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Viaggio in Russia, tra la Street Art di Mosca e i graffiti di San Pietroburgo

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Diciamocelo chiaramente: non che sia andata in Russia per trovare chissà quali chicche di arte underground. Non tanto (o non solo) perché le maggiori città della Matuška Rossija sono rimaste abbastanza lontane dall’evoluzione, americana prima ed europea poi, di tutto il movimento, ma soprattutto (o anche) perché l’architettura (e la cultura) stalinista hanno letteralmente schiacciato sotto il loro mastodontico peso qualunque altra forma artistica che abbia in qualche modo spinto per uscire da dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Non che la cosa mi dispiaccia, sia chiaro: a Mosca, per esempio, le strade, gli edifici, persino le persone (almeno, quelle con cui ho avuto a che fare) trasudano socialismo, le falci e i martelli sono ancora scolpiti sugli edifici del Potere, il mausoleo di Stalin e di Lenin fa bella mostra di sé sulla piazza rossa. Insomma, tutte cose che mandano la sottoscritta in brodo di giuggiole.

Eppure, di Street Art nemmeno l’ombra: strade pulitissime, muri riverniciati, metropolitane con le statue bronzee dedicate a moderni Stakhanov (e poliziotti pronti a sparare) fanno desistere chiunque dall’estrerre un bomboletta e premere sul cap. Per trovare un po’ di Street Art ho dunque dovuto intrufolarmi in un museo; e non uno qualunque, ma il Moscow Museum of Modern Art (MMOMA) che proprio nei giorni in cui ho visitato la capitale mi ha regalato una meravigliosa esposizione di nientepopodemenoche Frank Shepard Fairey.

Obey, l’autore di Hope, il faccione rosso e blu di Obama che l’ha accompagnato per tutta la campagna elettorale (poi vinta) del 2008, ha portato per la prima volta in Russia una personale: si è trattato di “Force Majeure”, che dal 19 settembre al 4 novembre ha celebrato i 30 anni di attività dell’artista di Charleston. Un concentrato di underground, Pop Art, design, pubblicità e costruttivismo russo (ça va sans dire) per raccontare quelle cause di “forza maggiore” (quali la politica, la messaggistica commerciale, la sovversione e le costruzioni sociali) di cui, volenti o nolenti, siamo tutti spettatori più o meno consapevoli.

“Questa mostra – raccontano da Wunderkammern, tra gli organizzatori assieme a MMOMA, RuArts Foundation e la III Street Wave Art Biennale Artmossphere – presenta nuove opere esclusive, che riflettono i temi principali della carriera di Shepard, tra cui politica, ambiente, guerra e pace, ma anche molte delle opere di Fairey che riflettono la profonda influenza delle avanguardie russe sul suo stile. L’artista ha scelto intenzionalmente la versione francese del termine “forza maggiore” perché il francese è riconosciuto a livello mondiale come lingua internazionale della diplomazia. E la diplomazia è decisamente necessaria per una mostra di un artista americano, ospitata da un museo pubblico russo e curata da una galleria italiana con un nome tedesco. Il corpus di opere di Shepard Fairey parla un linguaggio visivo universale e la mostra “Force Majeure” è un appello ad una responsabilità sociale e politica che si impegna con il pubblico in generale, in linea ai principi dell’arte pubblica di Fairey. “Force Majeure” diventa quindi un appello a tutti noi, una sintesi del manifesto dell’artista”.

E i graffiti? Beh, di quelli, a Mosca, nemmeno l’ombra. Oddio, non che a San Pietroburgoce ne fossero a iosa, ma l’impressione che mi ha dato la città sul Golfo di Finlandia è stata quella di una città meno “diplomatica” e più “europea”, con tutte le accezioni positive e negative legate a quest’ultimo aggettivo. Più sticker, più tracce a bomboletta, persino tag sui muri delle case e qualche pezzo nel parchetto sotto l’hotel. E a proposito di graffiti e di hotel, è stato un compagno di viaggio ad avermi fatto notare un dettaglio non da poco: per trovare una bella murata siamo dovuti entrare in un… ostello! Il Graffiti L Hostel, per la precisione, sulla Prospettiva Nevskij.


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