“Modificare la norma dell’articolo 639 del Codice Penale Italiano”: ecco la proposta di Wiola

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Ultimo (ma solo in ordine di tempo) è il caso del writer milanese che lo sorso novembre si è visto piombare addosso una condanna definitiva di tutto rispetto: 6 mesi e 20 giorni di carcere per avere “imbrattato muri e vetrine” della zona di Ticinese nel 2012. Fortuna, viene da dire, che il malcapitato oggi vive a Shanghai (dove, per altro, lavora come grafico). Per tutto il resto, basta spulciare negli archivi del Tribunale di Milano e quella che era solo una supposizione diventa realtà: negli ultimi anni le sentenze di condanna per il reato di imbrattamento non hanno potuto prescindere da un aumento della pena previsto dalla legge.

Come sottolinea l’avvocato Domenico Melillo, in arte Frode, ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il pacchetto sicurezza varato nel 2009 ha infatti inasprito le pene previste dall’articolo 639 del Codice Penale,  “con la procedibilità d’ufficio per quasi tutte le ipotesi (di reato, ndr)”. Del 2016, invece, è la modifica legislativa “che – spiega l’avvocato e delegato alle Periferie del Comune di Milano Mirko Mazzali – ha subordinato per questo reato la concessione della sospensione condizionale della pena al risarcimento del danno o all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato”.

Insomma, una bella gatta da pelare questo articolo 639 del Codice Penale. Ma di cosa si tratta, esattamente? Semplice: è una disposizione di legge che definisce le sanzioni previste per la fattispecie del reato di imbrattamento. Secondo essa, infatti, “chiunque”, fuori dalle ipotesi di danneggiamento aggravato, “deturpa o imbratta cose mobili altrui è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a € 103”. E aggiunge: “Se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da € 300 a € 1.000”.

Della scarsa opportunità di questa norma (risalente, come l’intero Codice Penale, al 1930) sono convinti anche i sostenitori di Wiola, un nutrito gruppo di artisti (e non solo) che, dallo scorso giugno, si stanno battendo per un’arte veramente libera e veramente comune che faccia della liceità d’espressione il suo cavallo di battaglia.

Ed è proprio Wiola che, lo scorso 2 gennaio, ha fatto comparire un documento che, al grido ironico di “Arrestateli! Arrestateli!”, chiede a gran voce la modifica proprio della norma dell’articolo 639 del Codice Penale Italiano. Il motivo lo spiega l’organizzazione stessa: “l’inutile e strumentale guerra contro le tante espressioni autonome, non commissionate e creative per le strade (writing, street art, poesia di strada…), non costituisce la premessa ad una società migliore.”.

E qui torniamo alla (spinosa) questione legislativa di cui sopra. Il documento infatti procede sostenendo che “Con una veloce escalation legislativa, conseguenza di una propaganda informativa e culturale votata al populismo, siamo arrivati di fatto ai primi casi giudiziari il cui esito probabile è la carcerazione degli imputati per il reato di imbrattamento. Si, proprio così: oggi si può finire in carcere per usare vernice su un muro, nel nome del decoro”.

Ma quindi vale tutto? Niente affatto: “Non vogliamo certamente affermare che dipingere sui muri non debba essere normato – prosegue il documento – o che lo spazio altrui dei cittadini non meriti riconoscimento. Stiamo al contrario chiedendo che quanto deciso dal mondo politico debba essere commisurato in modo da non svilire l’intelligenza che è propria dell’essere umano e che deve essere orientata alla costruzione di un mondo migliore e possibile”.

Il documento, infine, reca un lungo elenco di firmatari che hanno deciso di mettere il proprio nome per aderire e portare avanti il progetto: spiccano, tra gli altri, personaggi del calibro di Moni Ovadia, Wu Ming e Caparezza, oltre a una serie pressoché infinita tra artisti, curatori, giornalisti, produttori, scrittori, musicisti, politici, poeti, fumettisti e associazioni. Tra questi non poteva mancare la firma di Domenico Melillo che da tempo porta avanti, nelle aule di Tribunale e per le strade delle città, la sua battaglia per il riconoscimento della libertà di espressione laddove questa viene erroneamente scambiata per imbrattamento o, peggio ancora, per danneggiamento.

“L’appello – mi spiega Domenico – nasce da una realtà milanese ma che sta raccogliendo adesioni in tutta Italia e non solo: vuole infatti tutelare sia quelle persone che hanno fatto di Street Art e Writing un’arte sia quello che rimane un vero e proprio diritto, il diritto d’espressione dell’arte contemporanea. Il documento, infatti, non sostiene l’impunibilità dei reati ma solo che le pene siano a essi proporzionate. Basta parlare di allarme sociale, insomma: in realtà quello a cui stiamo assistendo è una forma di accanimento che fa parte di scenari politici”.

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