#vecchiascuola Studio e ricerca, la storia degli MCA con Rendo, Graffio e Play

Interviste

Studio, ricerca, dettaglio. Mai una volta sui treni, mai una compagnia losca (o almeno, non particolarmente). “Voi non siete veri writer, uscite i tatuaggi!”. Seduti al tavolo di un fast food ci scherziamo su, ma la verità è che ho imparato tantissimo dagli MCA, i primi protagonisti del nostro racconto di “Vecchia Scuola”. Perché Rendo, Play e Graffio sono così: curiosi, a tratti posati, veri “topi da biblioteca” del movimento. Hanno studiato e ristudiato, in barba a una moda che li voleva un po’ teppistelli, un po’ vestiti male, un po’, diremmo oggi, yolo. E proprio di quello studio e di quella ricerca hanno fatto la loro forza, raggiungendo livelli stilistici altissimi e contribuendo a scrivere la storia del movimento tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Ecco che cosa ci siamo detti.

Come inizia la vostra avventura?

Rendo: Play e io eravamo amici di infanzia (abitavamo a Crescenzago, mentre Graffio è di San Siro) e il muretto era il punto di incontro di tutti. Ci siamo conosciuti qui, tra 1985 e 1986, dove siamo entrati in contatto con l’Hip Hop attraverso il ballo: ballare non costava nulla, fare murales sì.

E quando avete iniziato, invece, con il Writing?

Graffio: poco dopo, il mio primo graffito l’ho fatto con 5 bombole!
Play: dopo un primo approccio al ballo, ho deciso di prendere in mano le bombolette. E le ho rubate a mio padre che era tassista. Da quel momento abbiamo avuto l’idea di formare un gruppo un po’spaiato, grazie anche alla complicità di Alberto Iassassin: tra di noi c’era affinità di gusto, eravamo per una linea che non era quella newyorkese ma quella francese di Bando.
Rendo: dopo circa 6 mesi si è aggiunto anche Kaos e da lì siamo partiti.

Come mai MCA?

Graffio: abbiamo sparato cagate assolutamente a caso, tipo Ars Nova, The Spettry Band, Plutos Band. Solo alla fine abbiamo tirato fuori MCA, Milano City Artist.

Quali erano i vostri riferimenti?

Play: “Arte di frontiera” in primis. Io ho avuto la fortuna, alle superiori, di andare a Parigi e qui, a Stalingard, mi sono messo a ballare con dei ragazzi, gli stessi che mi hanno portato a vedere i graffiti di Parigi.
Rendo: Ci rifacevamo a libri come “Spraycan Art” e a “Subway Art”, dal momento che non c’era Internet e che le uniche immagini “in presa diretta” che potevamo vedere erano quelle veicolate dalla televisione. All’inizio era tutto così assurdo, vedevamo i graffiti e non ne capivamo la difficoltà, dal momento che in Italia non c’era davvero nessuno da potere vedere. Dobbiamo però riconoscerci che, anche a un livello così basic, facevamo cose belle: io e Play avevamo la passione per l’aerografo, mentre anche con Graffio, che aveva fatto l’artistico, condividevamo la passione per i fumetti.
Graffio: ma la vera svolta è arrivata nel 1988, quando abbiamo fatto un viaggio a Monaco. Play non c’era perché era a militare ma per chi c’è stato è stato un vero salto quantico della tecnica. In quel momento ci siamo resi conto che prima del viaggio c’era tanta creatività, passione e buona volontà ma zero tecnica. Ti dico solo che dopo Monaco abbiamo iniziato a fare graffiti di due piani, le nostre capacità si sono espanse a livelli cosmici e ci hanno dimostrato che avevamo capacità enormi. Come mai, ti chiederai? Beh, è presto detto: Monaco nel bene e nel male era inserito in un circuito che comunicava con Londra, Parigi, l’Europa, ma non l’Italia.

Quando avete capito le vostre potenzialità, perché non vi siete buttati in circuiti tipo la metropolitana? Lì valeva tutto…

Play: sono sempre stato contrario alle metropolitane e ai treni, ho avuto continue discussioni con chi, invece, era per le metro.
Graffio: siamo sempre stati contro questo tipo di graffiti. Credevamo che chi faceva queste cose dava un valore simbolico al semplice fatto di essere sceso in metropolitana, senza curarsi di quello che stava facendo.
Rendo: ci siamo subito resi conto che eravamo talmente tanto indietro rispetto ai maestri che l’unico senso che aveva di fare le cose era di farle al meglio, perfettamente. Non importava che ci mettessimo un giorno o due settimane, l’importante era che la fine fosse perfetta: per tanti altri writer il fattore tempo era fondamentale, mentre per noi era importante fare un graffito ripulito, al top, al punto che anche oggi hanno un valore estetico super. Sono stato molto criticato perché ci mettevo tanto tempo, ma i miei lavori erano belli.
Graffio: il problema è che in Italia per tanti anni c’è stato l’obbligo morale di dovere fare quello che facevano gli altri, ma da questo ragionamento non nasce niente di nuovo. Per dire, quando ho scelto un nome in italiano me ne hanno dette tante dietro. Ho sempre ascoltato musica dark e non mi vestivo certo all’americana.. diciamocelo, era un mondo molto conformista.
Rendo: è vero, ma credo che il radicalismo di quegli anni aveva senso perché il movimento aveva bisogno di regole per darsi una struttura. Solo il tempo ha dimostrato che il collante di quel mondo era il fare, sapere fare qualcosa (e poi, saperlo fare bene).

E poi cosa è successo?

Play: dopo Monaco è cambiato tutto, è stato un corso iper accelerato, abbiamo capito che si poteva osare ma non inventare, perché inventare era pericoloso. Da lì è nata la competizione, tra le crew ma anche interna al gruppo, che era molto stimolante perché era sana.

Come avete scelto le vostre tag?

Graffio: cercavo solo un nome che rimanesse impresso ma che, soprattutto, fosse in italiano. E mi è venuto in mente quello.
Play: nei primi bozzetti ero LP o PL, che sono le mie iniziali, poi ho aggiunto due lettere e ha fatto Play. Ci ho messo moltissimo a studiare la tag e non sempre mi veniva bene.
Rendo: Play mi chiamava così fin da piccolo.

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