Banksy siriano, i graffiti ribelli della guerra civile. Intervista ad Abu Malek al-Shami

Interviste

Il 6 marzo del 2011 a Dar’a, città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di ragazzi tra i 13 e i 16 anni disegna alcuni graffiti sul muro di una scuola: “Il popolo vuole rovesciare il regime”, si legge e, ancora, “È il tuo turno, dottore”, messaggio, questo, rivolto al presidente siriano Bashar al Assad, laureato in oftalmologia. Passa solo un giorno e uno a uno i ragazzini vengono arrestati da ufficiali di polizia e dei servizi segreti che promettono alle loro famiglie di trattenere i loro figli soltanto per poche ore. Ma le promesse non vengono mantenute e il 15 marzo del 2011 migliaia di persone scendono per le strade di Damasco e Aleppo in una delle prime grandi manifestazioni pacifiche del Paese contro il governo siriano. Il regime, però, risponde: ben presto cortei e dimostrazioni vengono repressi con la violenza, iniziando così una vera e propria guerra civile, di cui tutt’ora non si conoscono il numero esatto dei morti e l’esito.

Nel 2011 Abu Malek al-Shami ha 17 anni, vive a Damasco e partecipa alle rivolte nella sua città. Con l’inizio della rivoluzione al-Shami stravolge la sua vita: niente più amici, niente più studi, solo guerra e graffiti. Dopo essersi traferito nella città di Darayya, una delle roccaforti dei ribelli, Abu Malek al-Shami inizia infatti a divulgare messaggi di pace e contro la violenza sulle macerie delle case distrutte dalle città, imbracciando non le armi ma i pennelli e le bombolette. Non è un caso che Middle East Eye, rivista on line che si occupa di Medio Oriente, l’abbia definito “Banksy siriano” per la sua modalità d’azione: dotato di pseudonimo (Abu Malek al-Shami non è il suo vero nome), si aggira di notte per le strade di Darayya per realizzare le sue opere senza farsi riconoscere. Oggi a Darayya regna la pace, dopo che ad agosto i ribelli si sono arresi alle forze dell’esercito regolare, ma al-Shami non rimpiange quanto ha fatto. Io ho avuto il privilegio di intervistarlo, ma a una clausola: farlo per mail. Questa volta, però, mistero e anonimato non c’entrano: “La guerra – mi ha raccontato in chat – mi ha tolto tutto, anche la possibilità di studiare l’inglese. Per questo preferirei rispondere alle tue domande per mail e in arabo, spero che per te non sia un problema”.

Chi sei?
Mi chiamo Abu Malek al-Shami, ho 22 anni, sono nato nel 1994 e vivo a Damasco.  Ho partecipato alla rivoluzione siriana fin dal suo inizio a Damasco per poi spostarmi nella città di Dar’a, luogo di nascita della rivoluzione siriana. Abu Shami non  è il mio vero nome ma è il mio soprannome rivoluzionario: ho deciso di usarlo per la mia sicurezza, data la situazione pericolosa e minacciosa che rischiava di portare me e tutta la mia famiglia all’arresto ed, eventualmente, anche alla morte. Durante le manifestazioni tutti noi avevamo nomi fittizi e coprivamo i nostri volti in modo da nascondere tutti i dettagli della nostra vita.

