Wunderkammern, a Milano la mostra “prevedibilmente irrazionale” di JonOne

Interviste

Sarà pure cresciuto a Parigi, ma l’imprinting newyorkese JonOne non l’ha mai perso. Nemmeno nella sua mostra italiana, la quinta in ordine di tempo dopo quelle del 1988, del 1994 e le due del 2009, ma la prima alla Wunderkammern di Milano. La galleria, che il due mesi fa aveva debuttato con una personale (la prima in città) di Blek Le Rat, questa volta si orienta sul writing con inflessioni pop dell’artista di Haarlem: dal 16 marzo al 21 maggio “Predictably irrational” inonderà di lettere colorate gli spazi bianchissimi dello spazio di via Ausonio 1.

Lo stesso in cui ho intervistato JonOne. Ma, questa volta, senza sedie e cavalletto per la videocamera: in pieno wild style, decidiamo di chiacchierare per terra, io seduta e lui sdraiato sotto una sedia. “Perché – mi dice JonOne – quando vivi per strada devi abituarti a dormire ovunque, anche sotto una sedia”.

Come hai iniziato a fare street art?
Beh io posso dire di essere stato il primo testimone della street art.

Perché?
Non ho iniziato con la street art, ma con i graffiti. Perché dove sono nato io è il luogo in cui sono nati i graffiti. Quando vedi le tag per le strade o all’interno del negozio di Wag, quelle stesse tag erano in tutto il mio quartiere: sono cresciuto nella 157esima strada di Manhattan e questo è il motivo per cui io stesso ho taggato con un sacco di crew, con tutti i primi ragazzi che hanno iniziato a scrivere i loro nomi in una sorta di marcatura del loro territori sia sulle pareti di New York sia, alla fine, nella metropolitana. Quindi ci sono cresciuto in mezzo, sai.. e quando ero un bambino piccolo, mentre andavo a scuola e cose del genere, ero tipo: “Chi sono questi ragazzi che stanno scrivendo il loro nome ovunque? ». E tipo.. Ho pensato che fossero così cool, sai? Ho pensato che il loro essere così illegali e il loro lavoro fuori, quando la notte disegnavano il loro nome e poi al mattino vedevano il loro nome in tutto i luoghi, in tutto il quartiere.. Alla fine ho iniziato a scrivere il mio nome. Ho iniziato a scrivere il mio nome sui muri.

Perché hai deciso di spostarti da New York a Parigi? A quel tempo New York era il centro dei graffiti..
Lo era, lo era. Era il centro e anche io era una sorta di.. il mio nome era ovunque, sai? Avevo raggiunto la cima della piramide dei graffiti e della street art. Ma, sai, quando alcuni amici sono venuti a New York e mi hanno mostrato quello che stavano facendo qui, in Europa..

Tra gli amici c’era Bando?
Sì, c’era Bando. Così, quando li ho visti ho pensato: “Oh, merda, questo è completamente diverso da qualsiasi cosa io abbia visto a New York”, perché avevano strutture mai viste prima, composizioni, il modo di fare tutto.. sai, erano molto più poetici in un certo senso, nel senso che.. sai, possiamo dire che  lo stile di New York era puro. L’Europa aveva una grande purezza perché non avevano la nostra stessa aggressività, quella che solo  noi in quel momento stavamo attraversando. Forse è perché in Europa gli artisti sono stati ispirati da altri tipi di ispirazione, così sono venuto in Europa per vedere coi miei occhi quello che stavano facendo e quando sono arrivato qui tipo: “Woow, questa è l’Europa, non voglio tornare a New York, voglio stare qui “, sai. Questo è quanto, e da quel momento a Parigi ho iniziato a viaggiare in Occidente, in Inghilterra, in Germania, in Italia, e.. sai, posti del genere. Dove potevo trovare graffiti, io ero lì, bloccato.

Com’è cambiato il tuo stile in questo passaggio da New York a Parigi?
Il fatto è che avevo il mio stile fin da quando sono venuto qui. Ciò che vedi nella galleria è sempre il mio stile di base, a essere cambiato é il linguaggio che è diventato molto più ricco, molto più sofisticato, molto ispirato da cose diverse come dalla storia dell’Europa e dalla mia storia di ragazzi cresciuto a New York. In questo senso il venire in Europa ha cambiato il mio stile, perché io stesso sono cambiato come essere umano. Non ero più John dal ghetto ero Jean che vive a Parigi, come una sorta di musicista jazz che è venuto a Parigi negli anni Quaranta, Cinquanta o forse negli anni Sessanta: Miles Davis, Charlie Parker, anche Josephine Backer, sai, che ballava in Moulin Rouge. Quindi penso di avere rappresentato quegli americani che hanno lasciato ciò che avevano costruito in America per esprimersi meglio in Europa, un modo migliore per essere apprezzati, perché un artista può crescere solo per il successo e il successo mi è arrivato quando mi trovavo a Parigi e in Europa, sai. In America il sistema stava cercando di opprimermi.

