E se il 5Pointz fosse stato in Italia?

Recensioni

La decisione del 12 febbraio 2018 del giudice Frederic Block del United States District Court di New York ha scritto l’ultimo capitolo della saga della “5Pointz litigation” fissando un risarcimento di $ 150.000 per ciascuna delle 45 opere distrutte (per un ammontare totale di $ 6.750.000) dei 21 artisti che avevano citato in giudizio Gerald Wolkoff, proprietario dell’immobile di Long Island, in quanto responsabile della loro distruzione.

Immagino già le discussioni che animeranno gli artisti in merito alla possibilità di ottenere analoga tutela in Italia e per questo si pone a mio parere la necessità di un chiarimento: difficilmente si sarebbe potuta ottenere una decisione simile in Italia perché diverse sono le norme sui diritti morali d’autore e diversi sono i meccanismi processuali di quantificazione del danno.

L’entità del risarcimento

Partiamo proprio da quest’ultimo aspetto. La questione dell’entità del risarcimento è troppo tecnica per essere affrontata in questa sede. Tuttavia una cosa è bene chiarirla: l’ammontare di $150.000 non rappresenta il valore delle singole opere distrutte (c.d. Actual Damages), ma è il frutto di una valutazione discrezionale del giudice che ha voluto “punire” il sig. Wolkoff con una pena esemplare che avesse anche un’efficacia deterrente (si tratta dei c.d. Statutory damages, tipici degli ordinamenti di common law, che sono dei danni previsti dalla legge e il cui ammontare è svincolato dai danni effettivamente subiti).

Com’è arrivato il giudice a stabilire la somma di $150.000 per opera? Si tratta della somma massima (tra un minimo e un massimo prefissati dalla legge statunitense) che il giudice poteva assegnare a titolo di statutory damages nell’esercizio del suo potere di valutazione discrezionale (che deve tenere conto di tutta una serie di fattori, tra cui il dolo di chi ha agito).

Come si legge nella decisione del giudice Block infatti «the factfinder may award between $750 and $30,000 per work, unless the infringement was committed wilfully; if so, the award may be as high as $150,000 per work» (tradotto approssimativamente così: l’inquirente può attribuire tra 750 e 30.000 dollari per opera, salvo che la violazione sia stata commessa con dolo/intenzione; in questo caso, la somma aggiudicata come risarcimento può essere al massimo di 150.000 dollari per opera).

Perché il giudice ha deciso di assegnare il massimo della pena? Proprio perché ha ravvisato nel comportamento di Wolkoff la wilfulness, cioè la dolosità/intenzionalità nell’agire a danno degli artisti. Wolkoff ha distrutto le opere facendole dipingere di bianco senza dare la possibilità agli artisti di salvarle (si trattava infatti di opere che sarebbero state facilmente rimovibili perché si trovavano su cartongessi, compensati, o incorporate a porte, finestre ecc.): possibilità espressamente prevista dalla legge statunitense.

L’articolo 113(d)(2) del VARA (Visual Artist Right Act) prevede infatti che il proprietario dell’immobile su cui sono incorporate opere d’arte di valore artistico riconosciuto e che siano rimovibili senza essere distrutte o danneggiate debba inviare agli autori un preavviso scritto circa la propria intenzione (di distruzione in questo caso) accordandogli 90 giorni per poterle rimuovere e quindi salvare. Nel processo Wolkoff ha ammesso che «I decided… to hire people to whitewash it in one shot instead of waiting for three months and them going to do something irrational again and getting arrested» (trad. non letterale ma di senso compiuto: Ho deciso di assumere persone per imbiancare in una volta sola invece di aspettare tre mesi evitando che gli artisti facessero di nuovo qualcosa di irrazionale e che venissero arrestati). Anche per questo comportamento Wolkoff è stato severamente punito.

Cosa c’è di tutto questo nella legge italiana? Nulla o quasi. I criteri di quantificazione del danno sono estremamente diversi e si limitano alle componenti del danno emergente (la diminuzione patrimoniale provocata dall’illecito) e del lucro cessante (mancato guadagno patrimoniale provocato dall’illecito). Il risarcimento ha una funzione compensativa del danno patito, non una funzione deterrente. Inoltre la legge italiana sul diritto d’autore non ha una norma simile all’art. 113(d) del VARA che disciplina il comportamento del proprietario dell’immobile su cui si trova un’opera d’arte contemporanea. In sostanza l’entità del risarcimento stabilito dal giudice Block è molto radicata al sistema processuale americano e alle specificità della legge statunitense sul diritto d’autore.

I dubbi sull’esistenza di un diritto dell’autore di opporsi alla distruzione della propria opera da parte del proprietario

L’altro punto che deve essere esaminato è il seguente: ma la legge italiana sul diritto d’autore (l. 633/1941) prevede una norma che attribuisca all’autore il diritto di opporsi alla distruzione della propria opera da parte del proprietario, uguale a quella fatta valere dagli artisti del 5Pointz?

Negli Stati Uniti, l’articolo 106A(a)(3)(B) del VARA riconosce all’autore di un’opera di arte visiva «the right… to prevent any destruction of a work of recognized stature». La norma quindi limita la possibilità dell’autore di opporsi alla distruzione dell’opera solo qualora essa abbia «recognized stature» (trad.: valore artistico riconosciuto).

La norma non definisce questo concetto, che viene perciò lasciato all’interpretazione dei giudici: talvolta è stato interpretato in senso restrittivo, cioè il valore artistico è tale quando è riconosciuto da esperti di arte, o da pubblicazioni scientifiche; talaltra è stato interpretato in senso estensivo permettendo che il valore artistico venisse riconosciuto anche da una cross-section della società (cioè da una porzione selezionata di persone che rappresenta l’intera società). Quest’ultima interpretazione è stata utilizzata per il riconoscimento del valore artistico di 8 delle 45 opere del 5Pointz andate distrutte.

In Italia, l’art. 20 della legge n. 633/1941 (legge italiana sul diritto d’autore) disciplina il diritto all’integrità dell’opera ma solo come diritto dell’autore «di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione», senza menzionare la distruzione dell’opera. Allora il diritto dell’autore di opporsi alla distruzione dell’opera perpetrata dal proprietario potrebbe ricavarsi da un’interpretazione estensiva dell’art. 20 che nel riconoscere «il diritto di opporsi ad ogni atto a danno dell’opera» potrebbe includere anche l’atto estremo della distruzione.

Tuttavia bisogna ricordare che questa possibilità è stata prevalentemente negata dai giudici italiani. Ciò per due motivi: da un lato, per l’eccessivo limite che l’esercizio di questo diritto costituirebbe per il proprietario dell’opera d’arte; dall’altro, per l’interpretazione del «pregiudizio all’onore o alla reputazione» dell’artista che sembrerebbe non verificarsi nel caso della distruzione dell’opera, diversamente da quanto accadrebbe in presenza di una modifica o una mutilazione o una deformazione dell’opera stessa.

Conclusioni

Chi pensa che la sentenza americana rappresenti un punto di arrivo o una conquista anche per l’Italia a mio parere sbaglia. Le norme sul diritto d’autore sono diverse, i sistemi processuali sono anch’essi diversi. La strada che gli artisti italiani devono percorrere per arrivare alle conquiste degli artisti americani in merito alla tutela della street art è in salita. Ma prima di affrontare la salita bisogna iniziare a percorrere la strada: e questa è la grande differenza tra gli artisti italiani e americani.

 

Avv. Francesca Benatti

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