Se Bella Milano non fa Milano bella

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A “Nessuno tocchi Milano” era stata tutta un’altra storia: il 3 maggio scorso 20mila volontari erano scesi per le strade tra piazzale Cadorna e via Carducci per pulire le scritte no Expo, no Tav, no banche, no tutto lasciate dai Black Bloc in coda alla May Day Parade. Un’ottima iniziativa, a mio parere, perché concentrata sulla pulizia di quelle scritte in quella zona dopo quelle devastazioni. Ma, si sa, l’eccessivo entusiasmo porta gli sprovveduti a farla fuori dal vaso, ed ecco che questa volta proprio gli sprovveduti ci sono cascati: “Nessuno Tocchi Milano” si è evoluta in “Bella Milano” e il 16 maggio ha portato 1300 volontari a cancellare indiscriminatamente tag, scritte e in un caso anche un’opera d’arte.

La triste sorte di damnatio memoriae questa volta è toccata a una delle prime opere di Pao, realizzata nel 2001 assieme a Linda in un parco giochi di via Cesariano: a quell’epoca residenti, commercianti ma soprattutto bambini avevano preso parte alla realizzazione del pezzo, certo non autorizzato ma di sicuro (ri)qualificativo della zona. A 15 anni di distanza lo stesso Pao così ricorda quel lontano 2001 su una nota apparsa sul suo profilo Facebook: “Nel 2001 dipinsi insieme a Linda il muro di via Cesariano. Uno dei miei primi muri, realizzato con il consenso dei frequentatori della piazza, genitori, abitanti, negozianti. Ottenere il permesso da parte del Comune era operazione impossibile, quindi decidemmo di fare quello che ritenevamo giusto, andando oltre agli ostacoli burocratici. A volte, seguire la propria coscienza è la cosa giusta da fare, a volte il bello dell’arte è proprio questo. Raccogliemmo i soldi per i colori, coinvolgemmo i bambini, facendoci aiutare da loro per colorare, chiudemmo l’esperienza con una bella festa di inaugurazione. Un vigile passò di lì e in quanto dotato di buon senso, ci disse di continuare, che lui non aveva visto niente 😉 Da allora il muro ha caratterizzato un parchetto altrimenti anonimo regalandogli una anima. Seppur non si tratta del muro più bello che io abbia realizzato rimane uno dei più sentiti, proprio per la sua funzione sociale. L’estetica della città necessita di spazi di colore, che alimentino la fantasia e il buon umore, questo non vuol dire che si debba colorare tutti i muri, ma un parchetto frequentato da bambini è un luogo che per sua natura e funzione deve essere colorato”.

Ma non per i volontari di “Bella Milano” che hanno coperto l’opera (fiori, api e buffi animali monocromi) armati di tuta, pennello e vernice rosa scolorito. Immediata la risposta dei genitori che hanno fatto le loro rimostranze perché “questi disegni qua piacciono a mia figlia che tutti i giorni viene qui a giocare”. D’altro canto i volontari, guidati da una ragazza, hanno fatto valere la tesi del “come fate a volere che i vostri bambini vivano nello sporco?”. Già, “sporco”, non opera d’arte prodotta da uno street artist, un artista, ormai tra i più quotati d’Italia, che ha appena chiuso la sua personale alla galleria ArteA Gallery di corso Buenos Aires e gira l’Europa per commissioni da aziende straniere. Pao, quello che produce “sporco”, così ha commentato il fatto: “L’intervento di ieri dei volontari di Retake Milano è stato quanto meno avventato, certo il murales era scolorito, con qualche pasticcio sopra, ma è evidente che per molti era ancora preferibile al noiosissimo rosa pallido che hanno scelto. Non era meglio prima parlare con i residenti? E magari contattare chi quel muro aveva dipinto, se pur senza permesso ufficiale, con il consenso dei fruitori di quello spazio?”.

Ripreso da una camera, postato sulle pagine dei più famosi quotidiani italiani, fatto oggetto di polemiche e sberleffi dalla comunità social (la battuta più quotata è stata “Nuovo appuntamento per domenica! Tutti in corso Magenta con pennello e vernice presso il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a coprire un murale tutto scrostato che deturpa la parete da tempo immemore!”), il fattaccio dovrebbe farci riflettere. I volontari, bisogna riconoscerglielo, stavano lavorando nel rispetto delle direttive, ma hanno anche dimostrato di non sapere scindere cosa è arte da cosa è degrado. E la colpa va in primo luogo ai nostri governanti: senza un riconoscimento alla street art, senza una sua mappatura, senza una sua tutela legata alla legalizzazione di una forma d’arte come tante altre nella storia dell’uomo, potrebbero succedere ancora cento, mille di questi fatti. La fatica a distinguere tra “scarabocchio” e “opera d’arte” è ancora immensa, e lo riscontro leggendolo su quotidiani che della “lotta al degrado” hanno fatto il loro cavallo di battaglia, parlandone con adulti e, ahimè, con ragazzi della mia età, studiando libri che quasi mai danno spazio a questa forma d’arte che come tale è stata riconosciuta all’estero già a partire dagli anni Ottanta. Certo, qualcosa si muove, ma è sempre affare lasciato al buon cuore di singoli cittadini, simpatizzanti o street artist loro stessi: la pagina Facebook di Pao è infatti stata inondata di messaggi di sostegno all’artista, da Milano come da Ferrara, da Trento e addirittura da una famosa marca di birra, la Ceres, che con un fotomontaggio ha criticato la cancellazione dell’opera.

Per amor di cronaca anche la giunta milanese, con l’assessore Pierfrancesco Maran, ha contattato Pao, spiegando che i volontari erano dispiaciuti per l’equivoco e chiedendogli di realizzare un nuovo murales sulla parete imbiancata. “Mi spiace per quello che è successo – mi ha detto Pao – ma sono contento della solidarietà dimostrata. Maran mi ha chiesto di riprodurre l’opera e io gli ho risposto che ci sto”. E, sempre su Facebook, chiosa: “Spero che questo episodio possa portare ad un passo avanti nella questione: se l’inquinamento visivo (tag, ma anche pubblicità, segnaletica selvaggia, obbrobri architettonici) da fastidio alla maggioranza delle persone, è necessario capire che la città è luogo delle differenze e della convivenza, luoghi di espressione libera sono necessari e salutari quanto zone pulite ed ordinate, i graffiti e la street art non sono il male, ma a volte persino una risorsa, per una città migliore, più bella. Qualsiasi eccesso stroppia: una città coperta di tag è brutta quanto una città di un unico colore”.

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