E ora come lavori?
Come lavorare? Lavoro, faccio mostre, dipingo aerei, ho dipinto un aereo per Air France, lavoro facendo un sacco di mostre in fondazioni, sto cercando di spingere la mia arte più in là possibile.

Hai iniziato come artista illegale, ma ora lavori per marchi come Guerlain, Air France e Pellier: come è possibile?
Penso che non sia.. Credo che la gente sia finalmente pronta. Sai, prima era un’altra generazione di persone che parlavano contro l’idea di ancora non mi conosceva al punto di oggi. Ma quando la gente vede i miei potenziali, quello che ho da offrire, è un’altra cosa. Io posso piacere o non piacere, sai, ma l’esperienza che ho è ricca, è tangibile, sai, la qualità di quello che posso fare come artista è lì, è stato dimostrato e solo così le persone possono contare su di me, la gente sa che se dici qualcosa alla fine verrà fatta. Ecco, questo è quello che ho cambiato dall’illegalità. Oggi lavoro con le aziende ma sono sempre lo stesso artista, è la visione della gente, il modo in cui mi guardavano, a essere cambiato. È come dire: oggi ho avuto la “legione onore”, sai, che è il più alto riconoscimento che si può dare in Francia, cose che sai di solito sono usate per la guerra e per cose del genere. Quindi è solo il modo in cui la gente mi guarda a essere cambiato: io sono la stessa persona, sai, è solo il modo in cui la gente mi guarda a essere cambiato e questo è un bene perché offre alla mia arte un sacco di opportunità per crescere.

Hai mai sentito parlare della street artist Blu?
Si!

Sai cosa sta accadendo ora a Bologna?
No.. ora?

Sì, ieri e l’altro ieri.
Dimmi!

Ha deciso di coprire tutti i suoi pezzi in città perché alcune persone hanno fatto una mostra con i suoi capolavori: hanno deciso di rimuoverli dai muri, prenderli e metterli in un museo senza chiedergli il permesso. Cosa ne pensi?
Blu? Beh sai, è Blu, è uno street artist, è italiano, è di Bologna, è molto “engagée”, che vuol dire che come artista è molto sensibile alle sue opere. Posso capire che lui come artista è molto arrabbiato, ma sai la strada è difficile e nel momento in cui inizi a fare cose per le strade devi essere pronto  per qualsiasi cosa che si possa fare al tuo pezzo, qualcuno ci piscia addosso, qualcuno te lo ruba, qualcuno te lo prende e l’utilizza per qualcos’altro che non vuoi. Ecco, questa è la strada! Perché la gente immagina le strade a volte come se fossero qualcosa in stile pace e amore, dove tutti si amano, le strade tipo woow.. ma non è la realtà, le strade sono strade. Sai, prova a vivere in strada come una persona senza casa e vedrai quanto sia difficile è viverci. Così fin dal primo minuto in cui fai qualcosa per la strada sai che toccherai la vita delle persone. Ma è un bene, sai? E poi la polizia arriva e coprire tutto, o dipingi qualcosa e vieni arrestato.

Ok, un’ultima domanda.
No, sto bene!

Ok! Puoi dirmi qualcosa di quella mostra?
Si! Questa è la più bella e colorata mostra che abbia mai fatto in Italia in questo momento. È lo spettacolo di JonOne in Italia. Quello che posso dire su questa mostra è che volevo fare qualcosa di molto colorato, in modo che la gente possa venire qui e sorridere. Spesso nella vita le cose sono molto complicate, girano veloci in testa, ma qui sono voluto tornare a una dimensione umana, perché quadri sono una sorta di dimensione umana, le persone possono guardare le opere, pensare a se stessi, apprezzare e separarsi da tutto questo. Quando ho fatto questa mostra ho voluto dare prova di chi sono per imparare finalmente di più qui in Italia.

Qual è il titolo e perché l’hai scelto?
Il titolo, “Predictably irrational”, nasce dalla collaborazione tra me e la galleria, è una sorta di idea metafisica dei colori nello spazio e il tempo in cui viviamo oggi, sai. Perché quando guardi a questi quadri dovresti vivere una sorta di impronta del mondo in cui viviamo oggi: la gente pensa a cose molto complicate e le persone hanno sempre meno tempo, ma è ancora un mondo bello e sto cercando di far sentire alle persone che, in fondo, il mondo è positivo e che le cose stanno andando bene.

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