#vecchiascuola Shah, la writer dei centri sociali: “Qui nessuna discriminazione di genere”

Interviste

Come ultimo appuntamento con la carrellata di articoli su Vecchia Scuola, in attesa della presentazione di questa sera, avevo inizialmente pensato a un pezzo unico che contenesse le testimonianze di due big della scena milanese dei centri sociali: Shah e Atomo. Solo dopo averli intervistati mi sono resa conto che, nonostante l’amore fraterno che li unisce, trattenerli entrambi in un unico articolo sarebbe stato riduttivo: quanti racconti avrei dovuto tagliare? Quanti ragionamenti avrei dovuto mozzare? Non se ne parla proprio.

Così, ho deciso di dedicare loro due articoli separati (anche se so bene quanto siano uniti tra loro): questa è la volta di Shah, perché, come vuole l’etichetta, “ladies first”. E già mi immagino Shah che esclama: “Lady a chi?!”.

Quando inizi la tua avventura nel Writing?

È il 1987 o il 1989, giù di lì insomma, e inizio facendo tutto per conto mio: andavo in giro da sola, mi intrufolavo nelle viette chiuse, e lì mi buttavo a fare orrende, da vandala sui muri proprio. Poi, poiché il mio fidanzato di allora suonava nel gruppo rock milanese dei Ritmo Tribale, ho iniziato a bazzicare quello che prima si chiamava Odissea 2001, in via Forze Armate, e che poi è diventato Prego: mi piaceva, era un ambiente in cui mi sentivo tranquilla e dove sapevo che potevo fare qualche schifezza sui muri. Tanto che il primo pezzo visibile l’ho fatto lì.

Legato al Prego c’è un fatto della tua vita artistica che è rimasto un mistero..

Già, il tizio del Prego mi aveva chiesto di fare un pezzo sulla facciata del locale e io per conto mio avev fatto qualcosa anche sul muro di fronte, dove c’era un supermercato). Poco tempo dopo appare questo pezzetto ben fatto con scritto “With love to Silvia”, ma recante una firma incomprensibile: tutti ci siamo chiesti se quella Silvia fossi io o se fosse una qualche amica del tipo del Prego, ma nessuno ci ha mai saputo dare una risposta. Morale della favola, io l’ho presa per una cosa dedicata a me e quindi gli ho risposto con “Thanks” scritto di fianco. Da quel momento si è scatenata una bagarre su chi fosse questo tizio e perché non si fosse firmato: nessuno è mai riuscito a riconoscere chi fosse questa persona dalla tag mentre, d’altro canto, nessuno è mai venuto allo scoperto e tutto è rimasto un mistero.

Come inizia invece la tua avventura nei centri sociali, con Atomo e Swarz?

Dopo le prime cose che ho visto mi sono presa benissimo: frequentavo tanto i centri sociali, specie il giro musicale del punk, bazzicavo il Virus, il Conchetta, il Leoncavallo. In quest’ultimo (che stava ancora in via Leoncavallo, ndr) c’era un pezzo fatto da Atomo che ritraeva un micione incazzato: fotografato da Bruna Orlandi, quel micione è diventata la copertina di “Kriminale”, disco dei Ritmo Tribale del 1990. In quel contesto fortemente politicizzato per me è stato automatico vedere i pezzi di Atomo e Swarz, pezzi che di certo sono nati in punti diversi della città ma dallo stesso terreno fertile. Di loro due avevo visto un pezzo che avevano fatto all’ex complesso industriale della Richard Ginori, tra via Ludovico il Moro e via Morimondo: una sera mi era capitato di averglielo detto e da quel momento, non so come, mi hanno presa con loro. Ci siamo ritrovati una marea di volte a fare cose assieme, ci piacevano gli illegali, ma ogni tanto gli commissionavano qualcosa di legale (che poi era un modo come un altro per raccattare soldi ma soprattutto bombolette).

ritmo tribale

Eravate “diversi” dai canoni dell’Hip Hop: come vi hanno presi i writer?

All’inizio non bene: la politicizzazione di quel linguaggio non era vista di buon occhio dai “puristi”. Eravamo più “kombat” e meno attenti alla pulizia, non avevamo la hall of fame, che è un posto in cui sei più o meno tutelato, tranquillo, ma andavamo in giro all’assalto. Ma devo ammettere che, alla fine, abbiamo comunque sempre avuto un bel dialogo: alla fine eravamo tutti della stessa generazione e non c’era interesse a scontrarci. Ok, magari ervamo bannati da certe riviste di settore, non avrebbero mai messo un pezzo nostro (e in generale dell’aera politicizzata), ma alla fine c’è stato rispetto reciproco, dettato anche dal fatto che il linguaggio ci ha accomunati tutti appiattendo anche le differenze di stile. Lavoravamo tuttavia affinchè fosse un gesto artistico con un contenuto, anche perché dovevi combattere contro quelli che dicevano che era vandalismo.

Come mai hai scelto proprio i graffiti?

A quell’epoca faceva l’illustratrice, per cui per me disegnare era fondamentale: creavo un’immagine, la rifacevo, la ripulivo nell’intento di trovare il mio stile. Quando però mi spostavo sul muro il lavoro era in realtà molto più spontaneo e buona parte della mia ricerca veniva fatta direttamente qui: non mi piaceva stare dentro cose super pulire e squadrate, mi piaceva spaziare, lavorare con riempimenti e giochi. Insomma, miravo al rapporto fisico col supporto e col mezzo.

Da donna, cosa ti ha dato (e cosa ti ha tolto) questo movimento?

Ma sai, ho sempre fatto cose da maschi perché mi ci ritrovavo e perché erano cose consone al mio modo di essere. Dai, diciamocelo, i gruppi di maschi facevano cose più interessanti delle femmine! Anche nel Writing mi sono trovata a essere quasi l’unica ragazza: da una parte perché c’erano limiti di orari di uscita (ma io uscivo lo stesso, da sola). D’altro canto, come in tutti gli ambiti, se sei femmina devi diventare un mostro di bravura per essere accettata dagli uomini: io un mostro di bravura non lo sono mai stata, conoscevo i miei limiti, non ero super tecnica ma volevo comunque divertirmi per cui avevo il mio spazio in cui dirigevo il mio stile. Forse agli occhi dei puristi ero la conferma che le ragazze anche no, ma sai quella era anche un’epoca in cui le donne rivendicavano un’importanza e un livello tali da consentire loro l’accesso alle cose degli uomini, per cui un po’ sono stata accettata come quota rosa. Di sicuro l’ambito politicizzato da cui provenivo era molto diverso: qui certi ragionamenti erano stati già affrontati, ed è questo il motivo per cui con Marco e Davide non mai avuto problemi, eravamo tre fratelli, non due fratelli fighi e la sorella storpia. Infine, credo nel tempo di essermi guadagnata il rispetto per avere tenuto duro, per avere portato avanti certe rivendicazioni legate al Writing, quindi da un certo momento in poi non c’entrava più essere donna o uomo ma appartenere a un gruppo, quello del centro sociale. Ero felice, avevo raggiunto il mio obiettivo di essere considerata non femmina ma esponente di una certa corrente e ideologia.

Come nasce la tua tag?

All’inizio mi taggavo Shavanna, che aveva riflessi con Yavanna, personaggio dell’Arda di Tolkien che mi aveva assai affascinata. Ma era una cosa tag lunghissima e quindi l’ho accorciata diventando diventata Shah, ma con l’H finale: molti se la dimenticano.

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