Brandalism, l’anti-pubblicità sbarca al Cop21

Interviste, Nel Mondo

Immaginatevi la foto di una macchina con il marchio della Volkswagen ben in vista e la scritta: “Ci spiace che siamo stati beccati. E ora che siamo stati beccati, stiamo cercando di farvi credere che ci teniamo all’ambiente”. O quella di una bella hostess di Air France che poggia l’indice alla bocca e, sotto, lo slogan “Contrastare il cambiamento climatico? Certo che no, siamo una compagnia aerea. La crescita economica è molto più importante della salvezza del pianeta. Quindi continueremo a corrompere i politici e a emettere gas serra. Ma tenetevelo per voi”.

Se vi sembra già abbastanza spiazzante che compagnie multinazionali pubblichino slogan ambientalisti a fianco dei loro loghi, forse vi sorprenderà ancora di più sapere che questi cartelloni sono apparsi nella Parigi del Cop21. Eppure una spiegazione c’è: si chiama Brandalism, ed è il gruppo di subvertiser (artisti che sovvertono la pubblicità) che lo scorso 29 novembre ha riempito le pensiline degli autobus della capitale francese con 600 finti cartelloni pubblicitari. Affissi nella più totale illegalità da finti addetti della JC Decaux, una delle più grandi ditte di pubblicità esterne al mondo e sponsor ufficiale all’incontro sul clima Cop21, le opere sono state prodotte da 80 artisti provenienti da 19 Paesi da tutto il mondo: i loro bersagli sono stati gli importanti sponsor dei negoziati sul clima, non solo come Air France ma anche come GDF Suez Engie e Dow Chemicals assieme a molti i capi di Stato, come Francois Hollande, David Cameron, BarackObama, Angela Merkel e Shinzo Abe. Il loro intento è stato quello di mettere in evidenza i legami tra la pubblicità, il consumismo, la dipendenza dai combustibili fossili e il cambiamento climatico.

In pieno stile Brandalism: il gruppo nasce nel luglio 2012 in Regno Unito dove il primo “Takeover Brandalism” ci ha messo cinque giorni a bonificare 36 cartelloni pubblicitari in cinque città in tutto il Regno Unito. La risposta positiva da parte di molte persone di tutto il Paese non ha solo permesso al gruppo di continuare a lavorare, ma soprattutto l’ha ingrandito, allargandolo a tutto il mondo: il più recente “Takeover Brandalism” è del maggio 2014 e ha visto il recupero di oltre 360 ​​spazi pubblicitari aziendali con opere d’arte originali e fatte a mano da 40 artisti internazionali.

È successo lo stesso anche a Parigi, dove al fianco di artisti internazionali quali l’israeliana Neta Harari, gli inglesi Jimmy Cauty, Paul Insect e Kennard Phillips e lo spagnolo Escif (tutti presenti nell’ultima installazione di Banksy “Dismaland”), non sono mancati gli italiani. Due per la precisione, Millo e Opiemme, che con BR1 e Fra Biancoshock sono gli unici quattro “nostri” a partecipare a Brandalism. Ho avuto il piacere di intervistare Opiemme, sia riguardo la sua produzione sia riguardo il suo intervento a Parigi.

Chi sei? Cosa fai?
Mi firmo Opiemme, Torino è la città che mi ha cresciuto artisticamente. Ho iniziato scrivendo poesie, non sono mai stato  un (graffiti) writer, e, affascinato da arte pubblica e land art, mi son avvicinato agli interventi urbani nel 2000, con il desiderio di svecchiare la comunicazione della poesia, andare oltre il bianco e nero dei libri. La street art è stato il tramite, la soluzione: arrogarsi il diritto di far alcuni interventi, trovare il modo di concretizzarli con un budget limitato, lasciarli (o liberarli) in strada.
A volte faccio interventi non autorizzati: e mi chiamano street artist. A volte interventi legali su parete: e mi chiamano street artist. Se facessi lavori nel bosco con elementi naturali mi chiamerebbero street artist? Ho dipinto il primo murales nel 2011. Una valigia composta dalle parole di “Viaggiare perdere paesi” di Fernando Pessoa. Dopo c’è stato sempre più muralismo e letterforms. Lavoro con la poesia e le parole, creando immagini fatte di lettere. Mi piace portare poesia in strada, incontro alle persone.

Come sei arrivato a Brandalism?
Seguo questa campagna da quando è nata nel 2012. David De La Mano dall’Uruguay mi ha girato l’invito. Mi piacciono gli eventi non autorizzati e che con un pò di antagonismo sappiamo proporre visioni costruttive. Quest’anno hanno partecipato un’ottantinaina di artisti, l’anno scorso 40. Brandalism si definisce come “una campagna anti-advertising, una rivolta contro il controllo del dominio visivo delle corporate.” Mi  piace, è un bell’approccio. Un intervento massiccio, libero, anti pubblicitario, dove gli artisti contribuiscono con lavori non firmati. Oggi nel vasto panorama di quel che viene chiamato street art (al cui interno vengono mischiati muralismo, arte pubblica, e graffiti writing) è uno degli eventi, delle azioni, che mantiene la purezza di questo movimento nei suoi primi anni. Lo spirito che mi attirò: “l’arte della ribellione”, in grado di far passare messaggi condivisibili dai più. Senza compromessi, come quest’azione.  Tutto questo applicato alla consapevolezza sul nostro impatto sul clima, lo trovo molto, molto efficace. Intento nobile. E’ come un hackeraggio, seppur piccolo, al sistema. Così la street mi piace, non quando è usata per pubblicità e diviene marketing.

Quale lavoro hai fatto per l’evento di Cop21? Che significato ha?
Ho realizzato due lavori. Dell’installazione si occupava in loco il team di Brandalism. Non so esattamente come si svolga il tutto, ma da i video si può immaginare. Contando il clima parigino, sono stati semplicemente stupendi. Di uno dei due lavori è stata pubblicata una foto: parla dell’equilibrio fra quello che entra ed esce dalla Terra, fra quello che prendiamo e diamo. Senza equilibrio e reciprocità molte relazioni non funzionano. Avrei voluto avere più tempo, ed evolvere qualcosa di più incisivo, con canoni pubblicitari, lavorando su uno di quei brand che praticano greenwashing, spendono belle parole sulla loro presunta credibilità ambientale.. ma poi mia attenzione è andata allo spazio, per affinità con una serie di altri lavori fatti durante l’anno (la serie di lavori  ‘Vortex’, ispirati al libro “L’alfabeto scende dalle stelle’ di Giuseppe Sermonti), e alla Magnetosfera, quella regione in cui la gravità del nostro pianeta crea una barriera e filtra i raggi solari, facendo si che non ci arrostiscano.  E noi, quanto di questo equilibrio manteniamo? Dell’altro poster non ci sono tracce per ora. Forse non ce l’han fatta a montarlo. O il team potrebbe essere stato bloccato. Parlava di una serie tv intitolata: L’ultimo albero sulla terra. Alcuni amici, gentilissimi, lo stanno cercando. Spero potremmo chiamarlo “Il poster ritrovato.”

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