#StreetForum Lasciare la strada non è un atto di tradimento

Interviste

Proprio nel giorno in cui inaugura la mostra “Printed matters” di Shepard Fairey alla Galo Art Gallery di Torino, Rendo parla del (naturale) spostamento di un artista dal muro allo spazio espositivo. In tanti urlano allo scandalo quando, nella normale evoluzione stilistica di chiunque faccia cultura, quello che era visto come un “purista” del muro inizia a esporre sketches, canvas e qualunque altra creazione artistica in una galleria o addirittura in un museo. Ma attenzione a non fare confusione: sono passati i tempi in cui gli spazi espositivi erano luoghi eccessivamente d’élite o, peggio, polverosi contenitori di oli su tela del Trecento. Sempre di più sono posti sicuri e dinamici in cui gli artisti possono mostrare al grande pubblico nuove sperimentazioni o il dietro le quinte di opere su muro. È quest’ultimo il caso di Fairey: “Printed matters” è una serie di mostre che si concentra sull’importanza del suo materiale stampato. Ogni mostra mette in evidenza questo significato incorporando una varietà di opere stampate da Shepard, comprese le serigrafie su carta, le stampe su legno, le stampe serigrafiche su metallo, e i collage. Il progetto è iniziato ufficialmente nel 2010 a Los Angeles ed è proseguita a Dallas nel 2012, fino ad arrivare a Detroit l’anno scorso. La Galo Art Gallery presenta a Torino la quarta mostra ufficiale di “Printed Matters”, la prima mostra ufficiale di Shepard Fairey in una galleria privata in Italia. Ma ora la parola va a Rendo.

So che molti lo pensano, ma voler cambiare per continuare a creare, tenendo vivo il proprio entusiasmo, è la cosa più naturale e salutare che esista. Dopo avere lavorato per anni e avere acquisito una certa maturità artistica, non vedo nessun problema nel voler dipingere su superfici diverse dal muro. Cambiare supporto e contesto di esposizione obbliga a un ripensamento del proprio agire che può risultare spaesante, ma se vissuto come opportunità può dare vita a risultati innovativi. Esporre poi la propria opera in un ambiente neutro, come può essere quello di una galleria d’arte, può aiutare l’autore a comprendere meglio il reale valore dell’opera prodotta.

Da artista penso che un lavoro ben fatto debba essere in grado di giustificarsi da solo, anche senza l’aiuto di un ambiente, come la strada, che a volte può essere di forte stimolo alla creatività, ma può anche servire a mascherarne le eventuali lacune. Sintetizzando: se il tuo lavoro vale, puoi realizzarlo ovunque.

Anche per questo non concordo con chi pensa che esporre in un museo equivalga a cadere in una specie di trappola. Il museo oggi non è più quell’istituzione polverosa e antitetica alla strada, in cui le opere venivano portate per “farle morire”. È un luogo aperto, dinamico, vivo, non più deputato solo alla conservazione, ma anche alla produzione di idee.

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