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Rats crawling around – chapter n.2: alla Question Mark di Milano inaugura il “sequel” di Francesco Barbieri

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Inizierò questo articolo con un’ammissione di colpa: prima che Daniele Decia mi annunciasse della sua mostra alla Question Mark di Milano, poco o nulla sapevo della produzione su tela di Francesco Barbieri. Ma la chiacchierata fortuita con Daniele prima e il contatto comune rappresentato da un altro Francesco poi non solo mi hanno dato modo di dare una voce a una tag ma mi hanno anche concesso di studiare e approfondire un lato inedito di quello che, per me, è sempre stato un mostro sacro dei graffiti.

E proprio da qui nasce la voglia di intervistarlo, cercando di capire, assieme a lui (o grazie a lui!), certi passaggi della sua carriera, le principali tecniche artistiche a lui usate e, più in generale, certi aspetti di un movimento che è nato, è cresciuto ed è in continua evoluzione. Per tutto il resto c’è la mostra di Francesco Barbieri, “Rats crawling around – chapter n.2”, che, curata da Giacomo Spazio, inaugura oggi alla galleria Question Mark di via Briosi all’angolo con via Saldini a Milano, e che qui rimarrà aperta fino al 9 dicembre.

C’è stata, nel corso della tua produzione, un’esperienza, una riflessione, una causa scatenante che ti ha portato a prendere in considerazione la carriera da “artista”, oltre (o al posto di?) quella del graffiti writing?

Diciamo che ho sempre scarabocchiato, disegnato, e imbrattato coi colori su carta e su tela, oltre alle scritte che facevo in giro, anche se una quindicina di anni fa era solo un hobby. A un certo punto qualcuno, vedendo i miei primi rudimentali lavori, mi disse che avevo del talento e che ero un pazzo a usare queste qualità solo per il writing. Questa frase mi è risuonata in testa per un bel po’ e mi ha spinto a fare delle riflessioni: avevo ormai raggiunto dei traguardi importanti nel mondo dei graffiti e era il momento di uscire dalla propria zona di comfort per fare altro. Contemporaneamente scoprivo artisti importanti (da Barry McGee a Todd James, da Nug a Honet) che mi hanno fatto capire che si poteva fare arte che arrivasse allo stomaco come un pugno: i loro lavori erano interessanti quanto i loro pezzi in strada. Non mi hanno influenzato tanto per l’estetica o per il contenuto delle loro opere ma piuttosto per l’attitudine e per il modo in cui interpretavano il ruolo dell’artista. Da lì ho iniziato a pensare cosa avesse senso dipingere su tela e come portare in galleria  l’energia del mondo dal quale provengo, ovvero un quesito che nel movimento ci si è posti milioni di volte sin dai tempi delle prime mostre dell’ UGA negli anni ’70, e che è poi la vera questione del cosidetto post-graffitismo.

Ho spesso letto in giro che la tua formazione è quella di un autodidatta: ci sono, nella storia dell’arte, degli artisti o delle correnti a cui ti ispiri? E se sì, perché?

 Cerco di prendere ispirazione da quello che mi circonda e dalle mie esperienze più che da altre correnti. Detto questo mi interessano la pop art (sia americana che italiana), l’espressionismo astratto e le varie fasi della pittura italiana dal dopoguerra, ma anche alcuni appartenenti alla prima ondata di writers newyorkesi che hanno intrapreso un percorso in galleria (Rammellzee, Futura ecc..). A volte faccio qualche citazione ma non so se la gente le coglie 🙂

Si sente sempre più parlare di post-graffitismo (anche nell’accezione “contemporaneo”): ti senti parte di questa nuova corrente artistica? E, se sì, mi spiegheresti bene di cosa si tratta?

Ci sono due accezioni con le quali è stato usato quel termine. Una più recente, venuta fuori credo nel decennio scorso,  identifica il post-graffiti come  “l’evoluzione” (termine che mi trova in disaccordo) dei graffiti: a un certo punto alcuni writers (lo spagnolo La Mano e il francese Stak tra i vari) sostituiscono un logo o un’immagine alla firma, e iniziano a dipingere questo tipo di lavori nello spazio urbano, dando origine a quella che poi è diventata in parte nota come street art.

