Elian, Orticanoodles, Osgemeos. E un ricordo a chi, come “Slav”, è morto sotto un treno

Foto, In Italia

Dal Naviglio Pavese all’Ortica, per finire alla Bicocca. È stato il sabato pomeriggio ideale quello che ho passato, in giro per la città che amo, a vedere le ultime (in ordine tempo) monumentali opere di street art regalate a Milano da Elian, Orticanoodles e Osgemeos.

Il mio giro parte proprio da “Transversal Movement”, in via Ascanio Sforza 85, su un edificio nato come opificio dell’azienda Sacofgas e successivamente trasformato in sede di studi di architettura e show room di moda. Qui, tra fine marzo e inizio aprile, ha lavorato l’argentino Elian (per la prima volta a Milano) con Daniele Decia e Alice Cosmai, dell’associazione culturale Question Mark: 800 mq di puro colore, steso secondo lo stile geometrico e policromo dell’artista d’oltreoceano. All’interno dell’edificio, poi, Daniele Decia ha curato la prima mostra italiana che ospita opere indoor del giovane argentino, a fianco sono state esposte le tele di Giorgio Bartocci, Btoy, Nemco, Nevercrew, Mcity, Mr. Fijodor e Fabio Petani. La mostra è uno spin-off dell’esposizione “Cities they arte a changin’”, che dall’11 marzo al 24 aprile è in corso alla Fabbrica del Vapore in via Procaccini a Milano.

La seconda tappa è quella all’Ortica: e chi poteva lavorarci, se non gli Orticanoodles? Qui, tra via San Faustino e via Rosso di San Secondo, il duo composto da Walter Wally Contipelli e Alessandra Montanari ha realizzato la grande opera “Ma mì” che raffigura i volti di sette protagonisti della cultura meneghina (Nanni Svampa, Ornella Vanoni, Enzo Jannacci, Giorgio Strehler, Dario Fo, Ivan Della Mea, Giorgio Gaber) con relative frasi storiche. Nato da un’idea della sezione dell’Anpi Ortica (da qui l’idea del rosso che campeggia su tutta la murata), il murale ha coinvolto la Cooperativa Edificatrice dell’Ortica e il liceo linguistico Manzoni: agli alunni dell’istituto gli Orticanoodles hanno insegnato la tecnica rinascimentale dello spolvero, nata con Michelangelo, e riutilizzata dagli stessi artisti nelle loro più grandi (e belle) opere.

Terzo e ultimo luogo da me visitato è stato il retro di Hangar Bicocca, proprio sopra la stazione di Greco Pirelli. Nella zona, grazie al progetto dei cento muri liberi, sono già moltissimi i murales che ricoprono il muro di cinta della ferrovia, fino al ponte di Sesto San Giovanni. C’è poi da dire che non è la prima volta che Hangar Bicocca si dedica alla street art: già lo scorso anno Pirelli si era avvicinata a tale linguaggio chiedendo di interpretare gli pneumatici a tre artisti internazionali – la brasiliana Marina Zumi, il tedesco Dome e il russo Alexey Luka – le cui opere, riunite in un’unica installazione, erano state ospitate negli spazi di Hangar Bicocca. Proprio in questo contesto si inserisce il progetto “Outside the Cube” che tra 2016 e 2018 darà vita a un percorso ricco e articolato attraverso proiezioni di film e documentari, incontri col pubblico e presentazioni editoriali per portare fuori dal “cubo” di Hangar l’arte. Si inaugura stasera il primo intervento, curato dall’artista e scrittore Cedar Lewisohn: quello di Osgemeos, il duo di fratelli brasiliani Gustavo e Otávio Pandolfo che hanno realizzato “Efêmero”, un vagone metropolitano con un giovane writer che ci si aggrappa dipinto su circa mille mq di superficie. 

Ironia della sorte quel murale ha annunciato, senza che i suoi autori potessero prevederlo, la tragica fine del giovane writer Svyatoslav Slav Naryshev, morto a 19 anni travolto da una treno proprio nella vicina stazione di Greco Pirelli, mentre realizzava un pezzo con un amico. Da qui l’idea di Alessandro Riva: “Che quel muro sia almeno dedicato a Slav, allora. E che, all’inaugurazione, non stiano tutti lì ad abboffarsi di tartine e a bere il solito frizzantino e a scambiarsi le solite futilità sul sistema dell’arte, ma pensino per un momento – un momento soltanto – a Svyatoslav e a tutti quelli come lui, che nell’arte pubblica ci credevano davvero”.

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