Da controcultura a main stream: a Roma “Cross the Streets” racconta 40 anni di Writing e Street Art

Interviste, Recensioni

Quella che 20 anni fa era una controcultura guardata con stupore misto a sospetto dal grande pubblico italiano oggi diventa mainstream ed entra in uno dei più famosi musei capitolini: “Cross the Streets”, dal 7 maggio al primo ottobre al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, è infatti la mostra di una piattaforma culturale che getta le basi per una storicizzazione del fenomeno del Writing e della Street Art, tirando le fila del fenomeno artistico e mediatico fra i più influenti degli ultimi quarant’anni.

La mostra, curata da Paulo von Vacano, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale e Regione Lazio (e chi l’avrebbe mai detto, 20 anni fa?), ideata e prodotta da Drago, in collaborazione con nufactory e progetto ABC della Regione Lazio. “Unica avanguardia in grado di riunire gioventù, periferie e minoranze della globalizzazione – scrivono gli organizzatori – l’arte urbana, in tutte le sue forme (dal Writing, ai Graffiti, dal Muralismo alla Street Art) ha influenzato profondamente l’immaginario collettivo: partendo da fenomeno underground di protesta giovanile questa pratica artistica è arrivata a contaminare tutti i campi, dalla moda alla musica, dal cinema alla fotografia fino alla pubblicità e, più in generale, è diventata di dominio pubblico. Lo scopo di Cross the Streets è quello di indagare, a livello globale, la potenza e la fascinazione di questa multimedialità estrapolandone le linee guida, i pionieri mondiali, i fenomeni di costume da essa generati e, a livello locale, la storia del graffitismo romano”.

Per farlo, la mostra è stata divisa in più sezioni: “Street Art Stories” ospita una selezione di artisti e opere che, riuniti sotto la stessa visione, permettono allo spettatore di avere una panoramica più chiara possibile della nascita e dell’evoluzione del fenomeno della Street Art. Dall’installazione site specific dell’artista franco americano WK Interact che, con il suo lavoro di ben 14 metri di ampiezza, ha dato vita a una scena simbolo della sua ricerca dinamica, ai rinomati mosaici dell’artista francese Invader che hanno invaso le strade di Roma nel 2010, fino a Middle East Mural, una tela grande più di 10 metri di Shepard Fairey in arte Obey the Giant che viene esposta per la prima volta in Europa accompagnata da più di trenta pezzi mai esposti a Roma. Fra gli altri artisti in mostra meritano una menzione anche Mike Giant, Sten e Lex, Will Barras, Cope 2, Doze Green e Roa, Swoon, Fafi, Flying Fortress, Koralie, Nick Walker, Miss Van, Hyuro, Jeremy Fish, Microbo, Bo130, Galo, 2501, Mark Jenkins, Moneyless, Giacomo Spazio, Solomostry, Stella Tasca, Agostino Iacurci, Ozmo, Pisa 73, Luca Mamone e il giovanissimo Mosa One (classe 1997!) e, per la sezione dedicata al pop surrealism, Ray Caesar, Mark Ryden, Marion Peck, Camille Rose Garcia, Kazuki Takamatsu, Yosuke Ueno fino ad arrivare ai toys di Ron English.

Non manca una sezione fotografica incentrata sul fenomeno della Street Photography con opere di Estevan Oriol, Ed Templeton e Boogie. C’è poi Keith Haring Deleted, una testimonianza fotografica di Stefano Fontebasso De Martino a cura di Claudio Crescentini che ricorda l’intervento di Keith Haring sul Palazzo delle Esposizioni (1984), successivamente “cancellato” in occasione dell’arrivo del Presidente Gorbaciov nella Capitale. Sempre di Stefano Fontebasso De Martino sono anche le fotografie (1984-86) di un altro intervento artistico di Keith Haring a Roma, realizzato durante un suo secondo soggiorno nella Capitale sui pannelli trasparenti del ponte sul Tevere, anche questo “Deleted”.

Altri lavori importanti sono i site specific: ad alcuni artisti simbolo del movimento è stata riservata una fetta di museo, nello specifico 5×10 metri, per esprimere liberamente la propria arte fra dripping, installazioni, lettering, stencil, poster e lavori su tela, il tutto realizzato all’interno e per gli spazi del Museo. Fra i nomi di artisti internazionali coinvolti il graffiti artist tedesco Daim, king della tecnica 3D, Chaz Bojourquez, capostipite dello stile del lettering West Coast e idolo di tutto il mondo dei tatuaggi, Evol, famoso per le sue installazioni di paesaggi urbani in miniatura, e fra i romani Diamond, con la sua estetica fra il liberty e il tatuaggio old school, il maestro dello stencil Lucamaleonte e JBRock che porterà una collezione di poster direttamente dai suoi interventi in strada.

Un’ulteriore sezione riguarda i “Milestones” ossia gli eventi imprescindibili che hanno contribuito alla costituzione di questo movimento come le mostre dei primi anni 2000 dello Studio 14, l’International Poster Art, il progetto Izastikup, la nascita dell’Outdoor Festival e “Fuck You All”, mostra del 1998 di Glen Friedman le cui opere verranno raccolte dalla curatrice Rita Luchetti Bartoli.

La sezione “Writing a Roma, 1979-2017”, che ospita una ricerca dedicata al rapporto speciale che lega Roma al Writing fin dal dicembre 1979, quando la Galleria La Medusa ospitò la prima mostra di graffiti organizzata fuori dagli Stati Uniti, è invece curata da Christian Omodeo. La riscoperta di un gruppo di opere di Lee Quinones e Fab 5 Freddy, esposte in mostra per la prima volta dopo essere state date per disperse per quasi quarant’anni, apre un percorso espositivo altrimenti incentrato su diverse generazioni di writers locali che, dagli anni ‘80 fino ad oggi, hanno fatto di Roma una delle capitali del Writing internazionale.

“Nella prima sala – mi racconta Christian Omodeo – ci sono Napal e Brus e le famose opere “ritrovate” di Fab 5 Freddy, per un confronto sulla nascita del wild style a New York e a Roma. Nella seconda sala Jon, Koma e Rebus segnano il passaggio (che a Roma avviene a inizio anni Novanta) dal muro alla metropolitana: il tutto viene documentato con fotografie e video. Qui metà sala è stata trasformata in Yard con tanto di massicciato ferroviario e metà in banchina: le due zono sono divise da una griglia della metropolitana in modo che lo spettatore entra o nella Yard o nella banchina, senza potere però passare dall’uno all’altro luogo. Nella banchina, poi, lo spettatore è circondato da foto di treni, mentre oltre il massicciato appare una foto del deposito della Magliana. Nell’ultima sala, infine, ci sono i Why Style al completo, Imos e Valerio Polici, per un percorso che parte dall’inizio degli anni Duemila e arriva fino a quelli maturi: qui si inizia a parlare di arte, qui si capovolge tutto anche grazie a un’installazione immersiva di Valerio Polici dotato di tunnel della metro in cui si può vedere e sentire quello che vedono e sentono i writer quando sono in quei luoghi. Il mio obiettivo è stato quello di fare un ritratto di gruppo del writing a Roma (sapendo che, tuttavia, non è esaustivo). Per me era fondamentale portare il writing al Macro concentrandomi sulla scena locale perché anche a Roma sono successe cose molto importanti: la prima mostra di graffiti fatta fuori da New York è stata a Roma, la metro è a Roma, Roma è sempre stata sul pezzo a livello internazionale su molte cose”.

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