Anche Tunisi parla il linguaggio della strada

Nel Mondo

Street art e street culture dove non te l’aspetti. A Tunisi per la precisione, dove lo scorso 5 giugno è nato Lang’Art, il primo centro di formazione per le arti di strada mai esistito nella capitale tunisina.

Come ogni centro urbano che abbia a che fare con l’underground anche Lang’Art trova sede in un vecchio hangar nel cuore di Tunisi, dove Bahri Ben Yahmed ha dato i natali a un luogo adatto per dare sfogo alla fantasia di tutti gli artisti della città (e alla sua esperienza): classe 1977, Bahri è ballerino da 25 anni, ma soprattutto presidente dell’Associazione Danseurs Citoyens e membro del Consiglio Internazionale della Danza Unesco. È stato lui, assieme a molti collaboratori, a volere dare la possibilità ai più giovani di esprimere il proprio estro contro l’oscurantismo pre – rivoluzionario a favore della libertà e del pluralismo. “Il nostro intento – mi spiega Bahri Ben Yahmed – è quello di utilizzare l’arte per la democrazia. Certo non è stata un’impresa facile: abbiamo chiesto aiuto al Ministero della Cultura e del Patrimonio senza riceverlo, e così abbiamo deciso, negli ultimi due anni, di creare da zero e in modo autonomo il nostro progetto”. Percorso, questo, che ha portato alla stesura di un programma scolastico di tutto rispetto: “Abbiamo previsto un iter di formazione annuale in cinque diverse discipline (un laboratorio di teatro e tecniche di clownerie, un atelier di ricerca sul movimento e la danza, un laboratorio di arti plastiche e graffiti, cinema sperimentale e musica, specialmente rap), articolato in quattro mesi di apprendimento e due di pratica, con un festival conclusivo che si svolgerà nei quartieri poveri della città. Siamo poi riusciti ad allestire una biblioteca fornita di libri sulla cultura hip hop e sulla street art in tutto il mondo”. La scuola inizierà a ottobre e mira a superare una situazione critica tipica del mondo arabo: “In molti – prosegue Bahri Ben Yahmed – hanno fondato associazioni di street art e cultura underground, ma con il solo obiettivo di partecipare a eventi privati per percepire una qualche remunerazione. La nostra idea è diversa: vogliamo insegnare ai più giovani una vera forma di vita, fatta di rispetto, di condivisione, di apertura verso il futuro artistico di questo Paese. Una bella sfida, soprattutto qui dove la cultura paternalistica è affare difficile da sradicare”. Un occhio però va anche al futuro lavorativo di chi segue i suoi corsi: “Non nego, grazie alla mia lunga carriera, di avere ormai molti contatti importanti. Tenerli per me sarebbe stato però inutile: è per questo che ho deciso di diventare un ponte tra questi contatti e i giovani che sognano un futuro nel mondo della danza, dell’arte e della letteratura”. Il costo? Zero. “La scuola è completamente gratuita – conclude Bahri Ben Yahmed – perché tutti si possano permettere di seguire i nostri corsi”.

 

I workshop sono già iniziati, ma la scuola guarda avanti. Bahri si è infatti dato tre anni: tre anni per rodare, per vedere quali cambiamenti apportare e per “dimostrare anche alle autorità chi siamo veramente”. Inshallah!

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