Quando la retorica avanza (e non sappiamo dove metterla)

Recensioni

Il 27 ottobre 1480 i pittori Perugino, Botticelli, Rosselli, Ghirlandaio e i rispettivi collaboratori iniziarono ad affrescare, con storie tratte dall’Antico Testamento, le pareti laterali della Cappella Sistina. Ma nel secolo successivo avvenne il primo smacco: Michelangelo distrusse la maggior parte delle opere realizzate dai suoi predecessori per apporvi il suo lavoro, quello che interessò la volta prima e la parete del Giudizio Universale poi. Ma nel 1564 anche il grande artista del Rinascimento italiano venne a sua volta sottoposto a una sorta di damnatio memoriae: il pittore Daniele da Volterra, da quel momento passato alla storia come il Braghettone, vestì infatti le nudità dei santi michelangioleschi con le famose “braghe”, oscurando così per sempre la potenza che i corpi sprigionavano nella loro assenza di veli.

Questo excursus storico artistico non è solo la dimostrazione che cinque anni di studio della Storia dell’Arte qualcosa mi hanno lasciato: è la dimostrazione del fatto che, anche in tempi non sospetti, la cancellazione o la sovrapposizione di pitture con altri segni grafici è esistita. E, come tale, va deprecata. Oggi gli artisti non si impegnano nella cucina di uova, vino, olio e pigmenti per la creazione del colore: oggi uno dei mezzi usati è quello della vernice spray, spruzzata su muri e strade, tanto velocemente da potere imbrattare un’opera già esistente senza il rischio di essere pizzicati dalle forze dell’ordine. In questi giorni, in Italia, sono stati due i casi più clamorosi che hanno smosso le coscienze e che hanno portato i soliti noti ad analizzare il problema con “servirebbero tanti calci nel culo”.

Il primo caso è quello che ha interessato, lo scorso 28 aprile, uno dei muri del tour turistico “Street Art” di Roma, quello di via Lentuli nel quartiere del Quadraro. Qui sono state realizzate diverse opere firmate da Diavù come “Quadraro People” e “Art Pollinates Quadraro”, da Zelda Bomba, da Malo Farfan e da Dilkabear & Paolo Petrangeli. Il murales imbrattato è stato realizzato accanto a Largo dei Quintili, in uno dei luoghi simbolo della Resistenza a Roma: qui infatti c’è un monumento che ricorda il rastrellamento del Quadraro avvenuto il 17 aprile 1944.

Nel secondo caso, diverso nella forma ma uguale nel risultato, una crew (latina, ipotizzo io) ha abbruttito il già di per sé brutto muro di una delle nuove balconate che affacciano sui navigli milanesi, riaperti da poco nel tratto della Darsena. Tiburon è la tag, in verde fluo, comparsa nella notte tra 27 e 28 aprile. Devo dire che su questo secondo punto i media italiani si sono proprio scatenati: oltre alla (prevedibile) prima pagina milanese de il Giornale che, questa mattina, spiegava che “questa Darsena sfregiata è davvero il simbolo di questa Milano in balia di vandali, writer e illegalità”, ci sono due articoli che hanno attratto la mia attenzione. In “Tutto inutile” su Milanodavedere.it leggo: “Ci vorrebbe l’educazione dei nostri nonni che fortuna loro, quattro sberle le potevano dare a chi non si comportava nel modo corretto. E’ vero che qui più di quattro sberle servirebbe tanti calci nel culo, ma tant’è..”. Mentre nell’articolo “I cretini che imbrattano la nuova Darsena hanno tanti papà” di Milanopost.info: “Ai tempi della Moratti il Comune ripuliva i suoi edifici e aiutava con tariffe ridotte i privati a ripulire. Oggi coltiva con iniziative e premi i cosiddetti street artist (proprio in zona 5 e 6, dove c’è la Darsena). La sinistra ha addirittura fatto approvare una mozione per riconoscere il valore artistico di questa pratica, mentre non dice nulla e anzi tutela la ignobile abitudine di lasciare una scia di scritte e graffiti dopo ogni passaggio di manifestazione studentesca. I graffiti dei centri sociali sono ritenuti addirittura un reperto storico da tutelare”.

Tremate tremate, le retoriche sono tornate: accostare il tagging al muralismo, fare notizia coi vandali e non coi progetti (legali) di ben altro spessore artistico e sociale, fomentare tematiche che, si sa, la città ingoia a malavoglia, ridurre il problema a “calci nel culo” e “quattro sberle”. Ma è davvero ciò di cui Milano, città che tra due giorni ospiterà oltre 130 Paesi da tutto il mondo, ha bisogno? Chissà cosa penseranno (anche) delle nostre politiche sulla street art gli americani, gli olandesi, gli inglesi e i francesi. Pochi se ne ricordano, ma il Comune impugna una delibera che preveda la localizzazione e quindi la concessione agli artisti di cento muri legali in città: a chi “la fa fuori dal vaso” il Comune ha poi appioppato multe salatissime con il discutibile metodo che prevede di colpirne uno per educarne cento. E se proprio vogliamo dirla tutta, non era stato Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura nella tanto rimpianta giunta Moratti, ad avere dato il via alla tutela dei murales del Leoncavallo nel 2006? Quella stessa giunta che tra 2007 e 2008 cancellò per ben due volte il murales dedicato a Dax proprio alla Darsena: fu ancora una volta Sgarbi a criticare la decisione dell’allora assessore al Decoro Maurizio Cadeo parlando di “crudeltà”. Di Dax, e di tanto altro ancora, oggi la Darsena come Milano avrebbero bisogno: i calci in culo meglio lasciarli alla retorica.

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