Scrivere di Writing, le note di Giada Pellicari sul mondo dei Graffiti

Interviste

Studiare le fonti, curare progetti artistici, partecipare ai dibattiti, conoscere e vivere una crew. E infine scriverne un libro. Lei è la curatrice d’arte contemporanea Giada Pellicari, autrice del volume “Scrivere di Writing. Note sul mondo dei Graffiti” che, edito nel 2014 da Cluep, sarà al centro di una tavola rotonda cui oggi, domenica 25 ottobre, alla Cascina Roma di San Donato Milanese, parteciperanno anche Asker, Alberto Scabbia di Wag e Soxta, nell’ambito di Bookcity 2015.

Un lavoro che inizia da lontano, ancora prima che Giada si laureasse, nel 2013, all’Università Iuav di Venezia con una tesi magistrale in Teatro e Arti Visive dal titolo “Per uno studio interdisciplinare del Writing. Il caso di Padova e le sue connessioni”, e che si dipana tra libri, strade, mostre e conoscenze. Il lavoro che ne esce è un saggio che finalmente delimita un fenomeno sociale e artistico che per troppo tempo, ma per sua natura, ha avuto contorni sfumati e incerti, fornendo così una sorta di “guida” al Writing e al suo mondo. Ne ho parlato con lei.

Come nasce l’idea di scrivere un libro?
Il libro nasce come approfondimento della prima parte della mia tesi di laurea, che era dedicata all’analisi teorica e storico critica del fenomeno; mentre la seconda prevedeva un lavoro di storicizzazione del Writing nella mia città, Padova, con particolare focus sulla EAD crew. Volevo mettere insieme un discorso teorico generale, dato che la seconda parte derivava da una ricerca precedente che si era già esplicitata visivamente nella sezione storica della mostra “Urbanize-me Exhibition” di Padova. La prima parte della tesi, inoltre, aveva un capitolo intero intitolato proprio “Scrivere di Writing”, che nasceva con l’intenzione di analizzare ciò che era stato già pubblicato sull’argomento, approfondendo molta della bibliografia esistente e utilizzando un’impostazione interdisciplinare nell’affrontare questa tematica.

Come mai hai scelto questo titolo?
Deriva dalla metodologia, da me spesso usata, della scrittura: come critica e curatrice la ricerca è parte integrante della mia pratica, e il metodo della scrittura mi permette di riflettere e vedere, nero su bianco, gli sviluppi dei miei pensieri su un dato argomento. “Scrivere di Writing”, in aggiunta, è un gioco di parole: “Writing” significa, letteralmente, “scrittura” in inglese, che nella pratica visiva in oggetto si riferisce alla scrittura del nome del writer. Molti di loro, infatti, si definiscono come scrittori. Parlare di graffiti è un termine improprio per quanto venga molto usato, poiché deriva storicamente dai graffiti delle caverne, che avevano una matrice più iconica e figurativa. Il Writing, invece, riguarda la struttura delle lettere e lo sviluppo stilistico del nome del writer. Non ho voluto utilizzare nel libro il termine specifico di arte, poiché ho sempre pensato al Writing come a una cultura visiva e ad una pratica anche molto performativa, che si evince poi nell’aspetto segnico che tutti vediamo sul muro.

E come mai, invece, hai scelto questo sottotitolo?
Con “note sul mondo dei graffiti” volevo esprimere la complessità del movimento e la sua interdisciplinarità, rappresentata dall’idea di mondo. Il libro nell’insieme è una composizione delle note realizzate con studi, ricerche e testi critici precedenti per poi riunirle nel volume, dando loro una sequenzialità logica, perché prima la connessione tra tutti i progetti era sempre stata presente solo nella mia testa e mai esplicitata.

