Bologna, gli avvocati ringraziano

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Oltre al danno anche le beffe. Il danno è, naturalmente, la mostra “Street Art Banksy & Co”, curata dal team di Genus Bononiae e inaugurata lo scorso 18 marzo al Palazzo Pepoli di Bologna. I grattacapi legali che ne sono scaturiti rappresentano, invece, le beffe, che rimarranno scritte negli annali della cronaca italiana per le tinte che hanno assunto, a metà tra il tragico e il comico.

Ma andiamo con ordine. Nella notte tra 11 e 12 marzo scorsi un nutrito gruppo di amici di Blu lo hanno aiutato a coprire con rullate di grigio le opere che rimanevano ancora in città, salvate dagli strappi del team di Fabio Roversi Monaco. Tra questi c’erano gli attivisti del laboratorio Crash, uno dei centri sociali coinvolti nella vicenda: in quel frangente tre di loro hanno dichiarato di essere stati “denunciati mentre aiutavamo Blu a cancellare le sue opere”. Avete capito bene, i tre sono stati denunciati per imbrattamento e violazione di domicilio mentre cancellavano un’opera da via Zanardi. Stessa scena si è ripetuta in via Fioravanti, dove la polizia municipale aveva tentato di far desistere gli attivisti dalla rimozione dell’opera, ma, almeno per quella volta, i risultati non sono arrivati.

Anche Blu sta passando i suoi guai legali dopo che, lo scorso 16 marzo, la direttrice del quartiere Savena si è ricordata di un particolare apparentemente burocratico. E cioè che il murale che Blu aveva realizzato sulla parete della scuola di Pace di via Lombardia nel lontano 2007, raffigurante un groviglio fitto di corpi a formare il busto e la testa di un uomo con gli occhiali, era stato commissionato dallo stesso Quartiere e regolarmente pagato all’artista. Circostanza confermata dalla presidente uscente del Savena che al Corriere di Bologna ha dichiarato: “Sì, è assolutamente vero che abbiamo commissionato e pagato quel murale a Blu. In quel periodo avevamo più soldi e ci eravamo potuti permettere questa spesa. Poi abbiamo commissionato altri murales ad altri writer, sono stati fatti progetti con le scuole e il discorso è andato avanti”. Ora la parola passa all’avvocatura del Comune, che dovrà chiarire le posizioni ed, eventualmente, aprire una causa. “In astratto — spiega il procuratore aggiunto Valter Giovannini — se l’opera fosse stata effettivamente commissionata e pagata la proprietà sarebbe del quartiere e, sempre in astratto, potrebbe configurarsi il reato di danneggiamento aggravato dall’esposizione del bene alla pubblica fede”.

Ma le controversie legali non finiscono certo qui. L’ultima in ordine di tempo è quella che ha interessato la mostra R.U.S.Co., recupero urbano spazi comuni (ma anche “spazzatura” nel dialetto bolognese), che ha inaugurato lo stesso giorno della mostra “Street Art Banksy & Co” all’ex Zincaturificio di via Stalingrado 63-65.5. Circa sedicimila metri quadrati di pareti e supporti che, dallo scorso febbraio, sono stati trasformati in un immenso spazio di arte, pubblico e gratuito, per mano di una quarantina di artisti italiani e stranieri su curatela di Etta Polico dell’associazione culturale Serendippo. È proprio lei, Etta Polico, a spiegarmi come sono andate le cose: “Durante la conferenza stampa di presentazione al pubblio dello scorso 16 marzo abbiamo convenuto che per motivi di sicurezza non si poteva entrare nell’area interessata dalla mostra. Finalco Spa, l’azienda proprietaria della struttura e rappresentata da Rinaldo Nannetti, ha dunque sporto denuncia contro ignoti, senza mai citare R.U.S.Co. Io stessa ho detto che chiunque fosse entrato lo avrebbe fatto a suo rischio e pericolo”.

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