La teoria del Metodo FX e la pratica della Madonna dell’Adesso

Interviste, Recensioni

“La questione non è essere anti graffiti o pro graffiti, la questione è che si è sempre in balia di presunti esperti. Serve un po’ di serietà”. E ancora: “È come se qualcuno si alzasse domani e si sentisse esperto in beni culturali o in giurisprudenza, iniziando a decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato”. Insomma, come dicono anche dalle loro pagine social, “Non è questione di anti o pro, ma di pretendere che chi salta su a dare sentenze (positive e negative) approfondisca l’argomento”.

Ma qual è l’argomento? È quello che ha spinto i ragazzi del Collettivo FX a non procedere alla realizzazione dell’opera “Piccolo Museo dei Migranti”, il murale commissionato da una Cooperativa di Reggio Emilia su un muro di proprietà del Comune. Il motivo è semplice: lo stesso municipio reggiano, con la collaborazione della Sovrintendenza, ha infatti dato il benestare alla nascita di un gruppo di volontari che, armati di pennello e vernice per “ripulire” i muri, hanno preso alla lettera le intenzioni antigraffiti di Confedilizia, la stessa che sta portando avanti una vera e propria caccia alle streghe in salsa di graffiti.

Se vi siete persi la notizia, infatti, è dal 2015 che l’organizzazione storica dei proprietari di casa ha emanato un decalogo sui graffiti: al suo interno viene operata una netta distinzione tra “bene” (i murales, detti anche “pittura murale”) e “male” (il graffito che, a detta del decalogo, “non è un’opera d’arte, ma rappresenta una lesione all’estetica delle nostre città”), con un’altra serie di considerazioni che denotano ben poca conoscenza del tema.

Insomma, una storia già vista, ma che non smette di destare stupore negli addetti ai lavori. Specie ad artigiani attenti e interessati come sono i ragazzi del Collettivo FX che, già a novembre di quest’anno, nel loro “Metodo FX – Riflessioni sull’Artigianato nella pittura su muro”, mettevano bene in chiaro: “Nel caso di un ‘intervento ufficiale’ […] la strada più funzionale è la più semplice, dialogare. Il tutto però con ruoli e responsabilità precise: l’istituzione/territorio deve essere in grado di fornire dei rappresentanti esperti che conoscano l’argomento da sviluppare”.

E proprio qui sta la chiave di lettura dell’intera faccenda: chiunque si cimenti in una discussione non solo deve avere grande padronanza dell’argomento e ottima cognizione di causa ma è anche tenuto a prendersi la totale responsabilità delle sue azioni. Elementi, questi, che sono mancati a Confedilizia ma che, invece, il Collettivo FX ha ben presenti: sempre nel loro pamphlet, infatti, i ragazzi di Reggio Emilia sostengono che “Nel caso di intervento ‘non ufficiale’ l’argomento è completamente a ‘proprio carico’: l’opinione che mettiamo in pubblica piazza è esclusivamente nostra e nostra è la piena responsabilità delle reazioni”.

Niente che il Collettivo FX non abbia già ampiamente dimostrato nel corso del suo operato. Ultimo (ma solo in ordine di tempo) progetto che manifesta tutte queste intenzioni è quello della Madonna dell’Adesso, un viaggio lungo tutta l’Italia (e oltre) che racconta le comunità (prima ancora della loro religiosità) attraverso le mille declinazioni locali della storia della Beata Vergine. Ho fatto una lunga chiacchierata con uno dei ragazzi del Collettivo, che mi ha spiegato il progetto sociale e la sua evoluzione artistica durante l’anno che sta per concludersi.

