“Homeland”, così i graffiti sbugiardarono il telefilm razzista

Recensioni

I fatti sono andati più o meno così. Nell’estate 2015 la serie americana “Homeland” ha girato tutta la sua quinta stagione a Berlino. Sul set era stato riprodotto un campo profughi siriano al confine tra la Siria e il Libano dove un ex agente della Cia, Carrie Mathison, sarebbe stata impegnata a combattere il terrorismo tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente. Per rendere tutto più realistico la produzione aveva chiamato tre street artist,  Heba Amin, Caram Kapp, Stone, a realizzare sui muri del set alcune scritte in arabo.

Quello che è successo dopo è ben spiegato in questa lettera aperta, firmata dagli street artist e comparsa il 14 ottobre sul sito di una di loro, l’egiziana Heba Amin, dopo che l’11 ottobre è andata in onda la puntata “incriminata”: la riporto integralmente, e tradotta in italiano.

Cosa c’è di politicamente sbagliato nel concetto di Patria [si gioca sul doppio significato di “Homeland”, che è il titolo del telefilm e assieme significa Patria, n.d.r]? La prima stagione di “Homeland” ha spiegato al pubblico americano che Al Qaeda è in realtà un’impresa iraniana. Secondo la trama, non solo Hezbollah è legato al popolo iraniano, ma anche Al Qaida ha cercato la sua vendetta contro gli Stati Uniti per conto dell’Iran. Questo fantasma pericoloso è diventata una convinzione mainstream in tutti gli Stati Uniti ed è stato ripetuto sotto forma di notizia da molti mass media. Nel corso di cinque stagioni la trama ha toccato diversi temi, ma la propaganda è sempre più palese. Ora i suoi obiettivi sono diventati la tutela della libertà di informazione e della privacy di fronte alla minaccia rappresentata dagli informatori, dallo Stato islamico e dal resto dell’Islam sciita.

Nell’estate del 2015 il telefilm americano “Homeland” è stato girato a Berlino. Tra giugno e luglio il set ha ospitato le scene riguardanti l’ex agente della Cia Carrie Mathison (interpretata dall’attrice Claire Danes) nel suo nuovo ruolo di Security Advisor per conto di un oligarca umanitario tedesco, Otto Düring (interpretato dall’attore Sebastian Koch). A seguito di un complotto ordito da hacker che scoprono alcuni accordi segreti tra gli Stati Uniti e la Germania, lo show tenta di rappresentare la realtà dando vita a una fuga di notizie in stile Edward Snowden che rivelano un progetto congiunto di Cia e Bnd (servizio federale tedesco di intelligence) per spiare illegalmente i cittadini tedeschi. Ma a differenza della vita reale, questa fuga di notizie costringe la Germania a rilasciare tutti i terroristi dell’Isis detenuti nelle carceri americane.

La serie si è aggiudicata la reputazione di “spettacolo più bigotto della televisione” per la sua inesatta, indifferenziata e totalmente distorta rappresentazione di arabi, pachistani, afghani, delle città di Beirut e Islamabad e del cosiddetto mondo islamico in generale. Per quattro stagioni, e ora anche nella quinta, “Homeland” ha sempre sostenuto la dicotomia tra il fotogenico, per lo più bianco, paladino americano contro la maligna e retrograda minaccia musulmana. Il Washington Post si è ribellato all’orrore razzista di una delle locandine promozionali della quarta stagione descrivendola come “la bianca Capuccetto Rosso persa in una foresta di lupi musulmani senza volto”. In questa foresta, Cappuccetto Rosso esibisce molte sfumature di grigio – tra corruzione, attacchi di droni, tortura e omicidi – per raggiungere i suoi obiettivi. È lei a puntare la sua arma nascosta verso i cattivi monocromi, che fanno tutte le cose che i bravi ragazzi fanno ma con un intento negativo.

È innegabile che lo spettacolo sia di buona qualità, con bravi attori e ottimi produttori, come i suoi numerosi premi dimostrano. Ma si suppone anche che una serie che ha a che fare con argomenti così strettamente contemporanei, tra cui la lotta al terrorismo, l’Isis e gli scontri ideologici tra Stati Uniti e Medio Oriente, non chiami, per esempio, un personaggio importante della serie, un terrorista, con lo stesso nome di un ex ambasciatore pachistano negli Stati Uniti. Certo, lo spettacolo riceve gli elogi da parte di tutto il pubblico americano per la sua critica all’etica del governo Usa, ma non senza alimentare pericolosamente il razzismo in un momento tanto delicato com’è quello in cui ci troviamo oggi. Joseph Massad, professore associato di Politica araba moderna e Storia intellettuale alla Columbia University, così parla di un razzismo profondamente radicato nei media americani verso il Medio Oriente: “ “Homeland” quasi devia da questa formula [di programmazione razzista] se non fosse che aggiunge che gli arabi sono così pericolosi che gli uomini bianchi, 100% americani, possano essere corrotti dai primi e diventare altrettanto pericolosi per l’America”.

All’inizio di giugno 2015 abbiamo ricevuto una telefonata da un amico, attivo nel panorama artistico del writing e della street art in Germania negli ultimi 30 anni, che ha ampiamente studiato il fenomeno dei graffiti in Medio Oriente. Era stato contattato dalla società di produzione di “Homeland” per cercare “artisti di strada arabi” che conferissero autenticità a quei graffiti che avrebbero campeggiato nel set cinematografico, un campo profughi siriano al confine tra Libano e Siria, per la loro nuova stagione. Data la “reputazione” della serie non ci siamo facilmente convinti, almeno fino a quando abbiamo considerato che sarebbe stata un’occasione per trasmettere il nostro (e di molti altri) scontento politico per la serie. Era giunto il nostro momento per dire la nostra sulla serie dall’interno del suo set.

Nel nostro primo incontro ci hanno dato una serie di immagini di graffiti pro-Assad, una scena “naturale” in un campo profughi siriano. A noi era stato detto che: (1) i graffiti dovevano essere apolitici (2) Non era possibile copiare altre immagini a causa della violazione del copyright (3) “Scrivete pure “Mohamed è il più grande”, va benissimo”. Dal canto nostro avremmo voluto armarci di slogan e proverbi e, se ce ne fosse stata l’occasione, criticare in maniera palese il telefilm. E così è stato.

La decorazione del set doveva essere completata in due giorni, per permettere di eseguire le riprese al terzo. Gli scenografi erano troppo impegnati per prestare attenzione a noi; erano occupati a costruire un set iperrealista che ha contenesse di tutto, dai pezzi di plastica delle lavatrici ai bordi sfrangiati di tende di plastica all’aperto. Sembrava molto Medio Oriente e il sole estivo e il calore aiutavano a intensificare quell’illusione. Ma il contenuto di ciò che stavamo scrivendo sui muri non era degno di alcuna preoccupazione. Ai loro occhi, la scrittura araba era semplicemente un supporto visuale che completava la fantasia degli orrori del Medio Oriente, un’immagine-manifesto disumanizzante in un’intera regione di sfigurate figure umane nel loro burka nero che erano, soprattutto in quel periodo in Medio oriente, rifugiati. Lo spettacolo ha così creato una catena di causalità che, dagli inizi agli esiti finali, ha sempre visto protagonisti gli arabi, diventati vittime e carnefici allo stesso tempo. Così come è stato scritto sui muri di un finto campo profughi siriano di una Futterphosphatfabrik nella periferia di Berlino, non c’è da fidarsi – الموضوع فيه أن.

Gli street artist arabi //
Heba Amin
Caram Kapp
Stone

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