Uno dei macrotemi che tratti nel libro è quello del rapporto che si crea tra writer, strada e passante.
Nella mia pratica di ricerca e curatela sono sempre stata interessata a quelle forme d’arte che si relazionano allo spazio pubblico. In generale credo sia fondamentale che un’opera pensata per lo spazio pubblico attiri l’attenzione del passante (ho utilizzato questo termine perché preso dall’accezione inglese di passer by), perchè se un’opera non cattura l’attenzione del passante allora significa che essa non ha un senso. Per questo dobbiamo renderci conto che il termine “arte pubblica” viene spesso utilizzato in maniera impropria, perché se quel tipo di arte non viene accettata, compresa o quanto meno notata dalla comunità essa non può essere definita pubblica. Il Writing difficilmente può essere considerato in questo modo, perché è prevalentemente un linguaggio autoreferenziale e codificato. Semmai si possono assistere a momenti pubblici di attuazione della pratica del Writing, che non è la stessa cosa di pensare ai progetti legali come a progetti di arte pubblica. Esistono molte sfumature dell’argomento. Per quanto riguarda il rapporto con lo spazio urbano, il writer è prima di tutto una persona che “esperienza lo spazio”, vi cammina, lo vive e sceglie dove andare ad intervenire. La mia teoria del gesto-segno deriva da tutti questi aspetti, che vanno dalla matrice performativa nella relazione con lo spazio a quella segnica sul muro, il che significa che la parte visiva che noi vediamo è sostanzialmente parte finale e integrante di una processualità di esecuzione che inizia con la camminata, si forma nella gestualità della mano e si esplicita visivamente proprio nel pezzo. Tale discorso sulla relazione con lo spazio urbano di una specifica città va, in molti casi, a determinare uno stile peculiare del posto: credo, infatti, che in maniera inconscia o conscia lo spazio urbano in cui il writer è vissuto lo “formi” e che il suo stile si generi sulla base delle architetture della zona, nonché a contatto con la crew di cui fa parte.

Un altro dei macrotemi che tratti nel libro è quello del rapporto tra Writing e istituzioni: credi che un graffito legale non sia più un graffito?
Sicuramente c’è da riconoscere che il Writing nasce in maniera illegale, ed è nell’illegalità che il writer può formare quella processualità e velocità di esecuzione che vanno a definire il suo stile. L’esempio più classico è quello delle tag: le istituzioni le considerano puri atti di vandalismo senza in realtà riconoscere che se un writer ha raggiunto un certo grado di maturità artistica (maturità, questa, che piace e che permette al writer di essere scelto per i progetti istituzionali) è proprio perché quei master pieces derivano da un percorso cominciato con le tag. Il Writing legale è sempre esistito, fa anch’esso parte del grande mondo dei graffiti, tant’è che le hall of fame legali sono nate dai writer stessi, o anche se non erano legali sono state naturalizzate successivamente come tali dalla cittadinanza perché in luoghi “accettabili”. Spesso è proprio in questi casi che si arriva ai pezzi iper studiati, solo perché c’è più tempo per farli.


Cosa ne pensi, dunque, del progetto dei cento muri liberi promosso dal Comune di Milano?
Il mio timore è che si voglia andare a controllare il fenomeno e “rinchiuderlo”, andandone a snaturalizzare la vera essenza. La scelta del muro, le tag, il bombing o anche solamente la decisione di imbiancare con il biancone per preparare un muro per un pezzo devono essere delle scelte autonome e proprie di ogni writer, o si rischia di creare una pratica che non ha più nulla di autoctono e veritiero. Il Writing non è usare una bomboletta per dipingere sul muro. Il Writing è vivere il Writing. E’ chiaro che se una persona ha voglia di farsi un muro legale, che se lo faccia, ma il Writing è primariamente una forma che nasce in maniera libera e spontanea.

Pensi che i new media siano un vantaggio per il Writing o che giochino a suo sfavore?Posto che la natura dei graffiti sia effimera, credo che il mondo on line stia comunque dando la possibilità al pezzo di esistere in un eterno presente digitale, formando degli archivi dove si possa accedere a numerosa documentazione interessante. Si possono notare alcune differenze rispetto alle impostazioni stilistiche autoctone, nel senso che questa disponibilità incredibile e democratica di molto materiale informativo sta rischiando di portare ad una perdita di una peculiarità stilistica locale. Allo stesso tempo, però, i giovani writer attualmente maturano molto prima delle grandi abilità a livello tecnico.

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