L’Upfest di Bristol: il calderone europeo dell’arte urbana

Recensioni

Uno dei più importanti pregi dell’Upfest, la kermesse di arte urbana che si presenta come “il più grande festival di Street Art e Graffiti Art d’Europa”, è quello forse di aver saputo soddisfare le aspettative di tutte le fasce di pubblico che si sono recate in città per l’evento.

Giunto ormai alla decima edizione, il festival è una realtà consolidata nel contesto della multiforme e sfaccettata Bristol, città che emana da ogni suo angolo i sapori e gli odori di una pluridecennale storia all’interno delle subculture e controculture nate e cresciute in seno al Regno Unito e da cui, si sa, ha cominciato a muovere i primi passi proprio Banksy, prima come writer e poi come street artist.

Il “formato famiglia”, con numerose attività per bambini, la sponsorizzazione di Posca e le tematiche legate al mondo dei Simpson (con la scelta, da parte del loro creatore Matt Groening, di tre artisti che lavorassero su tematiche e figurazioni legate al cartone animato) non hanno guastato, a mio modesto parere, la genuina anima subculturale che ogni manifestazione di Street Art si porta sempre appresso.

Cosa aspettarsi quindi dal festival di Street Art più grande di Europa, che occupa un intero quartiere di una città? Per fare solo alcuni esempi, per gli amanti dei grandi murales iperrealistici, “Be More Lisa” delle Nomad Clan e la ragazza ai raggi X di Insane 51 sono stati all’altezza delle aspettative. Per chi ricerca le esplosioni di colore, gli interventi di Paris e quello di L7M hanno lasciato a bocca aperta. Per chi sa apprezzare il lettering, invece, c’era Soker, che è riuscito a far convivere la ricerca writing con la figurazione dei personaggi dei Simpson.

Tutti coloro appositamente recatisi a Bristol per l’evento hanno potuto soddisfare le proprie aspettative: il contesto creato dal festival permette anche la proliferazione di elementi di creatività urbana non direttamente legati ad esso. I writer scettici ma curiosi saranno comunque sati confortati dalla presenza dello skatepark (Dame Emily Park, aka The Deamer) tutto pittato e taggato da cima a fondo all’inizio di North Street, dove sin dal primo giorno c’era chi, anche se esterno alla manifestazione, poteva realizzare il suo pezzo del tutto indisturbato, essendo il luogo uno spot semi-autorizzato. Per tutti coloro che apprezzano il convulso tappezzare di adesivi su ogni palo e quadro elettrico, a Bedminster c’era una quantità spropositata di interventi di sticker e poster art. Infine, per i galleristi alla ricerca dell’artista su cui scommettere, in diversi punti stabiliti dall’organizzazione si trovavano artisti che lavoravano sui pannelli di cartone.

Per tutti questi motivi, quindi, l’Upfest del 2018 si può definire come un grande calderone di arte urbana. Nel contesto di Bedminster, il quartiere che lo ha ospitato, si può trovare di tutto: legale, illegale, semi-legale, ma anche figurativo, lettering, sticker, tag in ogni angolo… insomma, un fedele spaccato di tutta l’arte urbana ad oggi viva e vibrante. Questo, a mio parere, è il grande merito del festival, oltre a quello consolidato di dare una secchiata di colore ad una provincia inglese altrimenti piuttosto grigia, dal punto di vista urbanistico.

Se proprio vogliamo questionare, bisogna andare, come al solito, a sviscerare l’aspetto terminologico del termine “Street Art” e come esso viene utilizzato in maniera “larga” dagli organizzatori dell’evento. Come ha sottolineato anche Raffaella Carillo in uno degli ultimi post, la questione è ancora aperta e, all’ultima conferenza di Lisbona del SAUC Journal alla quale anch’io ho partecipato, quasi ogni accademico ha dovuto introdurre il proprio concetto di “Street Art”. Per l’uso che ne viene fatto quotidianamente, il termine include in modo indifferenziato interventi legali e illegali, figurazione e writing, fino ad includere (impropriamente, a mio parere, ma vi è sempre dibattito in merito) persino le opere di tipo mobile realizzate da tali artisti.

Questo è un bene, perché ciò significa che la discussione è sempre viva e stimolante, ma allo stesso tempo anche un male, perché ciò può dare luogo a fraintendimenti. Secondo l’opinione di chi vi scrive, ogni caso va analizzato in sé, differenziando l’arte nelle strade da quella su supporti mobili, senza demonizzare i contesti legali (che sanno dare i loro buoni frutti, artistici e sociali) ma, allo stesso tempo, saper riconoscere la genuinità e il portato dirompente di ogni intervento illegale, contesto ancora oggi vivo più che mai.

L’Upfest può essere dunque considerato un evento di grande impatto sulla scena della Street Art mondiale, dato che, oltre ai pregi citati, fornisce anche occasione a numerosi artisti giovani ed emergenti di partecipare ad un grande festival e di confrontarsi con altri colleghi e un pubblico numeroso e differenziato. Gli artisti all’opera e disponibili a scambiare qualche parola con i visitatori, la musica e vari i chioschi completano il quadro di un evento in cui l’atmosfera del festival avvolge l’ambiente e i visitatori. Infine, cosa più importante di tutte, l’Upfest continua a sollevare dibattito sul variegato, ribollente e ricco calderone della Street Art.

Gabriele Boero

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