La Corte Costituzionale salva la legge “punisci writer”

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Ce la stavamo aspettando tutti, compreso quel writer milanese che, imputato per imbrattamento davanti ai giudici della Sesta sezione penale del tribunale, ha dovuto attendere che la Corte Costituzionale si pronunciasse in merito. Ma, alla fine, la sentenza è arrivata: si tratta della 102/2018 in cui la Consulta salva l’articolo 639 del Codice Penale, lo stesso che colpisce chiunque “deturpa o imbratta cose mobili altrui”, anche “se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati”. E che, non a caso, è stata ribattezzata legge “punisci writer”.

Ma andiamo con ordine. Tutto nasce qualche mese fa quando il giudice Alberto Carboni della Sesta sezione penale del foro di Milano, nell’ambito del processo per imbrattamento per il writer milanese di cui sopra, ha sollevato un’eccezione di costituzionalità chiedendo alla Corte di esprimersi riguardo la proporzionalità della pena prevista dal codice penale.

Ricordiamo infatti che il principio costituzionale sancito dall’articolo 3 della carta stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Non solo. Quella in cui Carboni si è imbattuto è, infatti, una vera e propria stramberia del nostro ordinamento giuridico: dopo la depenalizzazione del reato di danneggiamento del decreto legislativo numero 7 del 15 gennaio 2016, infatti, “chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia” rischia al massimo una multa (articolo 635 del Codice Penale), mentre chi fa scritte sui muri rischia da uno a sei mesi di carcere (articolo 639 del Codice Penale).

Non è un caso che, come riporta Repubblica Milano, nell’ordinanza con cui rimette la valutazione di legittimità costituzionale alla Consulta, il giudice Carboni scriva: “è certamente irragionevole e arbitraria la decisione di sanzionare più severamente le condotte che cagionano un’offesa meno grave (deturpare e imbrattare) rispetto a quelle che pregiudicano il medesimo bene giuridico provocando un nocumento maggiormente significativo (distruggere, disperdere, deteriorare, rendere in tutto o in parte inservibile)”.

Ma la Consulta non ha voluto sentire ragioni e, come c’era da aspettarsi, le cose non sono cambiate. Per la Corte Costituzionale, infatti, l’assunto “di partenza” dei giudici rimettenti è inesatto: la parziale depenalizzazione non riguarda, infatti, l’ipotesi aggravata, che resta un reato previsto dall’articolo 635 del Codice Penale se commessa su edifici del centro storico, destinati all’uso pubblico, al culto, in ristrutturazione ecc. In tutti quei casi, dunque, non c’è dunque la disparità di trattamento tra le due leggi.

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2 pensieri su “La Corte Costituzionale salva la legge “punisci writer”

  1. Trovo le pene pecuniarie ridicole se non relazionate a pene accessorie del tipo
    servizi sociali da destinare al servizio del comune di residenza.
    (si residenza intendo proprio quello).

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