“Fucili o murales”: lotta armata o non violenza? La risposta al popolo Sahrawi

Interviste, Recensioni

Combattere, armi alla mano, per una giusta causa o rispondere con la non violenza alle angherie dei potenti? Riprendere la lotta armata che ha condotto a una guerra durata quasi 20 anni o tenere alta la bandiera della attività di “sabotaggio” come manifestazioni e occupazioni? È quello che il regista catalano Jordi Oriola i Folch ha cercato di capire in terra Sahrawi, nel Sahara occidentale, quando, nel 2016, ha girato le scene che oggi compongono il documentario “Fucili o murales”.

“Un prodotto – racconta lo stesso Oriola durante un incontro pubblico organizzato dall’associazione Karama di Sesto San Giovanni – che ho realizzato tra mille difficoltà: la polizia marocchina, infatti, non permette ai giornalisti come me di entrare nei territori occupati. Per questo ho dovuto simulare un ingresso legale nel Paese per poi entrare illegalmente, ospitato da famiglie locali, nei territori occupati del Sahara occidentale”. Qui per tre settimane Oriola ha documentato non solo la vita dei tanti attivisti che si battono per ottenere il referendum sull’indipendenza promesso dall’ONU ma anche le varie posizioni che questi ultimi hanno circa l’atteggiamento da tenere con il Governo marocchino.

“Quello che ho voluto raccontare – prosegue Oriola – sono i due volti di una stessa medaglia: mentre alcuni Sahrawi vogliono tornare in guerra per uscire dall’estenuante situazione, vi sono tanti altri attivisti nonviolenti che sostengono che solo la lotta pacifica potrà condurre alla costituzione di una sana società basata sul rispetto dei diritti umani”.

Ecco, quindi, che nel titolo i murales diventano il paradigma di quella lotta non armata che non è tuttavia sinonimo di un atteggiamento inerme. Nel documentario, infatti, le poche scene che ritraggono persone intente a scrivere sui muri frasi anti governative o di denuncia all’ONU colpiscono per una serie di dettagli: prima di tutto a realizzarle sono delle donne che, a volto coperto, dimostrano di essere molto veloci a realizzare le scritte. Queste ultime, poi, sono fatte alla luce del sole (e non di notte) e con un medium, la bomboletta, che non è certo facile da reperire in quei territori.

Come mai tutto questo? A rispondere alle mia domanda è il regista in persona: “Prima del 2005 – mi racconta Oriola – l’attività di graffitismo illegale era fatta di notte, per paura di essere scoperti. Dopo quella data, tuttavia, la rivendicazione si è fatta talmente forte che anche i modi con cui quest’ultima viene portata avanti, come le scritte sui muri, si sono fatti assai spregiudicati. Il motivo per cui hai visto una donna è dovuto al fatto che queste lettere sono scritte sui muri di quartieri molto popolosi, dove la polizia gira poco e le persone incaricate di fare i pali sono tante… e ben allenate”.

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