Quando e perché hai iniziato a fare Street Art?
Ero uno studente del liceo quando, nel primo anno della rivoluzione, vi ho partecipavo attraverso manifestazioni pacifiche per chiedere libertà, dignità e giustizia. Oltre a questo, disegnavo bandiere inneggianti la rivoluzione con frasi che rispecchiavano le richieste dei ribelli e dei manifestanti contro il regime di al-Asadi. Dopo un anno pieno di manifestazioni ho dovuto lasciare gli studi per dedicarmi totalmente alla rivoluzione: dopo la prima fase a Damasco, più pacifica, noi tutti abbiamo sentito la necessità di imbracciare le armi per difendere la nostra vita. Succedeva infatti che anche durante le manifestazioni pacifiche il regime brutale ci assalisse pesantemente, causando lo spargimento di molto sangue dei nostri manifestanti. Dopo questa prima fase, a Damasco e nelle periferie si sono fermate tutte le manifestazioni e il regime ha trasformato tutto in una vera e propria battaglia in cui sono state usate tutte le armi utili per le sparatorie, come cannoni, missili e aerei. I rivoluzionari della nostra zona si sono così spostati nelle periferie e nelle campagne per evitare qualsiasi danno per i residenti della popolazione della città. Dopo lunghe lotte i rivoluzionari sono stati costretti a ritirarsi nella città di Darayya, che è stata piegata da una grande strage nel 2012 e poi di una vera guerra alla fine dello stesso anno, concludendo poi con un’operazione armata che ha completamente bloccato la città togliendole tutti mezzi di collegamento. A quel tempo guardavo gli eventi da vicino ma non potevo fare nulla perché a nessuno era permesso di entrare nell’esercito libero e portare armi. All’inizio del 2013 gli eventi sono andati crescendo giorno dopo giorno, vivevo a casa di un parente vicino ai centri militari di Assad  utilizzati per reprimere la rivoluzione. In quel periodo ho deciso di andare a Darayya per vedere con i miei occhi quello che stava succedendo e unirmi ai ribelli e condividere con loro il dolore di martiri e detenuti. Sono uscito di nascosto dalla mia casa il 21/01/2013 lasciando la mia famiglia, i miei sogni, il mio futuro e tutti i miei ricordi dietro di me. A loro, quella notte, ho dato il mio ultimo saluto. Imbracciare le armi non è stata un’attività facile per me, ma appena ho iniziato a provare, vivendo una  vita di guerra e bombardamenti e vedendo i martiri, i feriti e le case distrutte, mi sono adattato. Sono entrato in una città che non conoscevo e in cui non avevo legami con nessuno finché ho preso una casa. Ho vissuto l’esilio da solo finchè, dopo essermi abituato, ho avuto modo di conoscere un sacco  di amici che hanno riempito il vuoto della mia vita con il loro amore e io ho fatto lo stesso con loro.

Cosa disegni? Qual è il tuo messaggio?
Quando la guerra si è fermata, dopo mesi di scontri, la vita è tornata gradualmente alla normalità e per tutti è ricominciata la vita abitudinaria. In quel periodo mi tenevo occupato svolgendo  il mio hobby preferito fin dall’infanzia: disegnare. Così ho iniziato a disegnare su alcune delle pareti del reparto nel quale facevo la guardia, e su alcuni libri e documenti per non annoiarmi. Dopo un breve periodo si è presentato nella mia casa di Darayya un giovane fotografo dal nome “Majid Al Ma’damni”. Era un fotografo professionista  che faceva un tour fotografico per la città, ha visto i disegni che avevo fatto sulle pareti della zona e ne è rimasto ammirato. Dopo qualche giorno mi ha chiesto, attraverso un suo amico, di incontrarci e io ho accettato l’invito: mi ha così proposto di disegnare sulle pareti di quasi tutta la città con lo spirito e i colori della rivoluzione, dicendomi anche che avrei avuto tutta la sua collaborazione in questa attività. Mi sono ricordato i disegni murali nelle aree rivoluzionarie Kbensh e Kafr NABL e Saraqeb a Idlib e ‘Amuda a Hama e Zabadani in campagna Almishqi, finché nella mia mente si è completata  l’immagine di quello che avrei voluto fare e abbiamo deciso di disegnare sui muri delle case distrutte perché sono luoghi ben visibili agli occhi della gente grazie alle quali si possono dare dei messaggi di massa, nonostante la distruzione. È stata la mia prima esperienza di disegno per me perché non l’ho mai imparato né a scuola né all’università, disegnavo solamente su libri e fogli. Ho sentito un senso di sfida e responsabilità nel fornire queste opere artistiche alla città assediata e al mondo.

