“My good old habits”, ecco le buone vecchie abitudini di Joys e Peeta

Interviste

Vizi, consuetudini, routine quotidiana. Attenersi alle proprie abitudini, senza mai cambiarle, è nella natura umana. Anzi, la pigrizia di mettersi in discussione e la paura di tradizioni altrui, che possano destabilizzare il nostro credo, non permettono il miglioramento della nostra condizione, e tutto ciò che ai nostri occhi appare nuovo e diverso viene allontanato e raramente adottato. Ma cosa succede se a incontrarsi e a mettersi in discussione sono due writer, mostri sacri del genere in Italia?

Se lo volete sapere, vi consiglio di andare a vedere la mostra “My good, old habits” alla galleria Wunderkammern di Milano fino al 10 giugno: le opere dei due writer padovani Joys e Peeta dialogano in un percorso espositivo curato e pensato ad hoc per raccontare lo stile di entrambi, in solo o combo. Non è un caso: i due collaborano da sempre e da sempre trovano nel confronto una vera fonte di ispirazione e di crescita.

Io ho avuto la fortuna non solo di conoscerli, ma anche di intervistarli. Ecco quello che ci siamo detti.

Come e quando nasce la tua passione per il Writing?

Peeta: Avevo 12 anni quando sono andato a Barcellona per un viaggio con mia mamma. Qui ho visto graffiti, pezzi, murate, tutti molto elaborati, ma già dalla fine degli anni Ottanta ero assai incuriosito dalle tag che vedeva in giro per Trieste, città di cui è originario mio padre. Così ho iniziato nel 1993 nella mia zona, vicino a Padova: il paesino in cui sono cresciuto è in campagna, per cui figurati, ma con i primi spostamenti in città notavo subito i pezzi, specie quelli in linea. Ho iniziato, come dicevo, nel 1993 con un pezzo in una stradina che collegava la scuola alla fermata dell’autobus: ammetto di averlo fatto per farmi un po’ notare dai compagni di scuola, ma poi quello è diventato il mio hall of fame, portandomi da lì alla Ead di Padova con altri ragazzi della mia età. Da quel momento le cose si sono fatte sempre più serie, ogni week end facevo un pezzo soprattutto grazie all’ispirazione che mi dava l’Ead, dove convivevano gli influssi di Bologna e del triveneto.

Joys: Inizia nel 1992 completamente a caso perché a un certo punto mi sono accorto di alcuni disegni e ha voluto farli anche io: per risparmiare i soldi ho preso delle bombole e sono partito col mio primo disegno. Ho fatto un minimo di ragionamento tecnico, ho sviluppato un nome che viene ancora dalle scuole superiori e ho iniziato a fare disegni nel quartiere. Il concetto di evoluzione ci ho messo un annetto per raggiungerlo, prima era solo spensieratezza.

A questo proposito, ti sei spesso confrontato con persone che avevano stili diversi dal tuo: chi sono state, e come, in questo senso, il tuo stile si è evoluto?

Peeta: Ci sono state varie persone che mi hanno ispirato: persone come Made, Boogie, Joys sono quelle che ho conosciuto sin dall’inizio. Il mio stile inizialmente era molto particolare, quasi organico, come se raffigurassi budella astratte che avevano una parvenza volumetrica. Poi qualcuno mi ha detto che avrei dovuto fare studi classici e così ho fatto una breve digressione con pezzi “normali” attingendo da stili newyorkesi per poi tornare al 3D, non solo grazie alle spiegazioni dei tedeschi e degli olandesi ma anche grazie alla scultura.

Cos’è, invece, rimasto di quel periodo?
Joys: Quello che è rimasto è l’having fun, il divertimento, ho (quasi) smesso anche di fare treni perché per me era diventata quasi una missione. Sai, è una cosa naturale, anche il divertimento fine a se stesso, dopo un po’, lascia il tempo che trova. Non è un caso che sia proprio di tutti gli esseri umani l’istinto di evolvere: nello specifico del Writing, si è portati a evolvere le forme e le lettere. E così è stato anche per me, piano piano tutto è evoluto in altre cose e il passaggio a quello che è adesso è avvenuto in Australia: è stato come sentire una pentola che bolliva, e tutto è nato quando ho iniziato a disegnare sulla metro di Sydney, su quei finestrini che mi hanno permesso di sviluppare uno stile orizzontale che ho poi riprodotto anche sui treni. Oggi non uso più solo le linee orizzontali, dopo le curve sono passato agli spigoli, ho scardinato le regole che mi bloccavano.

Qual è il tuo rapporto con Joys/Peeta? E con gli altri writer?

Peeta: Con Joys si è cresciuti assieme e si è affrontati gli stessi passaggi, ci siamo visti crescere assieme, ci sono manierismi standard dei graffiti e modi di fare che tornano. Ora collaborare con gli altri è sempre più difficile perché magari il loro stile è troppo simile al mio, per cui non si riesce a giocare con le differenze tra gli stili, mentre con altri si è talmente diversi che collaborare diventa molto difficile. Nel caso di Joys mi trovo benissimo perché conosco il suo lavoro dall’inizio e so come ragiona, è molto elastico, è molto sensibile nel mantenere la sua struttura giocando anche col mio stile. In altri casi ho collaborato con Cinta Vidal che riprende oggetti e architetture tipo Escher, cose un po’ impossibili, ma con lei mi trovo bene perché ha il mio stesso modo di ragionare, è come se lavorassimo assieme da sempre.

Joys: Il fatto di collaborare con altri non mi spaventa. Prendi i lavori fatti con Peeta: io ci metto la mia cifra stilistica, lui la sua e viene fuori una cosa con una cifra stilistica al cubo. Non è nata una nuova identità in cui ognuno ci perde. Poi, chiaramente, ognuno va avanti per la sua strada ma il prodotto insieme è di elevata fattura, le due cifre rimangono riconoscibili. Sai, gli incontri nascono a volte per caso, da relazioni positive con pitture fatte a caso, altre volte c’è stima reciproca: per dirti, in Cina ho beccato Dems col quale ho fatto serata. Alla fine mi ha detto che secondo lui dovevano fare una cosa assieme.

Quali sono le tue “buone, vecchie abitudini” che ti porti dietro?

Peeta: L’approccio è sempre lo stesso però è molto personale. È un mood che ho: pezzo dopo pezzo non faccio cose diverse le une dalle altre, cerco di elaborare lo stile passo dopo passo ed è tutto frutto dell’evoluzione lenta degli anni. Le mie buone, vecchie abitudini sono dunque il processo creativo costante cui attingo sempre e che spero si conservi per sempre intatto: ricevo molta soddisfazione da questa attività, ogni tanto è il mio divertimento, ogni tanto lo affronto con un mood diverso perché ho dei tempi da rispettare.

Joys: Quello che mi porto dietro è il dipingere con determinate persone, quella cosa di mantenere da dove siamo nati, le lettere, 25 anni fa. Peeta? Beh con Manuel è facile, poche chiacchiere riusciamo a collaborare e a romperci le palle. È una persona che stimo e la cosa è reciproca: non abbiamo compromessi da fare e così è nato un marchio basato sul divertimento e su un feedback positivo da parte della gente, poi, anche qui, tutto è evoluto in una collaborazione seria.

Ti sei mai trovato nel caso estremo di non riuscire a comunicare, anche artisticamente, con un altro artista?

Peeta: Raramente mi sono trovato in una situazione come questa: basta fare un bozzetto, non serve parlare, basta osservare, buttare giù una bozza, è una questione di osservazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...