Un Caravaggio alla rotonda dell’Iper di Varese. L’intervista ad Andrea Ravo Mattoni

Interviste

Un Caravaggio torna nella sua terra natale, la Lombardia. Ma questa volta non c’entrano nè i musei nè i restauratori: a riportare a casa un’opera di Michelangelo Merisi è stato infatti lo street artist Andrea Ravo Mattoni, che su uno dei pilastri in corrispondenza della rotonda di viale Belforte a Varese ha dipinto con le bombolette la bellissima “Cattura di Cristo” del 1602.

L’opera rientra nel progetto Urban Canvas, evento locale dedicato alla street art e organizzato dall’Associazione WgArt: iniziato nel 2014, negli ultimi anni ha permesso ad artisti varesini e a writers da tutta Europa di lasciare un segno nella città lombarda. Quest’anno l’opera di Ravo ha lasciato tutti  bocca aperta: non solo l’artista ha vinto una sfida con sè stesso, riproponendo in versione spray i forti chiaroscuri di cui il pittore era maestro, ma a ben guardare l’opera nasconde anche un piccolo segreto che lo stesso Ravo mi svela durante questa intervista.

Come mai hai deciso di riproporre un’opera di Caravaggio in versione spary?

Ho sempre ammirato e percepito le luci di che utilizzava Caravaggio nei suoi dipinti come un qualcosa di estremamente magico: volermi mettere alla prova per riprodurlo a spray è stato per me una sfida. La scelta è ricaduta sulla “Cattura di Cristo”, uno dei quadri, secondo il mio punto di vista, più completi e riusciti nell’intera opera del Merisi. Senza contare che dietro al quadro c’è una storia che mi  affascinava particolarmente: per tanti anni quello è rimasto un “Caravaggio perduto” che venne riscoperto solo nel 1990, quasi per caso, e che solo dopo un grande lavoro di ricerca fu effettivamente riconosciuto come opera di Michelangelo Merisi.

È per questo che nella tua opera c’è un messaggio nascosto?

Sì, il messaggio è la scritta “We will all be forgotten” (verremo tutti dimenticati), una scritta che ho fatto in bordeaux scuro su nero, una scritta quasi celata e nascosta ma che a un occhio attento appare. Questa ha una doppia valenza: la prima è proprio quella che riguarda il ritrovamento di un quadro così meraviglioso, rimasto dimenticato per più di 400 anni, mentre il secondo significato riguarda tutti noi e l’universo intero, il fatto che tutte le nostre esperienze, il nostro vissuto, le nostre creazioni verranno dimenticate. Il sistema solare, l’intera umanità e le religioni stesse: tutto verrà lasciato in una sorta di abbandono dell’ego, e del dovere di dimostrare a tutti i costi qualcosa. Insomma, questa scritta fa perdere valore, positivamente, a ogni cosa.

 È la prima volta che partecipi a un evento come quello varesino di Urban Canvas?

No, lavoro con le bombolette spray dal 1995 e ho continuato a usarle anche negli anni dell’accademia di Brera. Ho partecipato a diversi festival di street art e manifestazioni del genere oltre a Urban Canvas, che si svolge nella mia città natale.
Quali progetti hai per il futuro?
Per il futuro ho in programma una mia mostra a giugno a Torino, ma è ancora in fase di sviluppo, e sto iniziando a tatuare in uno studio di Varese. Ma devo dire che di proposte, soprattutto in questi giorni, ne sono arrivate parecchie.. vedremo.

 

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