#vecchiascuola KayOne racconta i primi 10 anni di Writing e Hip Hop a Milano

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“Sì, lo so, la vecchia scuola è quella americana. Ma che ci posso fare se io di quella roba me ne sono innamorato, e come me anche tanti altri a Milano?”. Non gli si può dire proprio nulla a KayOne, Marco Mantovani all’anagrafe, che dopo 7 anni di ricerche, tra foto, stralci di giornale, aneddoti e molto altro, ha dato vita a “Vecchia Scuola”, edito da Drago, quella che lui stesso ha definito “la mia tesi di dottorato” sui primi 10 anni (dal 1984 al 1994) del movimento Hip Hop a Milano. 464 pagine di pura storia, che KayOne presenterà per la prima volta al grande pubblico il prossimo 20 luglio a Base.

Io ho avuto l’onore di vedere in anteprima il lavoro completo: ho così deciso di accompagnare l’uscita dell’opera con quattro post, uno a settimana e tutti contrassegnati dall’hashatg #vecchiascuola, dedicati ai grandi nomi (tra crew  e autori autonomi) che non solo hanno partecipato alla stesura del libro ma che hanno anche scritto, vivendola, la storia di quegli anni. Il primo post non poteva che essere dedicato a Marco e alla sua opera (con tanto di immagini di anteprima): una lunga chiacchierata con l’autore che, con grande precisione, mi ha presentato la sua opera omnia in un vero excursus per immagini.

Partendo dalle origini dell’Hip Hop a Milano (tra rap, break dance e luoghi simbolo), approdando così ai primi passi mossi nel Writing, con personaggi che oggi sono diventati delle vere leggende in città, fino ad arrivare ai centri sociali, alle hall of fame, alle metropolitane e ai treni, Marco ha saputo dare uno sguardo a 360 gradi su una cultura che in quegli anni poteva essere esperita e scambiata solo facendola in prima persona. “Oggi è facile – mi ripete spesso Marco durante la nostra intervista – ma è bene ricordare che 20 anni fa non esisteva Internet: tutto quello che abbiamo fatto e vissuto l’abbiamo potuto fare e vivere perché c’eravamo, ci sbattevamo, ci incuriosivamo”.

E infatti il libro è un vero e proprio diario in cui KayOne, con l’aiuto di tanti altri autori, appunta virgolettati, scrive testi, incolla foto e stralci di giornale dell’epoca. “In questo modo – prosegue Marco – ciascuno racconta la sua storia, con il risultato che quello che è stato scritto non è il mio libro ma un’opera corale, non è un racconto per sentito dire ma è una narrazione in presa diretta”. E a colpire è proprio questo: la mole di ricerca che KayOne ha realizzato reperendo, un po’ dal suo archivio e un po’ con l’aiuto di tanti altri autori, foto introvabili (mettendo insieme le quali ha pure potuto ricostruire pezzate altrimenti andate distrutte), lettere inviate oltreoceano, articoli di giornali che testimoniano il mutare del sentiment non solo dei media ma anche del grande pubblico, le prime fanzine nate sotto forma di ciclostile e, soprattutto, racconti di singoli autori e di crew che per anni hanno lasciato la loro traccia sui muri di Milano.

Tutta questa mole di informazioni Marco l’ha poi suddivisa per macro temi e in ordine cronologico, distribuendo pesi e misure con una precisione quasi chirurgica, testimone, ancora una volta, di quell’operare corale di cui parlavamo prima: per esempio, arrivato al paragrafo dedicato alle crew KayOne non ha voluto scontentare proprio nessuno. “Mi si poneva il problema – spiega Marco – di dovere parlare di gruppi formati da persone che andavano e venivano, con il rischio di parlare di dimenticarmi qualcuno. Sai allora cosa ho fatto? Ho deciso di non parlare più solo delle crew ma delle murate storiche di Milano su cui le crew lavoravano, in modo che chiunque fosse passato su quei muri potesse avare testimonianza nel libro”. Ecco allora scorrere i nomi di via Bazzini, via Brunelleschi, l’Anfiteatro Martesana, via Ardigò, via Pontano, via Argelati e tanti altri, toponomastica assai nota per chi a Milano ci abita.

Le chicche del libro non si esauriscono certo qui, ma sfogliando questa piccola enciclopedia per immagini la sensazione che si ha è quella di un libro che trasuda Hip Hop: proprio come succedeva al muretto, quando writer, breaker e dj si ritrovavano per stare insieme, fare musica e arte, scambiarsi informazioni e contatti, anche qui i protagonisti di quel tempo si sono ritrovati, 20 anni dopo, per raccontare, ognuno nella propria specialità, quella realtà che loro stessi hanno contribuito a costruire. Ma attenzione, non c’è proprio nulla di didascalico nel libro: per leggerlo e capirlo è bene partire preparati, perché nell’Hip Hop nessuno ti spiega nulla e tutto viene dall’esperienza della singola persona nella propria disciplina. Solo stando insieme, in una corrente che non è stata “solo” artistica ma anche culturale e sociale, si è potuto mutuare un linguaggio, uno stile e una vera attitudine alla vita che ancora oggi è parte di chi quella storia l’ha scritta in prima persona.

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