In the beginnings, la prima mostra di Grafite HB. Alla scoperta di fanzine, poster e flyer con l’archivio storico di Wag Lab Milano

Interviste, Recensioni

La prima volta è arrivata anche per noi: dal 21 luglio a Base Milano, nell’ambito dell’appuntamento Urban Thursday,  l’associazione culturale Grafite HB allestisce la sua prima mostra, “In the beginnings – A historical selection of fanzines, posters and flyers of Milan suburban street cultures from early 90’s”. L’esposizione sarà un breve introduzione al mondo dell’Hip Hop e del Writing a partire dalle sue origini: in pratica abbiamo svaligiato l’archivio storico di Wag Lab Milano alla ricerca di fanzine, flyer e poster che raccontino come si svolgeva la comunicazione nell’era dell’Internet 0.0, quando cioè a informare sulle serate non c’era l’opzione di Facebook “crea evento” ma fogli stampati e distribuiti o per parlare con gli artisti d’oltralpe non esistevano le chat ma ci si muoveva con la macchina e ci sia presentava di persona.

Durante l’attività di ricerca del materiale ho poi avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Alberto Scabbia, proprietario di Wag nonché socio e collega: anche lui è stato tra i protagonisti che hanno contribuito a porre le basi, tra fine anni Ottanta e inizio Novanta, di quel movimento culturale.

Come ti avvicini al mondo dell’Hip Hop e del Writing?
Quella che è comunemente nota come “cultura post punk” approda in Italia negli anni Ottanta: nel 1982 ho 20 anni e sono abbastanza adulto da poterci capire qualcosa. Assieme a me ci sono veramente poche altre persone che non si sono avvicinate al movimento “da piccoli”: il risultato è che per quelli che ci si sono appassionati in età giovanile è stata solo una moda, mentre sono rimasti ben pochi quelli che ne hanno fatto un lifestyle. Il mondo dell’Hip Hop e del Writing è una sorta di esercito: l’attivismo che ci deve sempre essere, le tradizioni vanno fatte, un artista può evolversi quanto vuole ma non può parlare di Hip Hop se poi non va a fare due cazzo di graffiti. Stessa cosa a livello musicale, se passi dal rap al pop non significa che rappresenti.

Come si realizzava tutto quello che c’è in mostra?
Quello era un periodo in cui la comunicazione era basata soprattutto sulla presenza: il telefonino non esisteva e le immagini venivano divulgate attraverso il sistema della stampa. Quest’ultimo era, per noi poveracci, un sistema a basso costo di montaggio: immagini, titolo e testi venivano realizzati con la tecnologia povera del collage e l’utilizzo della letraset. I testi venivano battuti a macchina su dei fogli attaccati e poi, una volta composta la fanzine,  se ne facevano le fotocopia in bianco e nero: solo dopo la tecnologia ha dato una mano e nel 1992 è arrivato lo scannero. Lentissimo, la scansione di una pagina durava anche 10-15: una follia.

Qual era il vostro “campo base”?
Tutto quello che concerneva “Tribe” convergeva al negozio: qui sviluppavamo tutto, c’era un vero e proprio newtwork (anche le prime mail sono partite da qui), si facevano incontri. Certo, il telefono si usava, ma ci spostavamo molto in Europa per le jam e usavamo le fanzine e le riviste come interscambio culturale. Per questo “Tribe” nasce facendo un discorso ampio sulla musica americana e su qualche realtà straniera di Writing: solo dopo due numeri abbiamo concentrato tutto sulla realtà milanese e italiana, volevamo dare un connotato ben preciso a questo situazione. Inizialmente si chiamava “Tribe – Hip Hop magazine”, e riguardava tutti gli aspetti dell’Hip Hop (musiva, ballo, graffiti, selezione e consigli di dischi, segnalazioni di eventi, curiosità), ma poi ci dividemmo il compito con Alleanza Latina (giornale di Sid, cui fornivano informazioni sul Writing) e mentre AElle diventò il giornale della musica con qualche spunto sui graffiti, noi ci specializzammo su Graffiti e Writing, anche perché Milano ne era un po’ la culla.

Perché avete iniziato?
Ti racconto un aneddoto: eravamo io, Rendo e Airone e decidemmo di andare a una jam a Francoforte. Vascata! Quando arrivammo c’era gente che dipingeva (Mode2 e tutto il giro che si era creato in Europa con svizzeri, francesi e tedeschi. Qui la curiosità di vederci italiani suscitò ilarità: “Ah, c’è questo tipo di arte in Italia?”, ci chiesero. La rivista dunque nasce anche con l’intento di divulgare la cultura italiana: volevamo fare conoscere l’Italia del Writing in giro, e ci eravamo riusciti se pensiamo che l’80% della distribuzione di “Tribe” era all’estero. La nostra cultura veniva così scambiata con quella di altri e noi per primi ci assumevamo la responsabilità della divulgazione: viaggiavamo, portavamo la nostra fanzine agli altri e gli altri ci davano la loro e ci garantivamo così il passaporto per girare, perché tra amicizie e inviti ci siamo girati l’Europa.

