5Pointz, che giustizia sia fatta

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Otto street artists contro un impero di due alte torri con 800 affitti di lusso e più di 200 unità a prezzi accessibili, per un costo totale di 400 milioni di Dollari. O, in un unico nome, il signor Gerald Wolkoff, imprenditore e proprietario dal 1971 di quello che una volta era il 5Pointz del Queens, l’ultimo tempio dei graffiti a New York oggi completamente distrutto.

E Maria Castillo, James Cochran, Luis Gomez, Binbenido Guerra, Richard Miller, Kai Niederhause, Carlo Nieva, Rodnet Rodriguez e Kenji Takabayashi ci provano: l’accusa mossa a Mr. Wolkoff è quella di avere “distrutto, mutilato, modificato e deturpato ognuna delle opere d’arte installate sui muri di 5Pointz” senza darne avviso 90 giorni prima, e precedentemente alla imbiancatura del novembre 2013. Prevedibile la risposta dell’imprenditore, che sostiene che il progetto immobiliare trasformerà il quartiere “da deserto virtuale” a nuovo centro. Per gli artisti si profila dunque una guerra lunga e di difficile vittoria, ma una magra consolazione c’è e si chiama Visual Artists Rights Act (Vara): la legge che sancisce e tutela i diritti degli artisti potrebbe tutelare l’arte maltrattata fornendo addirittura un indennizzo ai suoi autori.

Ma il 5Pointz non potrà più essere restituito ad artisti e turisti che, dagli anni Novanta, vi sono giunti da tutto il mondo. La sua storia inizia infatti ancora prima del XXI secolo: era il 1993 quando il fondatore del progetto originario, Pat Dilillo, istituì nel complesso industriale di Long Island City, nel quartiere Queens di New York, il Phun Phactory, uno dei pochi posti per fare graffiti legalmente e scoraggiare il bombing in città. Nel 2002 la curatela del progetto passa a Meres One, aka Jonathan Cohen, che cambia il nome del luogo in 5Pointz, riferimento alla sua facile accessibilità da tutti e cinque i boroughs di New York. Meres One si inventa un utile escamotage per racimolare non pochi soldi: affittare il luogo a registi, designers e video makers che volessero usare quella location così amena come set per le proprie pubblicità: da quel momento il 5Pointz visse gli anni migliori. Ma i suoi problemi iniziano nel 2009, quando una giovane artista scivola da una scala esterna all’edificio e rimane gravemente contusa: Wolkoff viene così accusato di una serie di violazioni della regolamentazione edile e agli artisti non è più permesso di tornare. I blitz tuttavia continuano, ma allo scadere del decimo anniversario del 5Pointz è chiaro a tutti che le cose non torneranno più come prima, nonostante Wolkoff aveva promesso di trovare una soluzione di comune accordo con Meres One. A nulla vale l’intervento di Banksy, che nell’ottobre 2013 posiziona al largo di Long Island, a pochi chilometri dal 5Pointz, una scritta gonfiabile (subito tolta dalla polizia) e sul suo sito scrive “Thanks for your patience. It’s been fun. Save 5 Pointz. Bye”: nella notte tra il 18 e il 19 novembre 2013 i muri dell’edificio vengono inaspettatamente scialbati ossia ricoperti di calce, una tecnica da sempre usata nella storia dell’arte per sottoporre a damnatio memoriae l’artista. Wolkoff non si ferma e, nonostante la mobilitazione internazionale, forte di un’ ordinanza di un giudice federale che gli permette di andare avanti con i suoi piani per demolire gli edifici entro la fine dell’anno, tra il 22 e il 23 agosto 2014 dà mandato alle ruspe di abbattere tutto. Nulla più rimane su quel luogo, se non lo skyline di New York con, in bella vista, l’Empire State Building che, entro il 2016, farà bella mostra di sé ai nuovi inquilini del complesso di grattacieli.

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