“Il progetto – inizia a raccontarmi – nasce, assieme a Luprete, nel 2015, in una macelleria di Niscemi, in provincia di Caltanissetta: in questa cittadina gli americani hanno costruito una base militare MUOS, piazzandoci tre antenne con cui bombardano tutta la zona adiacente di onde elettromagnetiche, le stesse che usano per pilotare i droni diretti in Medio Oriente. Una situazione pesante, che a Niscemi ha causato tumori e morti e sulla quale abbiamo preso posizione dipingendo l’ambasciatore americano infilzato da un pupo siciliano. Tra una pausa e l’altra dalla realizzazione dell’opera, io e Luprete entriamo in una bottega per acquistare qualcosa da mangiare quando, tra i prosciutti, notiamo l’effige di una Madonna.

Chiediamo spiegazioni e la signora sulla quarantina che ci sta preparando i panini inizia a raccontarci quello che la Madonna ha rappresentato per la comunità locale: è lei che, nel Cinquecento, li ha salvati dalle inondazioni di Gela. Una rivelazione che, unita agli avvenimenti più attuali, ha portato me e Luprete a realizzare la versione contemporanea di quella Madonna dipingendola sì nell’atto di difendere dalle onde ma da quelle delle antenne.  A darci la disponibilità del muro di 10 metri è stata una vecchina , la stessa che, assieme ai 20enni del paese, ci ha fatto i complimenti per l’opera. Da quel momento, abbiamo deciso di proseguire il progetto portandolo in tutta Italia”.

Una lavoro non facile, insomma: come avete proceduto? “Abbiamo iniziato – risponde il responsabile – con un appello sui social, per fare in modo che i locali ci segnalassero le varie Madonne. A questo sono seguiti due processi: uno di fact checking, per capire se la storia narrata fosse vera, e uno sulla fattibilità del progetto. Tra le tante segnalazioni abbiamo così selezionato 17 tappe, alternando città, paesi e quartieri e risalendo da Sud a Nord Italia, partendo nell’inverno 2016”.

La messa in opera del singolo murale, poi, ha seguito un iter specifico: “Dopo la segnalazione della storia della Madonna locale – prosegue – la sua realizzazione non è mai stata calata dall’alto. Al contrario, tutto il lavoro è stato portato avanti attraverso il continuo dialogo con le persone del posto: abbiamo chiesto loro quale fosse la storia della Madonna, cosa significasse oggi e quali fossero i problemi e le risorse del posto. Il tempo di approfondimento del tema si è sempre aggirato attorno a una giornata, come, più o meno, quello di esecuzione dell’opera”.

E cosa ne è venuto fuori? “Un progetto lungo ma molto appassionante – mi dice il ragazzo del Collettivo FX – con situazioni diverse anche dal punto di vista iconografico. A Budrio di Cotignola, per esempio, abbiamo fatto poche variazioni sul tema, inserendo nella murata solo la storia del viaggio di un ragazzo migrante. A Caccamo, invece, la storia del terremoto ci ha portati a realizzare un’iconografia completamente inventata, quella della Madonna del Burocrate. A Napoli, addirittura, alcuni architetti sono entrarti nel mercato del rione Sanità paventando di volere chiamare la Sovrintendenza per tutelare il muro su cui avevamo lavorato. Ma la storia più bella è stata quella della Madonna di Tunisi”.

Ossia? “Nel secolo scorso – mi racconta – il 15 di agosto a La Goulette, sobborgo sul mare di Tunisi, avveniva la grande processione della Messa dell’Assunta. In quel giorno la Madonna di Trapani usciva dalla chiesa dedicata ai santi Agostino e Fedele per arrivare, portata in spalla dai fedeli, fino al mare dove veniva compiuto il rito della benedizione. Ebbene, per vari motivi questa Madonna è rimasta chiusa nella chiesa per 57 anni.

Quando siamo arrivati a Tunisi, prima tappa di questo lungo viaggio, abbiamo parlato della Vergine con i locali e con il parroco africano che officiava messa nella chiesa: e mentre noi dipingevamo la Madonna dei documenti, che è la storia di una migrazione al contrario (ossia che dall’Italia si imbarca e va verso l’Africa), a nostra insaputa il parroco ha deciso di riportare in processione la Madonna di Trapani, facendolo per la prima volta dopo 57 anni di chiusura in chiesa”.

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