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L’uomo che rubò Banksy: intervista al regista Marco Proserpio

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Chi mi conosce lo sa: non amo Banksy e tanto meno amo tutto il clamore che si solleva ogni volta che fa qualcosa, dalla pisciata (gli stencil di Parigi) alla manata (Dismalanad). Per fortuna, “L’uomo che rubò Banksy”, il film evento prodotto da Rai Cinema e narrato da Iggy Pop e nelle sale cinematografiche solo l’11 e il 12 dicembre prossimi, non ha nulla (o quasi) a che vedere con l’Innominato di Bristol. Certo, il film, un po’ sornione, prende spunto dall’affaire palestinese del 2007, ma lo fa con un nobile intento: mettere insieme, finalmente, tutti i temi, le domande, le voci, l’attualità che ruotano attorno al variegato mondo dell’arte contemporanea, con riferimento specifico alla Street Art.

Il risultato è un vero e proprio spaccato della più stretta attualità sul tema, raccontando, con piglio cronachistico, il mercato parallelo (illegale e non) delle opere di Street Art, la comparsa della sepculazione nel mercato della stessa, il “problema” del diritto d’autore legato a un’arte pubblica, il confronto-scontro tra culture diverse (quella occidentale della Street Art e quella orientale della produzione artistica palestinese), il recupero di opere percepite come delle vere e proprie sfide tecnologiche.

Di questo (e, ovviamente, del film) ho avuto il piacere e l’onore di dialogare con il regista, Marco Proserpio: classe 1984, cresciuto tra Desio e Milano, Marco si è avvicinato a questo mondo attraverso i graffiti, realizzando (anche) i corti “Toys” e “Golden Age” insieme a gente che stimo moltissimo, il collettivo Canemorto.

Hai una “formazione” più vicina al punk e alla tavola: come mai, a un certo punto della tua crescita, ti sei avvicinato alla Street Art, tanto da dedicarle parte della tua vita professionale? E anche, hai mai fatto Street Art, oltre a frequentare compagnie o amici che ne erano protagonisti in prima persona?

Il mio primo approccio ai graffiti è stato vedere qualche amico che si copriva il volto, nascondendosi dalla polizia ferroviaria, lasciare il proprio nome su un treno, per poi tornare il giorno successivo e vederlo passare una volta, prima di essere nuovamente cancellato. Avevo poco meno di vent’anni e mi sembrava un’attitudine molto simile a quello che facevo con le band con cui suonavo all’epoca. Ci auto-producevamo i dischi, giravamo l’Europa su dei furgoni scassati, per suonare spesso davanti a pochissime persone. Era tutto legato all’attitudine, più ancora che al risultato, alla fama, o al numero di followers.

Il film “L’uomo che rubò Banksy” parte da una sorta di case study per fare una riflessione a 360 gradi sullo stato dell’arte della Street Art. Tuttavia, nonostate i temi toccati siano tanti e davvero corposi, raramente fai conoscere il tuo giudizio su ciascuo di essi: c’è una ragione (anche artistica) che sta dietro a questa scelta?

E’ sicuramente una scelta ben precisa. Credo che spesso il discorso su cosa sia e come dovrebbe essere trattata la street art sia molto superficiale. Ho quindi deciso di mostrare dei casi limite, spesso in contraddizione tra di loro, in modo che lo spettatore possa usare il proprio cervello per decidere cosa è giusto e cosa no. Pensa al gesto, sempre controverso, di rimuovere un’opera dallo spazio pubblico. E’ qualcosa che siamo abituati a criticare senza esitazione, ma cosa succede se cambiamo il contesto ed a staccare quest’opera è un tassista Palestinese, costretto a vivere in un territorio circondando da un enorme muro, con 7 figli e ben altre priorità di quelle che abbiamo nel nostro comodo mondo occidentale?

Quando si parla di Street Art si parla di un tema liquido, assai sfaccettato e per nulla unito: credi che il proliferare di diverse figure che professano discipline (giornalisti, avvocati, restauratori, ricercatori universitari, galleristi, curatori, collezionisti) vicine a questa materia possa aiutare a fare chiarezza sulla Street Art o rischia di generare sempre più confusione?

Un’altra cosa che spero si noti da questo documentario è molto legata a quello che mi chiedi. Diciamo sempre che la street art è di tutti, ma siamo sempre più abituati a sentir parlare di questa tramite le voci di grandi esperti, collezionisti e curatori, come se in fondo solo il loro parere contasse. Invece, se la strada è di tutti le regole dovremmo farle tutti, e quindi perché non anche Walid the beast, il tassista palestinese protagonista di questo documentario?

Uno dei temi che più mi è piaciuto del film è quello dell’incontro-scontro fra culture diverse. Questo tema mi porta a porti tre domande:

1. Come mai, secondo te, noi occidentali (Banksy per primo) ci ostiniamo a dare un “canone”, estetico e non solo, a culture completamente diverse dalla nostra?

2. A proposito di Banksy, non sarebbe meglio (oltre che molto più rischioso e, dunque, sensato) se le sue opere (e tutte quelle degli artisti occidentali accorsi nei territori palestinesi) fossero fatte al di là del muro, in territorio israeliano, come proposto da due artisti palestinesi nel film? 

3. E ancora, in tal caso, credi che le opere di Banksy avrebbero fatto la stessa fine (in termini di eco mediatica, successo e quindi valore economico) di quelle realizzate in territorio palestinese? 

Capisco e apprezzo la domanda ma credo che tutto quello che Banksy ha fatto in Palestina negli ultimi 10 anni, sia stato fatto per chi stava al di fuori del muro. Per far vedere a chi stava fuori del muro, cosa succedeva al suo interno. Tramite internet od “obbligandoli” a farli andare fino a li. A partire dalla mostra realizzata nel 2007 in Manger Square a Betlemme. All’epoca mise in vendita in una piccola galleria opere di Ron English, Swoon, Paul Insect e molti altri, ma la condizione era che se volevi comprarle dovevi andare a Betlemme. Passare i checkpoint dell’esercito israeliano, il muro di cinta e arrivare fino a lì. Vedere tutto questo con i tuoi occhi, non tramite le immagini di un telegiornale. Lo stesso ha fatto con le immagini dipinte sul muro di separazione o quelle che ha dipinto sulle case di Betlemme. Voleva che la gente andasse a vederle dal vivo, vedendo con i propri occhi quello che succede in Palestina e come i Palestinesi sono obbligati a vivere tutti i giorni.

So che non è quello che il film vuole raccontare ma, in definitiva, vorrei tanto spere cosa ne pensi di Banksy, sia per quello che riguarda il “personaggio” sia per quello che riguarda l’artista (posto che si tratta di un vero e proprio sistema e non di un’unica persona). 

Non conosco l’identità di questo artista e non mi è mai interessato scoprire niente a riguardo. Banksy, in questo film, è stata la scusa per parlare di questioni che reputo più grandi dell’artista stessa.Detto questo, sono un suo sostenitore, non tanto dei suoi singoli artworks, quanto delle sue azioni in senso più ampio. Pensiamo a quello che ha fatto ora costruendo un hotel di lusso a Betlemme, portando nei territori palestinesi un pubblico che mai li avrebbe mai visitati. Così come Dismaland o quanto ha fatto a Calais, costruendo alloggi proprio con i materiali rimasti dal parco divertimenti.Questo va oltre la “gara” di chi fa l’artwork più bello o più stioloso. Questo è a suo modo politica, almeno nel mondo in cui viviamo oggi.

L’UOMO CHE RUBO’ BANKSY from MARCO PROSERPIO on Vimeo.


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