L’altra accezione, che mi trova più d’accordo, esiste per quel che ne so già negli anni ’80 per definire le opere dei writers in galleria (per esempio una famosa mostra dal titolo “Post-Graffiti”  alla Sidney Janis gallery di New York del 1983 con lavori di Noc, Rammellzee, Futura, A-one). Sostanzialmente il writing quando entra negli spazi espositivi e quindi viene slegato dal contesto urbano, diventa qualcos’altro. Per me questo è il post-graffitismo: un tipo di arte che viene da quel mondo e che cerca di tradurre le energie e lo spirito del writing attraverso la pittura, il disegno o altre forme. È un processo lungo e complesso: devi guardarti dentro e riuscire a prendere ispirazione da quelle atmosfere, sublimare quel tipo di vissuto e di attitudine sulla tela.

La tua produzione è assolutamente legata agli scenari urbani che tutti noi (ma specie chi fa graffiti) esperiamo giorno per giorno: quali sono le tue città preferite? Ce ne sono alcune da cui prendi spunto per realizzare le tue opere? E perché la presenza umana è spesso azzerata? 

In realtà mi interessano tutte le città e quando dipingo cerco di assemblare scorci di metropoli di varie parti del mondo. Questo perchè  mi interessa di più lavorare sullo spazio urbano a livello emotivo che fare cartoline che rappresentano questa o quella città.  Addirittura alcuni miei lavori strizzano l’occhio all’astratto: non mi importa tanto della riconoscibilità di un posto piuttosto che un altro, ma mi concentro sulla metropoli come esperienza contemporanea. La presenza umana è azzerata perchè è trascurabile, anzi ridondante: basta la storia materiale dell’uomo e di quello che ha costruito per parlare di noi e della nostra società.

Leggevo che hai avuto modo di studiare da vicino e di appassionarti all’arte tradizionale cinese: cosa ti ha colpito di essa? E cosa ne hai tratto dal suo studio?

Nel 2015 sono stato selezionato dal Dipartimento di Arte dell’Università di Nanchino  per una residenza d’artista curata da Andrea Baldini. E’ stata un’esperienza fantastica che mi ha permesso appunto di avvicinarmi alla cultura di questo paese complesso. Tutti i cinesi che vedevano i miei dipinti mi facevano notare che il modo in cui sintetizzavo con il solo colore nero il paesaggio urbano, i treni e i palazzoni scheletrici, gli ricordava in qualche maniera le loro opere tradizionali in cui l’inchiostro la fa da padrone. Ho avuto modo di visitare alcuni musei e sono rimasto colpito da come questi antichi artisti riuscivano a rendere la profondità del paesaggio in modo semplice e elegante, con uno o due colori. E poi c’è tutta la parte calligrafica, che è considerata arte con la A maiuscola e riguardo a questa ho notato interessanti analogie col writing e in particolare con le tag. Ho cercato di studiare la metropoli cinese, il suo verticalismo esasperato, la sua atmosfera distopica e le sue contraddizioni. Ho fatto dipinti dove antiche pagode si mischiano con i grattacieli che saturano lo spazio urbano. Ne sono rimasto affascinato e in qualche modo credo che sia stato un momento di crescita fondamentale.

Quali tecniche usi per la tua produzione su tela?

Cerco di affiancare tecniche da pittura di strada (spray, rulli, idropittura) a strumenti più tradizionali (spatola, acrilici, talvolta collage).

Mi racconti un po’ la mostra che aprirà a Question Mark? Quali opere esporrai, qual è stata la scelta curatoriale di Giacomo Spazio, perché quel titolo? 

Circa un anno fa con l’aiuto di Giacomo ho fatto un libro d’artista che è stato molto apprezzato: edito solo in 48 copie e realizzato interamente in serigrafia, sommando strati di colore mentre le pagine venivano stampate, con il risultato di rendere ciascuna copia diversa dall’altra. Il titolo era appunto “Rats Crawling Around” ovvero topi che se ne vanno in giro, un riferimento all’atmosfera metropolitana  e underground di questo lavoro. Questa mostra è di fatto il chapter n.2 ovvero il seguito di quel progetto. Oltre al libro sarà esposta una nuova serie di quadri che, pur essendo dipinti e non serigrafati, vanno nella stessa direzione: sono tele dense di segni, dove tralicci, palazzi e binari saturano completamente lo spazio, lasciando solo pochi bagliori di colori acidi come luci al neon. In alcuni di questi dipinti la città si dissolve in una sorta di pioggia radioattiva, esattamente come nei migliori racconti di fantascienza in cui viene descritto il futuro.


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