#vecchiascuola La storia di Flycat: “L’Hip Hop ci ha salvati”

Interviste

“Eravamo arrabbiati, anche sgarbati, ma ci stava. Era quella cosa  che ci teneva vivi e che, personalmente, mi ha salvato” . È così che Flycat mi racconta la sua avventura nel mondo dell’Hip Hop milanese. Storia di vita e di arte, di amicizia e di famiglie (anche non naturali), nata con la breakdance prima e cresciuta con il Writing poi, figlia di una cultura per immagini che veniva direttamente dagli States. E così è stato, almeno per Flycat. Ma attenzione a non rimanerne abbagliati: non è tutto ora ciò che luccica.

Come inizia il tuo percorso?  

Mio fratello era appassionato di baseball, sport di tradizione americana, che prevedeva un vero e proprio dress code. Lo stesso che iniziavano a usare anche i ballerini di breakdance, questa cosa strana che era ancora un ballo e di cui nessuno, in Italia, conosceva le origini e le premesse culturali. Si vedeva in televisione, nei telefilm americani o nei programmi italiani in cui i breaker erano ospiti: pensa alla mia faccia quando ho visto i Break Machine ospiti della Carrà con le loro scarpe Nike e le fasce in testa. Una folgorazione. Così, la voce ha iniziato a circolare: Il papà di Sher aveva un negozio di parrucchiere in pieno centro e quando passava da San Babila, vedendo dei ragazzi che ballavano sotto la Galleria di Corsia dei Servi, lo disse a suo figlio e così lui a me. Abbiamo iniziato a bazzicare anche noi. Ma ti assicuro che la nostra prima esperienza è stata negativa.

Come mai?

Grande rivalità, poca inclusione, ti dico solo che una volta hanno tentato di rubarci le felpe. Da quel momento abbiamo deciso di prendere un’altra strada e fare le nostre cose fuori da quella cerchia (anche se poi le cose cambiarono positivamente). Così facendo ci siamo creati una realtà tutta nostra, in cui leggevamo i libri americani sul movimento, ascoltavamo la musica rap sulle cassette e ballavamo la break. Non ci è voluto molto, però, per capire che la vena ballerina non era il nostro forte. Così abbiamo iniziato a disegnare: inizialmente erano i vestiti, gli stessi che indossavamo e per i quali venivamo spesso additati come “diversi”.

E il Writing?

Il Writing nasce con Spyder-7, con il quale fondammo la crew Pals With Dreams. Assieme a lui ho capito che volevo fare questo perché avevo un buco che piano piano colmavo con i libri, con la conoscenza di Keith Haring, con le puntate dei telefilm americani, veri e propri squarci di vita locale in cui, inevitabilmente, comparivano anche i graffiti. Spyder-7 ha dato un senso a tutto questo e, assieme ad amici fraterni, mi è subito stato chiaro che non si trattava più solo di aggregazione giovanile: quella cosa per me era diventata la mia vita. Era giunto il momento di credere in qualcosa e quel qualcosa è stato l’Hip Hop, che ci ha salvati.

Dove vi vedevate?

Verso la fine degli anni ottanta si era creata la hall of fame di via Bazzini dove ci si trovava una volta a settimana per riunirci, dipingere, scambiarci i bozzetti, comunicare. Certo, c’era rivalità, ci si sfidava, ma non ci sono mai stati scontri fisici.

E poi?

Poi è arrivato il tempo del bombing: siamo stati noi i primi a farlo, il nostro obiettivo era di trasformare Milano in New York. Per questo, nel farlo, non abbiamo mai avuto problemi con la legge: non sventolavamo alcuna bandiera politica, non avevamo un intento criminale, ma solo voglia di esprimerci, di essere come quegli esempi a cui ci eravamo affezionati. Sono sempre stato convinto che la causa dell’arte non si sposi con un sentimento negativo: piuttosto, la cattiveria la si può mettere dentro all’arte. Non è un caso che io mi rifaccia al manifesto futurista di Marinetti: qui si dice che l’opera dev’essere violenta e proprio per questo, nel tempo, ho sposato la guerra delle lettere armate di Rammellzee. Ma fa’ attenzione: non è una guerra fisica quanto una guerra d’intelletto, è la base della cultura Hip Hop, è la sfida. Sai cosa succedeva dopo che la gente si sfidava? Si abbracciava.

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