sindaco Marino spaccia la street art per riqualificazione delle periferie” dell’architetto Eleonora Carrano sul sito de Il Fatto Quotidiano. Tante le accuse, prima fra tutte quella di fare “passare per riqualificazione urbana delle periferie l’iniziativa – ben più  modesta e discutibile –  dei progetti di arte pubblica o “street art” con la quale, diversi artisti internazionali hanno dipinto le facciate delle case popolari a San Basilio, Tormarancia, Tor Pignattara”. Nell’articolo si legge che “l’operazione viene celebrata sul sito ufficiale del Comune di Roma con un’enfasi sproporzionata all’evento”, come se rendersi istituzione open source, stampare 50mila cartine a colori e, solo negli ultimi mesi, assoldare 40 artisti da tutto il mondo, stanziare 200mila euro e produrre una mole di opere pari ad anni di lavoro in tante altre città italiane sia ordinaria amministrazione. L’autrice del panegirico passa così a una pietosa quanto poco giornalistica definizione, dizionario alla mano, del termine “riqualificazione urbana” che, secondo lei, non ha nulla a che vedere con “il discusso fenomeno artistico”: testimone ne è, con una sua dichiarazione, l’artista Massimo Mazzone, docente all’Accademia di Brera che definisce la street art una etichetta commerciale. Insomma, un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono. E qui la stoccata finale: “Come tutti sanno infatti […] Tor Bella Monaca, Corviale, San Basilio, Torpignattara, ecc. hanno bisogno di “colore e fantasia” e non di biblioteche, di centri anziani, di impianti sportivi, di parchi – cioè di progettazione, architettura, di investimenti a lungo termine –  che hanno arricchito e continuano ad arricchire le periferie delle grandi capitali europee. Si pensi al caso emblematico del quartiere popolare Raval nella zona di Ciutat Vella a Barcellona, simbolo del degrado prima, e della riqualificazione urbana poi, che – a partire degli anni ’90 – ha visto la sua rinascita grazie alla realizzazione di un centro sportivo, di una residenza per studenti universitari, del Centre de Cultura Contemporània de Barcelona o CCCB, (istituzione pubblica dedicata allo studio di  temi urbani) e  la costruzione del Museo di Arte Contemporanea (MACBA)”. Forse Eleonora ignora che proprio il quartiere di Raval è uno dei posti simbolo della street art di Barcellona: da qui partono tour di tutti i tipi alla scoperta dei suoi centri sociali Okupas, delle sue forme di arte contemporanea di strada, dei suoi murales a opera di uno degli artisti più in vista nel panorama mondiale, il francese C215, delle cui opere a Raval è addirittura consultabile un catalogo on line.

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