La street art? Un modo per fare branding. Parola di BOB

Interviste

Forse non tutti sanno che Giuseppe Liuzzo, docente di Branding al corso internazionale dello Ied di Milano, collaboratore di diverse agenzie di comunicazione e content creator su Youtube con il canale BOB, è stato anche un writer.

Certo bisogna andare un po’ indietro nel tempo (“al Pleistocene”, come direbbe lui), nella Catania dei primi anni duemila, per vederlo all’opera: qui, a 13 anni, ha iniziato a usare le bombolette sui treni dove, a detta sua, “ci si doveva scannare per fare qualche pezzo”. Nulla che potesse essere un ostacolo: Giuseppe, sempre più interessato, ha infatti continuato a pittare, fino ad arrivare a fare graffiti nella lontana New York, dove ha anche vissuto. In tutto questo tempo non solo ha prodotto alcuni video incentrati sul tema dei graffiti, ma ha anche avuto modo di formarsi un’idea ben precisa su cosa significhi oggi fare arte, ma soprattutto su quale sia la differenza (non in peggio, ma nemmeno in meglio) rispetto al branding e al design.

“I graffiti e il design c’entrano molto poco tra di loro – mi dice – nonostante entrambi partano dalla diffusione di un nome, che sia esso sottoforma di una tag o di un brand. Eppure i graffiti sono arte: questa non deve essere capita da tutti, perchè se tutti la possono comprendere allora significa che si è oltrepassata la linea, che si è sconfinati nel campo del branding, della vendita del prodotto a tutti i costi e, quindi, del design”. Da qui deriva una sua personale quanto condivisibile distinzione tra writing e street art: “Il writer – prosegue – è il vandalo, l’artista inquieto che, perennemente on the road, fa tutto tranne che starsene chiuso in studio a lavorare su una tela: lo fa per portate tutti a conoscenza del suo nome, un po’ come fanno i politici. Lo street artist, invece, è un artista acculturato, il quale ha imparato che non conta portare all’attenzione del pubblico il suo nome quanto il suo messaggio. La street art è dunque branding, da cui la comunicazione attinge come a una fonte. E sappiamo tutti quanto la comunicazione visiva sia vincente..”.

Dalla street art brandizzata al guerrilla marketing il passo è breve. “Il guerrilla marketing – prosegue – è un ibrido: non usa i confini prestabiliti della pubblicità, ma per farsi conoscere usa i linguaggi della street art. Te lo ricordi il “The secret tournament”, anche noto come “Scorpion KO” che la Nike mise in giro nel 2002? Ecco, quello è stato il primo caso serio di guerrilla marketing in Italia”. Per chi non se lo ricordasse, il The secret tournament è stato un vero tormentone pubblicitario che la Nike aveva messo in atto in vista dei mondiali di calcio che nel 2002 si erano disputati in Giappone e Corea del Sud. La campagna era stata divisa in tre fasi: un tease che consisteva in cartelloni e brevi filmati in cui comparivano solo un paio di scarpe da calcio e uno scorpione, con l’invito a visitare un sito web per avere informazioni sul The secret Tournament e sfidarsi con giochi interattivi prodotti per l’occasione. Una seconda fase, excite, è poi consistita nel lancio dello spot vero e proprio: otto squadre con tre giocatori ciascuna, per un totale di 24 fra i più famosi calciatori dell’epoca che si sfidavano in una gabbia metallica su una nave. Vinceva chi per prima faceva gol. Infine un involve, ossia l’organizzazione di tornei in una dozzina di capitali al mondo con le stesse regole del The secret tournament. “Insomma – conclude – il guerrilla marketing è un po’ un minestrone”.

Ma a cosa costa sta portando tutto questo “minestrone”? “È la triste dimostrazione che siamo bloccati in un periodo in cui si sono evoluti i supporti ma non il concept. Siamo rimasti alla pop art anni sessanta, mischiata con una street art che è diventata street pop art perché parla al popolo sfruttando i mezzi del marketing e dalla comunicazione visiva. Non esiste più l’arte per l’arte ma solo l’arte per un messaggio: purtroppo, però, quando l’arte diventa troppo palese va a togliere molte competenze al mondo dei professionisti di un determinato settore. Pensaci: chiunque può comprendere un’opera di Banksy, sdoganamento di preconcetti e stereotipi, ma così il sistema Banksy sta togliendo lavoro ai critici dell’arte”.

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