Mollette, parcometri e carta igienica: la poesia di strada è servita. Intervista a Ma Rea

Interviste

Appese sui fili dello stendi biancheria o sui rami degli alberi, incollati sui parcometri o alla base dei cestini dell’immondizia per strada, affisse sui tovagliolini dei bar o sulla carta igienica in bagno. Insomma, Ma Rea non rinuncia proprio a usare gli spazi pubblici per fare circolare la sua poesia: al punto di chiamarsi “Lo Stendiversomio” e di usare la città come un foglio su cui tracciare i suoi versi in rima. Ma chi è questo strano personaggio, che fa arte di strada senza usare le bombolette e che stila le sue odi tra un turno come autista di pullman e l’altro? Ecco la mia intervista ad Andrea Masiero.

Come e quando nasce in te la passione per la poesia di strada?

Un colpo di fulmine nel marzo 2014. Così fu l’incontro a Firenze con alcune poesie del MeP affisse per le vie e l’idea mi piacque molto fin da subito. Da tempo pensavo a qualche modo originale di proporre i miei scritti e quell’incontro fu determinante. La strada e la poesia. Fino a quel momento non avevo idea dell’esistenza di tutto quel sottobosco letterario che è la strada. E il primo maggio dello stesso anno mi buttai anch’io nella mischia iniziando a farne parte e a conoscerlo da vicino.

Sull’argomento hai scritto pure una tesi di laurea: qual è il suo contenuto (e, soprattutto, com’è andata la discussione)?

Fu un effetto domino. Dall’azione in strada alla sua narrazione accademica. Un’opportunità unica nata dal sostegno e dalla proposta della professoressa Trasforini. La tesi parla della poesia di strada, contiene un breve excursus storico della sua genesi ed evoluzione e dei soggetti che ne fanno parte. Ho cercato soprattutto di leggere gli elementi e le dinamiche sociali che hanno contribuito (e che continuano tuttora) a creare questo nuovo mondo letterario-artistico. Al contempo è stata una prima occasione per narrare la mia avventura poetica. La discussione è stata ottima direi, considerando l’esito e gli inviti che continuo ad avere all’Università per parlare dell’argomento. Grazie.

La tua produzione è molto eterogenea: cosa ti piace di più fare?

Dipende dal momento, dal tempo libero e dalle energie. Vedere nascere un nuovo lavoro è sempre eccitante, oppure andare in una città e agire d’istinto è un’emozione che devo ciclicamente ripercorrere. Mi piace molto anche sviluppare le nuove idee. Quando nascono hanno una gestazione più o meno lunga e questo aspetto ha un fascino notevole. Inizio a studiare come declinarla nel contesto più adatto, cerco le poesie adatte all’intervento e mi proietto nell’impatto che quest’opera avrà tra la gente.

Il tuo lavoro, però, è un altro: come concili il tuo impiego come autista di bus e la poesia di strada?

Capriole. Una dietro l’altra. Praticamente piroette. Sfrutto ogni occasione per produrre e agire. Non è facile, per niente. Vorrei fare molto di più, viste le numerose idee in cantiere. Non importa, ogni nuovo tassello poetico messo in circolazione è sempre un successo. Mi dico sempre ‘’anche questa l’ho fatta’’. Un altro pezzo della mia vita è diventato Poesia errante. Il successo sta nella capacità di buttare fuori un’altra parte di sé in modo creativo. Il resto è successo aggiuntivo, auspicato ma conseguente, casomai.

Come reagiscono i passanti?

I passanti fanno parte della poesia errante. Le risate, la meraviglia, le critiche, le collaborazioni e le domande sono parte dell’opera. Spesso i passanti collaborano. L’esempio più importante e recente è la panchina di Smart poetry ai giardini della Ca’ buia all’Arcoveggio a Bologna. Nata nella clandestinità è diventata un’opera condivisa durante i 3 mesi di lavori. Bambini che venivano ad aiutarmi ad attaccare le puntine, persone che mi chiedevano informazioni, altre che mi compravano puntine e me le portavano, umarells che venivano a raccontarmi la loro vita e a seguire i lavori del cantiere poetico e molto altro. L’opera è stata sostenuta da tutto il parco, in primis dall’associazione che lo gestisce. È stata un’esperienza straordinaria.

Da dove nasce il tuo nome?

Ma Rea nasce dalla mia identità anagrafica. Ma Rea contiene la mia storia ma si innalza in un mondo nuovo. Dico spesso che sono le ali di MAsiero AndREA. In effetti, l’effetto è un po’ questo. Un volo verso la poesia. E la marea rappresenta bene l’eterogeneità culturale in cui mi muovo, le mie azioni e anche la personalità.

Dove ti vedi tra qualche anno?

Per strada con in mano il taccuino e un po’ più sal y poivre. Magari con la mia passione primaria che mi dia anche da mangiare. Perché con la cultura forse non si mangia, ma si vive. E io vorrei vivere per questo mondo creativo.

 

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