Egitto, i graffiti si fanno media della rivoluzione

Nel Mondo

Per tutti gli egiziani la data fatidica è stata quella del 25 gennaio 2011: quel giorno, dopo 18 giorni di occupazioni in piazza Tahrir, si mosse la rivoluzione egiziana. Solo un anno dopo, nell’ottobre 2012, Elisa Pierandrei, giornalista, scrittrice ed esperta di mondo arabo, ha pubblicato il reportage narrativo in versione ebook “Urban Cairo. La Primavera Araba dei graffiti”: qui racconta in prima persona le proteste e le mobilitazioni di piazza attraverso un linguaggio nuovo e veicolato da tutti i media. Quello della street art egiziana. Elisa Pierandrei ha tenuto ieri, nell’ambito del convegno internazionale “Media e politica: discorsi, culture e pratiche”, la lectio “Alternative Media: Cairo’s graffiti and Street Art in the January 25th Revolution”: eccone qualche riflessione, e un’intervista.

A ben vedere le sommosse in Egitto non sono certo state le prime, o le uniche, ad avere usato come linguaggio universale quello dei graffiti: la rivoluzione dei garofani nel Portogallo del 1974 o le proteste di Occupy Hong Kong nel 2014 sono stati fenomeni paralleli a quello egiziano. Ma qui le peculiarità sono state tante, a partire dai protagonisti, una manciata di artisti fatti strumento creativo per diffondere lo stato di dissenso e per trasferire nello spazio pubblico la cultura della protesta. A loro, come ai colleghi di tutto il mondo, i graffiti sono serviti per risvegliare le coscienze dei compatrioti e invitarli a unirsi alle proteste. Sono stati costoro, pionieri di un’arte non del tutto sconosciuta all’Egitto, a essersi mossi per primi in clandestinità, influenzati dalle emanazioni e dalla evoluzione della cultura hip hop nella religione. I primi lavori altro non erano che scritte realizzate con bombolette (industriali, non professionali) rosse o nere che riportavano slogan anti Mubarak, gli stessi che erano visibili su un altro tipo di muro, quello virtuale di Twitter e Facebook. Ma poi la tecnica si è evoluta ed è giunta a toccare tutti i canali tradizionali della street art: bombolette spray professionali, stencil e steaker contaminati con grafica, design e tipografia che hanno assai risentito dell’influsso, nella globalizzazione della cultura, di Banksy, Obey, Blu. Sono stati tuttavia gli stencil a essere diventati i principali veicoli della guerriglia urbana: riproducibili all’infinito, di velocissima esecuzione, spesso piccoli e quindi adattabili a qualunque spazio, realizzabili da chiunque anche da chi artista non è, maggiore utilizzatore di questa tecnica è senza dubbio Ganzeer. I suoi interventi hanno sostituito nella memoria collettiva degli egiziani il ritratto di Mubarak con il progetto “Martyr Mural Project”, serie di murales dedicati ai martiri della rivoluzione egiziana. Ha spesso lavorato con lui Sad Panda, il cui simbolo di riconoscimento altro non era che un panda triste e obeso, rappresentazione di un’umanità impotente di fronte alle malefatte del regime. Un altro artista che ha fatto largo uso di stencil è stato Keizer: di madre francese e padre egiziano, Keizer ha studiato in Francia, Australia e Asia sud orientale dove ha approfondito gli studi di psicologia, marketing e arti visive. La sua formazione si riconosce in opere transnazionali in termini di linguaggio (l’inglese) e di simboli (Coca Cola e brand). Questi e tanti altri street artists si sono espressi soprattutto sui principali luoghi del potere, Parlamento e Ministero degli Interni in primis: qui i murales venivano cancellati alla stessa velocità con cui gli stessi venivano rifatti, tanto che non è stato difficile per l’autrice collocare in una mappa interattiva tutti i murales del Cairo. Una grande mano è poi stata data anche dalla divulgazione di queste opere su diverse piattaforme, tradizionali come nuove: tra le prime non sono mancati articoli di giornale, libri e mostre, mentre tra le seconde gli immancabili wall di Facebook e Twitter. L’eco generata ha molto incoraggiato gli artisti a fare sempre più pezzi, di volta in volta migliorandone la qualità e la complessità, al Cairo e non solo.

Ma la Pierandrei avverte: che non si pensi che questo genere artistico fosse nuovo agli occhi dell’Egitto. Se si scorrono le pagine della storia dell’arte egiziana, infatti, si incontrano molti esempi, aulici come popolari, che permettono di comprendere a fondo le radici di questo genere. Partendo dalle piramidi, dove si potevano ammirare meravigliosi dipinti parietali che rappresentavano divinità e dinastie, si passa in anni più recenti a una tradizione popolare assai diffusa in tutto il mondo islamico. Essa prevede che i pellegrini di ritorno dalla Mecca ingaggino un artista che realizzi attorno alla porta di ingresso della loro casa il simbolo dell’hajj, con decorazioni floreali, per identificare l’abitante di quella casa come pellegrino che ha svolto il viaggio alla Mecca. Nei sobborghi del Cairo, come in India, Bangladesh e Sud Africa, gli insegnanti si fanno infine pubblicità con le iscrizioni murali: alcune sono molto grandi, variopinte e indicano nomi e cognomi con relativo numero di telefono.

Una tradizione di lunga data, insomma, che resiste al passare del tempo: ma varrà lo stesso anche per i graffiti, ora che la rivoluzione è finita? La Pierandrei ha riscontrato due atteggiamenti che si fronteggiano in Egitto. Da una parte c’è chi sostiene che i graffiti debbano stare fuori da qualsiasi logica della conservazione dei beni culturali: il loro uso nel contesto rivoluzionario del Cairo del 2011 rappresentava il barometro degli eventi in corso e quindi non era tanto importante conservarli quanto realizzarli in maggior numero, con nuovi contenuti e nuovi messaggi. D’altra parte c’è chi sostiene che fosse stato compito delle amministrazioni intervenire affinchè graffiti e street art non venissero rimossi dal muro di cinta dell’università americana del Cairo, luogo dove molti artisti hanno realizzato graffiti. Per questo secondo la Pierandrei il dibattito sui graffiti e la street art in Egitto non è affatto chiuso, anzi: nuovi importanti questioni devono essere affrontate in un contesto e in uno spazio urbano meno politicizzato in cui la realizzazione dei graffiti può rappresentare una sfida alle amministrazioni locali. Politiche dirette alla rimozione possono modificarne la posizione e favorire forme vandaliche dei graffiti al posto di opere con un design più complesso e in assenza di un ecosistema culturale più adatto la scena della street art rischia di rimanere un microsistema sotterraneo. Una soluzione? Le organizzazioni culturali dovrebbero appropriarsi di un ruolo più importante per valorizzare la street art oggi: la voce degli street artist contribuirà a immettere nuove persone nella scena cultura artistica contemporanea in Egitto.

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