La fine della kermesse di Cheap: “Le festival est mort, vive le festival”

Recensioni

La notizia, lo ammetto, mi è arrivata un po’ in stile fulmine a ciel sereno. Un messaggio di Sara Manfredi, la persona dotata di maggior pazienza e tenacia che abbia mai conosciuto nel giro di Graffiti e Street Art, recita: “Senti, io vorrei fare due chiacchiere con te su CHEAP. Ci sono cambiamenti all’orizzonte”.

Fico!, ho pensato: nuovi artisti? Nuovi lavori? Nuovi progetti di cui parlare? A Bologna hanno inventato il modo per fare tornare i pezzi di Blu dopo la colata grigia del 2016?

No. Nulla di tutto questo. “Fondamentalmente – prosegue Sara – abbiamo deciso di non fare più il festival. E di assumere un’altra forma”. Porca vacca. Ma come basta festival? Ma perché una scelta così scellerata? Ma pensa te che avventezza, e adesso? Ma no dai Cheap era una sicurezza!

Solo successivamente le mie riflessioni hanno dovuto lasciare spazio alle motivazioni (del tutto lecite) che non solo Sara mi ha dato in privato, ma che anche tutto il team di lavoro ha deciso di divulgare tramire una lettera aperta che riporto qui sotto.

CHEAP è nata nel 2012. Durante un terremoto. Ma nemmeno questo ci ha dissuase.

Nei primi mesi in cui il progetto prendeva un nome e con esso una forma, abbiamo dovuto (spesso) rispondere ad una domanda che ci veniva (spesso) fatta da interlocutori e interlocutrici che nulla facevano per nascondere la propria perplessità – in che senso “carta”?

Per 5 anni CHEAP ha lavorato con la carta, ha flirtato con l’effimero, ha aggregato favolose singolarità e realtà associative in una ricerca sul e del territorio, ha sollecitato narrazioni contemporanee sul paesaggio urbano, ha contribuito al discorso sullo spazio pubblico.

Nel mentre, ha commesso una quantità sufficiente di errori per poter affermare con una certa tranquillità di avere effettivamente imparato qualcosa.

CHEAP ha fatto tutto questo con il format del festival: a partire dai quartieri, invitando artist* a realizzare interventi site specific, lanciando una call for artist, dandovi appuntamento nelle strade, negli spazi autogestiti, in una rete di luoghi dati all’indipendenza.

Dopo 5 anni di festival, possiamo dire che il format funziona.

Ed ora che possiamo dirlo, possiamo anche dichiarare che questa esperienza è conclusa. Facciamo un bell’harakiri, incendiamo la formula, spazziamo la polvere del mandala: le festival est mort, vive le festival.

Da una parte, sembra la scelta più naturale vista l’identità di CHEAP, così fortemente legata all’impermanenza: se nulla (fortunatamente) dura per sempre, figuriamoci se può farlo un festival.

Dall’altra, non possiamo negare che molte variabili del contesto sono mutate: sempre più spesso un pezzo non viene considerato gesto vandalico (!) ma street art se (e solo se) fatto con un permesso in tasca e associato ad una qualche mirabolante forma di riqualificazione; vediamo sempre più fiori disegnati sui muri a scapito di gesti che vanno oltre al muro; ci sono frequentazioni strane che collettivamente non vengono messe a fuoco, salvo poi svegliarci tutt* insieme grazie ad una provvidenziale colata di grigio bolognese; ancora, siamo testimoni di un numero preoccupante di tentativi atti a normalizzare un’esperienza che ha senso se (e solo se) riconosciuta nei termini della propria eccedenza.

E c’è anche una nostra condivisa forma di inquietudine che ci porta a cercare dell’altro, a tentare nuove soluzioni, a voler stare molto alla larga da gesti che (tentano) di ripetersi per sempre.

Detto questo, non rinneghiamo nulla. Anzi, ci rivendichiamo tutto – miserie e splendori, incontri riusciti, scazzi, incomprensioni, errori, innamoramenti istantanei, tutti i gradi di densità della colla a cui possiate pensare, altri errori, partnership, sbronze, promesse non mantenute, muri da dimenticare e muri che ancora ci viene da piangere per l’emozione.

E nel rivendicarlo non possiamo che ringraziare chi questo percorso lo ha fatto con noi, sporcandosi le mani.

Dicevamo, il festival è morto. Da qui CHEAP riparte col desiderio si essere più fluida, più situazionista, senza darvi appuntamento, prendendosi tutto il tempo che serve, scegliendo di non darsi per scontata, uscendo dalla propria confort zone.

Cercando, soprattutto, di mantenere una distanza di sicurezza tra sé e l’imbruttimento del decoro, la retorica della riqualificazione e le spinte incarnate di questa normalizzazione. Troppa gente tende l’orecchio al rumore di zoccoli, prefigurandosi l’arrivo di cavalli. Finiremo col non essere in grado di immaginare altro che cavalli. E le zebre? Chi si immagina le zebre? Ecco, votarci all’improbabile ci sembre il gesto più sensato da fare – da oggi, CHEAP si occupa di zebre.

Che dire? Prima di tutto keep calm: Cheap, infatti, continuerà a fare le sue (bellissime) cose senza che il progetto vada gambe all’aria. Ma una scelta così radicale, seppure nei toni scherzosi con cui l’hanno annunciata, è sinotomo di qualcosa che non va. E non mi riferisco ai processi con cui Cheap lavora dal 2012: mi riferisco, piuttosto, all’attuale condizione (artistica, lavorativa e “umana”) in cui verte la Street Art locale e nazionale.

No, niente terzo segreto di Fatima: è cosa nota quanto difficile sia, specie in questo giro, farsi conoscere, emergere, raggiungere un’identità e tenersela stretta. Ma da giornalista prima e da storica dell’arte poi mi chiedo fino a quando personalismi, screzi e opposizioni conditi da una buona dose di ignoranza da parte di comunicatori e funzionari pubblici saranno di ostacolo a chi, da anni, cerca di lavorare (e bene) in questo ambiente: ne abbiamo tutti davvero così bisogno?

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