Blu, Ericailcane e gli altri. A Bologna tanto rumore per nulla?

Foto, In Italia

Niente cioccolatini, rose rosse o massaggi agli oli essenziali. Gli ingredienti del mio ultimo San Valentino sono stati, piuttosto, pioggia, fango e un lungo vagabondaggio assieme al mio (pazientissimo) lui tra la zona universitaria e la periferia a nord di Bologna. Proprio il capoluogo emiliano, da un mese e mezzo a questa parte, è infatti al centro di un acceso dibattito che ha scaldato gli animi della rete (e non solo) su un tema a me caro: la street art, e l’uso incondizionato che dei privati ne possano fare. Ma dopo il bagno di freddo e nebbia in salsa bolognese, la sensazione che ho avuto è che si sia in realtà trattato di un’operazione mediatica un po’ raffazzonata ma (quasi) riuscita.

Ma andiamo con ordine. Tutto inizia lo scorso 26 dicembre quando, con una fetta di panettone ancora in mano, vengo a sapere che il presidente di Genus Bononiae, Fabio Roversi Monaco, assieme a un gruppo di storici dell’arte dell’Alma Mater come Luca Ciancabilla, e di restauratori guidati da Camillo Tarozzi insieme a Marco Pasqualicchio e Nicola Giordani hanno iniziato a staccare dai muri di Bologna pezzi di Blu, Ericailcane e Alicè per restaurarli ed esporli all’interno di una mostra. Il motivo ufficiale: salvare le opere dall’immanente crollo o abbattimento degli edifici abbandonati su cui giacciono. Il motivo ufficioso: farsi della sana pubblicità in un periodo carente di pettegolezzi, in attesa che la sbronza di capodanno si porti via tutto. A dare la notizia il Corriere di Bologna, che nei confronti dell’argomento tiene un comportamento ambiguo, girando la banderuola a seconda del vento che tira. Molto più consapevole e coerente, invece, è la posizione di Artribune, schierata a favore degli artisti e della loro legittima volontà di essere interpellati, informati e infine accontentati.

Dopo avere dato la notizia in termini entusiastici, il Corriere di Bologna ne cavalca l’esclusività lanciando il sondaggio “I murales «strappati» creano dibattito. Siete favorevoli o contrari?”: i risultati, aggiornati allo scorso 5 gennaio, parlano di un 58% favorevoli allo strappo e di un restante 42% contrari all’operazione. Nel frattempo Artribune inizia a fare ciò che è più logico per un giornale: sentire gli organizzatori, intervistandoli sul vero significato del progetto. Il primo a essere intervistato è Christian Omodeo, guru della materia che da Parigi (città in cui vive dal 2004) decide di mettere becco nella faccenda tutta italiana con un tranchant “Rispetto al diritto d’autore [degli artisti, n.d.r.], non me ne frega niente”. Ma è il Corriere a pizzicare la vera mente dell’intero progetto, Fabio Roversi Monaco, che parla dei murales come “affreschi da recuperare”. Alla domanda se gli artisti in questione siano stati interpellati, Roversi Monaco risponde con una sorta di legge del taglione: “Se il dipinto viene fatto in strada, senza che ci sia il consenso del proprietario dei muri, perché deve prevalere la volontà di chi ha realizzato un’azione, per me utile dal punto di vista artistico e culturale, ma comunque non legittima?”. E poi, ancora, alla domanda se si tratti di un’operazione culturale o commerciale, il critico d’arte risponde con un elusivo “Non c’è nulla di commerciale”. Già, ma a nessuno è venuto in mente che la mostra conclusiva potrebbe prevedere un biglietto di ingresso..

Da questo momento è un alternarsi di voci tra le due testate: Artribune ospita l’intervento di un attempato Renato Barilli, che giunge addirittura a sostenere che “L’“arte pubblica” qui invocata non potrebbe che essere affidata a istituzioni ugualmente pubbliche, comuni, regioni, aree metropolitane, oppure anche industrie, magari pure con intenti pubblicitari, purché questi si alleassero con la qualità”, mentre sul suo blog Michele Smargiassi propone “Volete salvare la street art rispettandola? Fotografatela. […] E se il rischio è che le fotografie dell’arte effimera diventino a loro volta opere d’arte permanente, be’, sarà il rischio di avere due opere anziché nessuna”.  A mettere un po’ di chiarezza sulla legittimità giuridica dell’operazione è, ancora una volta, un attento Artribune: qui l’avvocato Raffaella Pellegrino ricorda che “La legge [sul diritto d’autore, n.d.r.] riconosce agli autori il diritto patrimoniale di sfruttamento economico dell’opera e i diritti morali. L’autore, pertanto, è l’unico soggetto legittimato a sfruttare economicamente l’opera e ogni utilizzazione da parte di terzi deve essere previamente autorizzata”. A esprimersi sulle pagine del Corriere di Bologna è invece lo storico dell’arte Luca Ciancabilla del team di Roversi Monaco: alla domanda su cosa pensano dell’operazione gli artisti, Ciancabilla risponde che “Abbiamo avvertito tutti gli artisti. Con Blu c’è stato uno scambio di mail. Non si è esposto, […] Ericailcane, invece, non ci ha risposto”.

Ma proprio su questo punto ho iniziato a riflettere: possibile che gli artisti non avessero ancora detto nulla? All’alba del 3 gennaio scorso ho dunque mandato una mail a Blu e a Ericailcane: nessuna risposta. Mi sono così rivolta alla galleria di Ericailcane, la D406 Fedeli alla Linea di Modena, che ha giustamente definito l’operazione un “saccheggio”, aggiungendo che Ericailcane non si trovava in Italia ma che avrebbe detto la sua. In attesa di tale posizione, mi sono rivolta oltre che a Blek Le Rat anche a due “mostri sacri” di Milano, KayOne e Ozmo: “L’opera di un Graffiti Writer o di uno Street Artist è per tutti ma non di tutti”, mi ha detto KayOne. Ozmo ha aggiunto: “Credo che un’opera d’arte valida possa e debba essere preservata”, aggiungendo in uno scambio che abbiamo avuto che “Dipende dalla situazione specifica, in ogni caso l’artista viene interpellato”. Già, ma se gli artisti coinvolti non rispondono, che si deve fare? La risposta me la sono data da sola: si va a Bologna. Qui ho avuto modo di vedere di persona le opere che rimangono: eccole ancora lì quelle di Blu, al passaggio a livello in via Zanardi, all’ex mercato ortofrutticolo di via Stalingrado, all’XM24 di via Fioravanti e all’ex capannone del Crash! di via Marco Polo. Intoccate, fanno bella mostra di sé alle auto e ai pedoni che passano: sono maestose e allo stesso tempo placide. Rimane anche un’ultima controversa opera, quella di via Gandusio che lo scorso 3 febbraio è stata crossata: “Fuck street art”, “No street art”, si legge sul pezzo firmato da Blu e San. Un’ingiuria (scritta con la bomboletta color blu..) che se la prende con quel mondo lì ma che, casualmente, non è andata a intaccare tutto quello che gli sta attorno: la lunga hall of fame di via Zago, il pezzo di Deco, Rabis e Cando, le murate di Etnik e Dado in via del Lavoro, il ponte di via San Donato.

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