Nel castello di Zak, tra Graffiti, Street Art e calligrafia

Recensioni

Per noi che abitiamo tra Bicocca e Niguarda c’è una sola entrata in autostrada: quella di Cormano. Proprio qui, sulla A4 Torino – Trieste, dall’altro lato delle Acciaierie Valbruna, ci sono due edifici solo all’apparenza abbandonati, uno di fronte all’altro, che hanno sempre attirato la mia attenzione.

E come può essere diversamente? Mentre scorri veloce per immetterti in carreggiata è impossibile non notare i volti gialli col naso lungo di Mork, quelli bianchi dalle rullate visibili di Collettivo FX e Nemo’s, i mostri a più occhi di Tenia, le mille tag e gli altrettanti throw up che invadono gli spazi esterni di quegli edifici fatiscenti. Nel tempo, la voglia di entrare è stata tanta e la curiosità è stata alimentata dal fatto che alcuni tra amici e colleghi giornalisti, italiani e non, hanno varcato la soglia d’ingresso ben prima di me.

Eppure, non molto tempo fa, anche io ce l’ho fatta: sono entrata in quello che dai più è conosciuto come il castello di Zak. Quest’ultimo è infatti il proprietario (almeno morale) dei due edifici, quattro piani più il tetto e il seminterrato di quella che (pare) era una fabbrica che un tempo produceva acqua distillata (ma c’è anche chi parla di liquidi speciali per usi industriali). Tutte le pareti, comprese quelle della tromba delle scale, dei bagni o del tetto, e la maggior parte dei complementi di arredo sono ricoperti in vario modo di graffiti e murales, spaziando così dal lettering al figurativo, dalla tag alla pezzata, dalla calligrafia al fumetto con nomi tra i più noti non solo in Italia ma anche nel mondo (uno, o meglio due, su tutti è quello di Utah ed Ether).

Tutto, però, segue una logica interna visibile e sensata: il cuore dello stabile è infatti rappresentato dal secondo piano, dove Zak vive in quella che ha arredato in modo personalissimo come una casa, con tanto di caminetto, divani, armadi, tappeti, librerie e tutto il necessario. Qui si concentrano i pezzi più articolati e colorati, con molte scritte vergate a pennello e una serie di dediche a Zak, Zakula, lo zio. Man mano che ci si allontana da questo luogo, tuttavia, i pezzi si fanno meno armoniosi, i nomi degli autori meno noti e la mano più inesperta.

Stupisce come il contrasto urbano, a metà tra la città e l’autostrada, tra la natura selvaggia e il cemento, faccia da cornice perfetta a queste opere, le stesse che trovano naturale dimora tra i mattoni scrostati, i vetri rotti, le finestre inesistenti e i cavi scoperti. Di certo non avrà i requisiti richiesti dalla legge 626, ma in questo edificio la sicurezza regna sovrana: mai durante l’intera permanenza ho percepito paura o terrore per qualcosa di oscuro, mai ho avvertito odori nauseabondi o visto scene raccapriccianti. La presenza umana è tangibile e con lei anche il naturale presidio di un edificio tanto grande.

Merito soprattutto di Zak, il cui nome è onnipresente sui muri della struttura, quasi come se gli autori volessero dimostrare la loro gratitudine nei confronti di un padrone di casa che ha aperto loro le porte del suo domicilio, ospitandoli e dandogli un muro su cui dipingere. E pensare che a noi ha dato anche ottimo un piatto di minestra di legumi con i taralli, il vino e dei dolcetti francesi.

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