Quanti graffiti hai fatto a Darayya?
La mia prima murata l’ho fatta nel mese di ottobre 2014 prendendo spunto da internet e dai disegni e opere d’arte degli artisti della rivoluzione: ero molto attratto dalle loro idee. Ho proseguito il lavoro finché ho iniziato a fare del lavori di mia invenzione: il primo mio quadro è stato ( hope-امل), un disegno che era un insieme di pensieri e idee poi adatte in diagonale a un muro devastato. L’opera ha avuto una grande risonanza all’interno e all’esterno della città, e ha rappresentato per me l’inizio di un percorso atto a migliorare le mie capacità ed essere pienamente autonomo. Ho disegnato 32 muri in tutta la città devastata e assediata per oltre 4 anni e inizialmente cercavo pareti nascoste, lontane dagli occhi dei residenti perché avevo paura di una loro reazione negativa. Ma quando le immagini si sono diffuse via Internet, le persone hanno iniziato a cercare chi le avesse fatte ringraziandomi e tifando affinché continuassi con anche idee nuove, offrendomi addirittura l’aiuto di cercare nuovi posti con muri adatti ai disegni.

Come recuperavi i materiali per disegnare?
Usavo materiali semplici che prendevo da uno dei negozi devastati dai bombardamenti. A causa dell’assedio alla città non riuscivo a lavorare liberamente poiché a volte avevo bisogno di colori che all’interno della città assediata non trovavo e quindi cercavo di limitare i miei lavori in base al materiale disponibile. L’altra cosa erano i bombardamenti che non lasciavano la città e a volte il lavoro diventava veramente pericoloso e talvolta venivo costretto a lavorare di notte con la luce della luna, con l’assistenza della luce del mio cellulare in modo da essere sicuro nel caso ci fosse stato un cecchino vicino alle frontiere.

Cosa ne pensano i cittadini di Darayya della tua opera? E cosa ne pensi tu del tuo soprannome, “Banksy siriano”?
Darayya mi ha dato una grande e rara opportunità di affinare il mio talento e mi ha dato grandi spazi liberi su cui impegnarmi nelle opere artistiche che hanno avuto un impatto forte nella rivoluzione siriana. Questo progetto ha tanti obiettivi su cui, assieme al fotografo, ho lavorato: restituire lo spirito della rivoluzione alla città, darle un bell’aspetto in mezzo alla grande distruzione e utilizzare il disegno come mezzo per esprimere i problemi della rivoluzione e il suo dolore e trasmetterle con un metodo nuovo e strano in mezzo a tanta distruzione e macerie. Le reazioni della gente a riguardo ai miei lavori sono state veloci e sorprendenti e ho iniziato a fare tante interviste e articoli per parlare di questo mio progetto e della sua storia completa. Tra queste interviste e questi articoli sono stato rinominato “Banksy siriano”, ed è stata una sorpresa per me: non ne conoscevo l’esistenza finche si è diffuso sui siti Internet.

Cosa fai ora che a Darayya è tornata la pace?
Ora mi trovo nella città di Idlib e sono uscito da Darayya con i rivoluzionari con l’ultimo accordo fatto dopo tante lotte e bombardamenti che la città insediata ha subito. Lavorerò nel “Sud libero” per ampliare la mia capacità, beneficiare dei grandi spazi che si trovano li e proseguire nel mio progetto di disegnare riuscendo a raggruppare tutti gli artisti del sud libero e accordarmi con loro per lavorare in maniera continua per servire la nostra benedetta rivoluzione. Lavorerò servendo la rivoluzione della libertà e della dignità con tutte le mie forze ed energie affinché ci sia la libertà, oppure morirò da martire.

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