Banksy does New York, il film

Recensioni

31 giorni, 23 pezzi, 10 installazioni e milioni di follower sui social media pronti a rintracciare per le strade di New York il loro imprendibile idolo, Banksy. È questa la trama del film (non prodotto né realizzato dallo street artist) “Banksy does New York”, la produzione HBO del regista Chris Moukarbel (qui la sua intervista) : presentata per la prima volta negli States il 17 novembre 2014, la pellicola è finalmente giunta anche in Italia (il lingua originale con sottotitoli in italiano), dove è stata distribuita dal gruppo Wanted Cinema e proiettata ieri sera al circolo Arci Magnolia di Milano.

Il docufilm ripercorre il soggiorno dell’artista a New York attraverso le sue opere e le testimonianze dei suoi fruitori, a metà tra rete e realtà: erano i primi di ottobre 2013 quando i follower del profilo Instagram di Banksy si resero conto che lo sfuggente di Bristol stava postando una foto al giorno di pezzi realizzati sui muri della Grande Mela. Da quel momento fu chiaro a tutti che Banksy aveva iniziato la sua personale open air, fatta di stencil ma anche installazioni, sculture e video. A ogni opera è così corrisposta una duplice reazione da parte del pubblico: quella virtuale, che ha portato appassionati e neofiti mappare l’attivista dell’artista caricando le foto delle sue opere al suono dell’hashtag #banksyny,e assieme quella reale, che ha visto detrattori e mercanti d’arte senza scrupolo deturpare, appropriarsi e addirittura vendere portiere di automobili, mattoni, porte di ingresso e porzioni di muro che recavano il suo segno distintivo.

Il ritratto che ne esce è quello di un artista che non ama parlare di sé ma che riesce perfettamente a fare parlare di sé. Irriverente e imprevedibile, Banksy sa il fatto suo: la sua coscienza no global l’ha portato anche nella globalissima New York a realizzare pezzi che denunciano lo sfruttamento del lavoro nei fast food, la crudeltà verso gli animali nell’industria della carne, le vittime delle guerre di religione, l’ipocrisia nel mondo dell’arte contemporanea che abbatte il 5Pointz a suon di ruspe. Questo lavoro è reso possibile da un’equipe di anonimi aiutanti che, fuori e dentro lo studio, gli danno una mano a ritagliare le dime, a montare le scale, a vendere al ribasso le sue opere per la Fifth Ave, a depositare le sue tele in centri di edilizia per disagiati. Banksy sa di piacere a molti: ne sono un esempio i giornalisti che da sempre seguono la sua evoluzione artistica, Beth Stebner del New York Daily News, Keegan Hamilton del Village Voice, RJ Rushmore e Caroline Caldwell del Vandalog, Jaime Rojo and Steven Harrington del Brooklyn Street Art, ma anche i fratelli proprietari dello store Zabar’s nell’Upper West Side, che hanno messo sotto plexiglass un’opera apparsa fuori dal loro negozio. A fianco degli estimatori non si nasconde chi, per principio o per convenienza, lo denigra, lo insulta, lo deturpa o si appropria delle sue opere per venderle illegalmente: è, quest’ultimo, il caso di Stephan Kezler, proprietario di una galleria di Southampton che con metodi poco ortodossi si appropria della sfinge del sito Willets Point nel Queens ritrovata da operai latini e la rivende a una mostra mercato del lusso sulle cose della Florida. Ma poco importa: la sua è un’arte di strada inevitabilmente costretta a sottostare agli animi di chi la strada la vive.

Al regista va dunque il plauso di avere fatto una panoramica di quei giorni senza tuttavia essere caduto nell’errore di trattare una sola verità, quella di chi apprezza e tutela le sue opere. Testimonianze sono infatti venute anche da chi di quell’arte si è fatto beffa, sfregiandola o condannandola a un destino diverso da quello che Banksy per primo si era prefissato. Ma finchè è l’artista a riconoscerlo, non c’è nulla da temere: there’s nothing more dangerous than someone who wants to make the world a better place.

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