La prima volta della street art in Corte di Cassazione

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La Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rigettato le richieste della Procura Generale di Milano e ha definitivamente prosciolto l’indagato. Così si è chiusa, martedì 5 aprile, la lunga vicenda giudiziaria di Manu Invisible, writer di origini sarde il cui caso è stato il primo nella storia italiana del movimento a essere passato per i tre gradi del giudizio previsti dalla nostra legge. Una grande conquista, di cui possono andare fieri l’avvocato difensore Giuseppe Quaglia e il legale Domenico Melillo: il primo l’ha assistito in Cassazione, il secondo in tutti e tre i gradi. Con una particolarità: Melillo non è “solo” un avvocato ma anche (e anche lui) un writer.

Il fatto risale al 20 giugno 2011 quando Manu Invisble viene fermato dalla polizia di Milano mentre, come ha riferito la Difesa, dipinge uno scorcio notturno dei navigli milanesi in un sottopasso ferroviario in zona Lambrate. Accusato dalla procura di Milano del reato di imbrattamento, il 17 gennaio 2014 avviene il processo di primo grado: la sentenza è quella della piena assoluzione, con tanto di giudice, Marialilia Speretta, che riconosce il valore oggettivo artistico al graffito, dal momento che il disegno è stato realizzato con l’intento di abbellire una strada periferica, sporca e degradata. Non è dello stesso parare la Procura di Milano che opta per il ricorso: l’anno successivo si tiene dunque il processo di secondo grado, che si conclude con l’assoluzione di Manu Invisible, questa volta con la formula della particolare tenuità del fatto, una riformulazione “in peggio” della sentenza di primo grado. Ma, ancora una volta, la Procura Generale di Milano, nella figura del sostituto procuratore generale Tiziano Masini, non ci sta e si appella alla Corte di Cassazione, Seconda Sezione Penale.

Arriviamo così al 5 aprile 2016, quando la Corte di Cassazione conferma il proscioglimento del secondo grado, rigettando così il ricorso che il procuratore generale aveva fatto contro la formula della “particolare tenuità del fatto”. Oltre a questo la difesa ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado di modo che resti in piedi il verdetto di primo grado con l’assoluzione nel merito. “Si è trattato di una forma di accanimento accusatorio per un reato di cui si era già deciso nel primo grado – mi ha detto Domenico Melillo – e per il quale non c’è bisogno di entrare nel merito in mancanza dell’elemento soggettivo”.

Il caso crea un importante precedente che apre la strada a eventuali altri processi di simile natura. A esserne i fautori sono gli avvocati Giuseppe Quaglia e Domenico Melillo: “Eppure – continua Melillo – sono un po’ triste. Il grigiore dei nostri muri è dettato dal grigiore della burocrazia, che si insinua nelle menti delle persone e che le rende reticenti a riconoscere il valore artistico di graffiti e street art”. Domenico è convinto che questa del grigiore sia una faccenda tutta milanese, ma che si è ben presto radicata in ogni angolo della penisola: “Era il 2009 – ricorda – quando l’allora sindaco Letizia Moratti dava la caccia ai writer di Milano. Le aggiunte all’articolo 639 del Codice Penale sono il frutto delle sue lamentele con Silvio Berlusconi, il quale ha messo la firma alla riforma sulla procedibilità d’ufficio per l’imbrattamento, prevedendo così la pretesa politica dello Stato indipendentemente da quella del privato”. Una scelta che ha fatto aumentare a dismisura il numero dei procedimenti penali, molti dei quali sono oggettivamente inutili: “Ce ne sono 200 solo a Milano – mi dice – 20 dei quali sono riuscito a concludere. Ma in questo modo si buttano i soldi pubblici, soprattutto perché il problema si ripete anche a livello nazionale”.

Ma, nonostante tutto, Domenico Melillo è felice dei risultati raggiunti: “È stato un po’ come difendere me stesso”, mi confessa. Già, ma come si fa a fare convivere lavoro e passione, avvocatura e writing? “Dipingo dall’inizio degli anni Novanta – mi racconta – mentre dai Duemila mi sono evoluto con le mostre (la prima l’ho fatta nel 2001), indirizzando le mie doti creative verso quella inaspettata direzione. A quel tempo cresceva in me la passione per il mondo della giustizia, e così ho iniziato a studiare giurisprudenza. Ma l’ambiente chiuso delle aule di Tribunale non mi piaceva, tanto che anche mentre studiavo realizzavo opere d’arte all’esterno, finchè, a qualche giorno dalla laurea, non mi hanno pizzicato: il nucleo antigraffiti mi fermato proprio mentre stavo dipingendo, chiedendomi se avessi l’autorizzazione. Ho risposto loro che l’avevo ma che era solo verbale, e così hanno aperto un fascicolo su di me. Mi sono rivolto a un avvocato d’ufficio, Giuseppe Quaglia, che ha preso in simpatia la mia storia e che mi ha proposto di fare pratica con lui. Insomma, un giorno dopo la laurea, conseguita nel 2007, l’avvocato Quaglia mi ha dato appuntamento in Tribunale e con lui ho iniziato a girare le udienze”. Ironia della sorte, il primo procedimento che ha visto concludere è stato proprio il suo, con richiesta di archiviazione: “Da quel momento ha iniziato a vedere come graffiti e street art finivano nelle Procure e venivano trattati nei Tribunali: ho visto foto dei miei pezzi, il mio indirizzo di casa, informazioni sulla mia famiglia, tutte catalogate e archiviate”. Un bel cambiamento, che tuttavia Domenico tratta con grande lucidità: “Risolvo la mia dicotomia continuando a dipingere, legalmente, pareti e facciate di palazzi soprattutto, e facendo mostre”. Prova ne è che sta per concludersi il suo ultimo progetto in solitaria: “Sto finendo – mi racconta – un pezzo sui navigli e che ha una storia molto particolare. Quando mi sono sposato il prete che ha officiato le nozze voleva un’offerta in soldi: io ci ha pensato e alla fine gli ho proposto uno scambio: al posto della messa io avrei dipinto un’opera fuori dalla sua chiesa. Il prete ha acconsentito e ora sto ultimando il pezzo”.

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