Jerico presenta la sua opera per Pubblica, residenza d’arte urbana targata Kill The Pig

Interviste, Recensioni

Una presentazione al grande pubblico, comprensiva di un “diario di un intervento”, per il murales di Jerico Cabrera Carandang all’interno del progetto di Pubblica, residenza d’arte urbana: è quanto succederà oggi all’Istituto I.S.G. Colasanti di Civita Castellana dove, negli ultimi mesi, l’artista di origine filippine ha realizzato il suo imponente pezzo.

Merito dell’associazione culturale che da tempo lavora nell’ambito della cura dello spazio urbano attraverso l’arte pubblica, Kill The Pig, uccidi il maiale. Un nome bizzarro per chi si occupa di cultura, ma c’è una spiegazione molto precisa a tutto ciò (oltre a quella, già esistente nello slang americano, della situazione pazza, terrificante e pericolosissima): “Il maiale è l’artista”, mi racconta Elena Nicolini, tra i soci di Kill The Pig.

Pardon? “Sì – prosegue tranquilla –  in  tempi di carestia, infatti, il maiale sfamava chiunque, esattamente come succede oggi: in un tempo in cui noi tutti abbiamo bisogno d’arte, ci serviamo della figura dell’artista perché è la stessa che ci sfama a livello emotivo”.

Mica male, no? Ma chi sono, esattamente, i ragazzi di Kill The Pig? Nata nel 2012 a Roma, l’associazione culturale votata alla condivisione delle arti visive, performative e plastiche è composta dal curatore Carlo Vignapiano, Luca Gaeta (regista teatrale), Paolo Longo (curatore) ed Elena Nicolini (architetto).

Da qualche tempo a questa parte Kill The Pig si è affacciata al linguaggio dell’Arte Urbana fino ad arrivare, lo scorso 2014, a realizzare Pubblica, residenza d’arte urbana nata a Selci (in provincia di Rieti) ed evolutasi di recente a Civita Castellana (in provincia di Viterbo): essa si pone come concreta risposta a una richiesta di maggiore attenzione nei confronti del delicato rapporto tra la vivibilità degli spazi collettivi, la cultura del territorio e le rinate pratiche dell’arte contemporanea, mettendo così in contatto gli artisti, i cittadini e le amministrazioni culturali.

Nel tempo sono così intervenuti Fio Silva, Diego Ritmo, Solo e Diamond (la cui palazzina svetta sulla piazza principale di Selci), poi Emmeu, David Petroni, Mirco Marcacci, Gomez e Borondo (in quest’ultimo caso in una cappella pubblica consacrata, all’interno del cimitero locale). Una macchina imponente per una cittadina di soli mille abitanti com’è Selci. Al punto che il sindaco di Civita Castellana, Gianluca Angelelli, dopo un sopralluogo nel paese in provincia di Rieti, ne è rimasto talmente colpito da pensare di aprire le porte al progetto di Pubblica anche nella più grande città di Civita Castellana.

Ed è proprio qui che, in questi mesi passati, ha preso vita “Ultimo Orizzonte”, il monumentale intervento urbano realizzato sulla facciata dell’Istituto I.S.G. Colasanti da Jerico. Con quest’ultimo ho fatto due chiacchiere rispetto al suo intervento.

Che tipo di ricerca hai fatto prima di realizzare l’opera? Hai anche avuto un confronto con i ragazzi dell’Istituto scolastico sul quale hai poi dipinto?

Prima della residenza, con l’aiuto di Carlo ed Elena, ho fatto un sopralluogo su vari siti archeologici che circondano Civita Castellana, tra cui la città di Falerii Novi, la Via Amerina e la Necropoli di Cavo degli Zucchi nella Tuscia, oltre a vari punti naturalistici come fiumi e boschi che hanno rappresentato i punti d’eccellenza in cui i paesaggisti dell’Ottocento (specie Jean Baptiste Camille Corot) si posizionavano per realizzare dipinti en plain air. Abbiamo così capito assieme la mia necessità di raccontare quello che la natura nasconde. Per quanto riguarda i ragazzi, il primo confronto che ho avuto con loro è stato durante la presentazione del progetto Pubblica presso la loro scuola: una presentazione ufficiale a seguito della quale ho avuto modo di avere un confronto più amichevole con alcuni di quelli che hanno passato tempo con me in studio mentre ero al lavoro proprio a Civita Castellana durante il periodo di residenza.

Cosa racconta l’iconografia dell’opera che hai realizzato?

L’opera è la natura stessa che si guarda attraverso il bambino. Quest’ultimo prende coscienza di sé e della realtà turbolenta che lo circonda, rimane fermo e osserva. Tutto è in costante divenire, la materia compone la realtà fondendosi in un infinito scambio di energie. Non è un caso che l’immagine si leghi molto alla poesia de “L’infinito “, da cui, per altro, deriva il titolo.

Quanto tempo ci hai messo per realizzarla?

Ho impiegato una settimana per osservare altri dipinti paesaggistici e raccogliere varie fotografie che potevano essermi utili e altri 20 giorni in studio a disegnare e dipingere, con varie prove e possibilità, fino ad arrivare a realizzare una grande tela che è stato il mio punto di riferimento per il muro. Dopodiché ho passato altri 10 giorni per realizzare il dipinto sul muro, lavorandolo prima con una base di primer bianco per una giusta resa del colore.

Che risposta hai avuto, non solo dalla scuola ma anche dagli abitanti di Civita Castellana?

Per quanto il dipinto sia complesso e denso di contenuto, è stato comunque in grado di emanare tanta bellezza e piacere nell’osservazione: questo penso derivi dalla quantità dei colori che ho inserito nel quadro oltre a una composizione studiata. Ma più di queste c’è il passaggio dell’Arte: per quanto ci sia ancora paura dei cambiamenti, gli abitanti non aspettavano altro che una scossa, la stessa che è arrivata grazie a una vera e propria condivisione di idee.

 

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