Quali erano i vostri modelli?
Fanze prima della nostra ce ne sono nate a NY, in Germania e Svizzera: questi erano i nostri modelli da “imitare”. Poi però abbiamo creato un prodotto nostro: a parte i primi due numeri che erano in formato A3 (fotocopie ripiegate e pinzate), dal numero 3 chiedemmo alla tipografia dove stampavamo anche flyer, manifesti e locandine per serate se era disposta a iniziare una nuova avventura: partimmo così per creare una fanzine stampata. La scommessa era sui numeri e decidemmo di farne 200/300 copie attraverso l’uso della scanner. La curiosità però è un’altra: quando iniziammo a farne il progetto, ci accorgemmo che i fogli usati avevano una misura tale che, montanti secondo i formati tradizionali delle riviste, lasciavano molto scarto di carta inutilizzata. Chiedemmo così al tipografo di sviluppare la rivista a tutto campo per fare una rivista più grande e per sfruttare al massimo materiale e spazio. Il tipografo rispose che non ci sarebbero stati problemi, ma al momento delle spedizioni il problema ce ne furono eccome: non esistevano buste di quel formato! Per diverse cose, insomma, all’inizio abbiamo avuto dei problemi.

Quale stile utilizzavate?
A livello di carattere del testo, questa era una sottigliezza tecnica che non gli era permessa perché c’era un solo formato. La struttura contenutistica che usavamo era basata su assi portanti: un’introduzione, un caos controllato per quello che riguardava l’insieme di immagini e la loro divisione per argomento (muri, treni, metropolitana). La nostra fanzine si basava sulle fotografie, ma le condizioni in cui venivano realizzate potevano essere davvero pessime: tutto  dipendeva  dallo sviluppo e delle capacità del fotografo, spesso  capitava che solo il 50% del materiale in nostro possesso fosse buono e potevamo mettere assieme solo quello. Nella struttura della fanzine rientravano anche due interviste ad artisti e le pagine pubblicitarie. Dl numero 4, poi, grazie alla forza del movimento, siamo stati in grado di avere  in copertina di tutti i king del mondo del writing, provenienti soprattutto da New York. A quel punto abbiamo raggiunto un alto livello: la fanzine era ben confezionata e la cover d’autore testimoniava lo spessore della rivista e di quello che si sarebbe potuto trovare all’interno.

Chi erano i redattori?
Definirli redattori fa ridere: gli operai eravamo io, KayOne e Airone. Siamo andati avanti così fino al 2000: la fanzine si è fermata nel pieno dell’inizio della comunicazione via web e in concomitanza con la nascita delle riviste online. La fanzine finì anche perché non si riuscì più a essere il portavoce di tutti, le nuove generazioni avevano cambiato visione su tanti argomenti, tutto diventava più diffuso e frammezzato. Dal nostro esempio sono nate tantissime riviste, tutti volevano fare la propria fanzine e tutti gli artisti si facevano la propria. Decidemmo quindi che a proseguire fosse qualcun altro.

E i flyer?
La topologia del flyer è sempre stata più o meno la stessa: se ne facevano già dalla metà degli anni ’80, non solo in questo ambiente, ed erano già tutti stampati graficamente, c’erano due o tre tipografie di Milano e dintorni che avevano sempre gli stessi modelli. Ma c’è un’altra spiegazione: le forme erano più o meno sempre standardizzate perché altrimenti dovevi pagare la fustella, oltre che lo sbattimento anche per il tipografo. Solitamente erano abbastanza essenziali: c’erano una foto di fondo e un testo applicato sopra, mentre in alcuni casi i disegni venivano fatti a mano, scansionati e posti a sfondo di testi dal font limitat. La capacità che avevo i flyer era quella di dare una notizia: dopo avere stampato e ritirato i pacchi, ci si ritrovava coi distributori sulle zone e infine si lasciava il flyer nel negozi o nell’ambiente più indicato per la serata. Quello che si sponsorizzava era infatti l’evento di clubbing, la serata in discoteca: da fine anni ’80 fino  al 2000 Milano ha avuto una scena devastante a livello di scena musicale, si faceva serate in qualsiasi posto. Pensa che io e Cif abbiamo pure fatto una festa in un posto che di giorno era una mensa.

 

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